San Teodoro

Partiamo dall’inizio. Conosci una persona, vi sentite per telefono, passate ore a chiacchierare. Decidete di incontrarvi ma quando questo accade, tutto va male, tutto precipita. Forse il senso di aspettativa, forse quel qualcosa che doveva scattare e così non è stato, forse ci sta anche che tu non sei pronta e facilmente non potrai più essere come eri abituata.

Allora si mette un punto e basta e si ricomincia. Ma in un attimo è il senso di mancanza che non hai calcolato a farti sentire quel bisogno di risentirlo. Così lo cerchi di nuovo, mentre le amiche te lo sconsigliano. Lui ti risponde e ti chiede di andare da lui. E’ in Sardegna a San Teodoro. Ma in fondo, anche se non te l’avesse chiesto ci saresti andata ugualmente. Prenoti. Due mesi prima di rivederlo tra mille dubbi, mille incertezze, mille fragilità. Hai fatto 30 e adesso devi fare 31, perché se non vai fino in fondo non saprai mai se davvero ne vale la pena, se avevi ragione o se hai sbagliato su tutta la linea. Litigate ancora prima che tu parta, ma partirai lo stesso.

Il volo decolla a mezzanotte. Il tempo di alzarsi ed abbassarsi e sei già arrivata. Arrivi da lui alle due, sta ancora lavorando e ne ha ancora per un’ora. Quando finisce, ti porta da lui. Tu con il caschetto da ciclista in scooter, perché anche lui è smemorato come te e il casco l’ha lasciato a casa. Stare insieme è naturale, in fondo non vi siete nascosti nulla. Va avanti così per tre giorni in cui passi il tempo insieme a lui, mentre lavora, mentre prende il sole insieme a te o entrate in acqua insieme, mentre mangiate o bevete, mentre camminate di notte alla ricerca di luminescenze. Chiacchierate, ti racconta qualcosa in più di sé che ancora non sapevi, vi baciate, vi scoprite. Poi riparti. La stagione intensa inizia e lui non avrà più tempo da dedicarti. Dice che vi rivedrete a settembre e intanto gli lasci i tuoi asciugamani. La navetta che ti porta all’aeroporto è già lì, un bacio veloce e poi tutto si chiude. Chissà se lo rivedrai ancora. Chissà se sarà di nuovo a settembre.

Quando torni a casa sembrano passati due mesi. Sei scesa dalla navicella che ti ha trasportata in un’altra dimensione. Lo hai lasciato lì sperando che anche per lui sia stata la stessa cosa. Hai fatto una pazzia, hai seguito il tuo cuore, forse il tuo istinto, dovevi farlo altrimenti non avresti mai saputo. Avresti passato il tempo a chiederti come sarebbe stato, ma in quel giorno in cui ti trovavano un nodulo al seno, ti sei promessa di fare molte cazzate nella vita e non potevi perderti questa. Non potevi nemmeno continuare a dare retta alla guerriera che hai alimentato per tanto tempo, quella che ti ha protetta ma è stata ugualmente ferita. E per quanta paura tu abbia di esporti, di farti ferire, di starci male, sai che comunque andrà, non potrà mai più essere come è già stato. Potrai cadere, farti male, ma hai costruito la tua rete, le amiche che ti ascoltano, che ti consigliano, ma poi ci sei tu che hai già vissuto tempeste peggiori, che non ti sei persa d’animo, o se lo hai fatto, hai poi trovato il modo di reagire. Ci sei tu che hai tenuto in piedi la tua vita anche quando lei non ti ha seguito, obbligandoti ad essere una persona diversa. Per tanto tempo sei stata arrabbiata con il mondo e con te stessa. Poi hai fatto pace, forse hai fatto pace anche grazie a lui, che ti ha fatto uscire dal tuo spazio di comfort, in cui in fondo ti eri rannicchiata.

Magari sarà la storia di un’estate, sarà il tempo di San Teodoro, del suo mare cristallino, di un giro in scooter o forse chissà… ma sarà soprattutto quel tempo che hai di nuovo dedicato a te stessa, senza essere nient’altro che te. E di questo avevi certamente bisogno.

Cambiare prospettiva

E’ sabato, ultima lezione dell’anno, il prossimo avremo lo spettacolo finale. Arrivo giusto in tempo per il brindisi della pausa. Poi a pranzo. Sono seduta a fianco di Simona e le dico: “hai ragione Simo, che senso avrebbe fare tante ore di lezione di danza senza poi metterle in pratica ballando?”. E qualcosa mi si illumina dentro. Al pomeriggio riprendiamo e balliamo, siamo nelle nostre posizioni, balliamo tutte insieme. Ridiamo, balliamo e sudiamo come non ci fosse un domani poi la maestra ci manda a casa. Ci vediamo sabato prossimo. Dopo un paio di ore, sul gruppo, compare il video che ci ha fatto e mi guardo, ci guardo. Lo giro a una ex collega che non potrà essere presente e mi dice: “Elena, sei felice, hai persino gli occhi che ti sorridono.” E’ vero. E questo saggio quest’anno non mi pesa, anche se a farlo con me non ci sarà la mia solita compagna di danza, che in questi mesi ha disertato prove e ballerine, chiudendosi in un mutismo quasi adolescenziale. E io che pensavo mi sarei sentita sola, mi sento invece libera di godermi il momento senza sentire la sua ansia addosso, il suo scontento e forse anche la sua possessività, come se fossi qualcosa di solo suo, senza peraltro sentirmi io così. Ballo e sono felice e non mi pesa tutto il resto e non so da quanto non mi capitava.

Miranda mi dice: fallo per te, hai fatto 30… quanto ti costa fare 31? Concediti di viverlo. Qualcos’altro mi si illumina dentro. Respiro.

Sono giorni, settimane, mesi che rimugino, che mi chiudo, che valuto, che soppeso, soffocata da me stessa. Sembro quasi mia madre, senza concedermi la possibilità di essere me, senza sentirmi per forza sbagliata. Ieri ho cancellato per sempre quel numero di telefono, ho bloccato il contatto su Facebook, ho chiuso per sempre quella porta, non che non lo avessi ancora fatto ma rimaneva ancora una fessura, uno spazio, oggi so che non è più necessario. E’ tempo di guardare altrove, sbagliando senza sentirmi per forza una fallita. Lo faccio per me, non per lui, non per lei, non per qualcun altro. Lo faccio per me perché me lo devo, perché ne ho bisogno, perché molte cose sono cambiate intorno a me e forse è tempo che smetta anche io di essere la stessa o almeno mi conceda di essere anche un’altra parte di me, che non conosco così bene.. o che conosco fin troppo bene da sapere quanto è fragile. E da sapere quanto mi spaventa tutto questo, tanto da farmi girare la testa, pur essendo consapevole che è necessario che questa testa riprenda a girare, perché per troppo tempo è rimasta ferma, salda, costante, seria, togliendomi il fiato e il piacere di essere me stessa.

Togliere il velo

Sembra sia diventata ormai una buona tradizione svelare alcune situazioni, scoprire che dietro frasi e parole si cela invece ben altro, la verità tanto per intendersi. Perché da qualsiasi punto uno le voglia vedere ci sono alcune verità che sono innegabili, che non hanno bisogno di interpretazioni. Per me rimane sempre ben evidente quando la collega di mate è venuta da me un anno fa a mostrarmi la foto di un orecchino rimasto incastrato sulla sedia in vimini della sua camera da letto, che non apparteneva né a lei né a sua madre né alla signora delle pulizie, e che non lasciava adito a particolari interpretazioni del caso, se non alla conclusione a cui eravamo arrivati tutti. Ma per lei che è una credente fervente e che non può concepire niente di diverso dal sacro vincolo del matrimonio, l’unica giustificazione plausibile era di averlo agganciato con la felpa, mentre seguiva la partita di calcio del figlio seduta sugli spalti, e poi averlo trasportato fino a casa senza rendersene conto fino al momento in cui se l’era sentito puntare nel sedere, sedendocisi sopra mentre si cambiava. Il marito interrogato le aveva risposto proprio quello che lei voleva sentirsi dire e quindi tutto era morto lì, in un’infedeltà mai confessata e mai affrontata. La verità non avrebbe avuto bisogno di interpretazioni.

Così come non può essere soggetto a particolari fraintendimenti il sentirsi dire che sono una persona che getta la spugna, che si arrende facilmente, che vede tutto nero o che devo badare a una madre anziana e quindi sono impossibilitata a muovermi all’estero, quando mia madre gode ancora tutto sommato di buona salute, giustificando così chi ci teneva molto più di me, evidentemente. Non può nemmeno essere oggetto di mala interpretazione il fatto di non essere contattata per mesi ma poi ricevere quel messaggio della domenica mattina in cui la richiesta di attenzione è necessaria quando qualcuno deve lamentarsi.

Forse ci sono spazi in cui la verità può essere meno pregiudicante, ma è un dato di fatto che a volte non servono molti commenti. Quando passi sette anni della tua vita con un uomo davanti a cui tieni molto di più che a te stessa, la lucidità lascia il posto a un sentimento accecante che ti impedisce di andare oltre. Temi di togliere quel velo, di svelare l’arcano che si cela dietro i suoi gesti. Giustifichi, proprio come la tua collega. Ti basta poco perché ti senti dire proprio quelle parole, vedi quei gesti che non danno adito a nessun dubbio, ma nonostante tutto una domanda te la poni sempre dentro: è davvero così? sono davvero certa di lui? Sai che in fondo qualcosa non ti torna, ma piuttosto che gettare tutto all’aria e metterti in salvo, rimani in quel brodo di incongruenze che ti assorbono e giustifichi. Perché peggio del vedere la verità nuda e cruda, c’è il giustificare.

“Tengo a te ma non mi sento pronto, è troppo difficile per me.”

“Mi dispiace non averti chiamata ma non voglio ricaricarti di negatività in un momento in cui tutto mi sembra ti stia andando bene.”

“Mi dispiace ma non volevo, è che a volte dico cose che non dovrei, però se avessi saputo… sai, non sono io a decidere…”

“Sono stata molto male per te, così ho deciso di fare una follia e di comprare due biglietti per un concerto, ci andrò con mio marito.”

“Non devo dare spiegazioni a nessuno di quello che faccio.”

Per molti mesi ho voluto giustificare, capire, dare spiegazioni, riflettere, concedere, ma è diventato come un lavoro di arrovellamento per evitare di togliere il velo, di scoprire il volto delle persone e valutarne l’autenticità. Tutti attraversiamo fasi confuse, dubbi, situazioni non chiare ma non porta molto sforzo essere chiari da subito: “non voglio stare con te, ma ogni tanto mi piace vederti senza impegno”, “vorrei chiamarti, ma gli amici miei sono anche quelli di mio marito e noi facciamo tutto insieme e a te mio marito non piace, lo so”, “mi crea problemi il fatto che tu voglia vederti con quella persona, non è vero che non sono io a decidere”, “voglio andare io in Inghilterra e allora sai ho trovato una scusante di fronte ai ragazzi”, “ti voglio bene ma non tanto da rinunciare a me e alle mie libertà”. Tutto assumerebbe una connotazione diversa, subito ci staresti male, dopo impareresti ad apprezzarlo e valuteresti diversamente chi ha il coraggio di svelarsi nelle sue fragilità e nelle proprie paure, impareresti anche ad apprezzarlo, conoscendone il limite e forse comprendendone meglio la sua natura.

Per sette anni ho immolato le mie giornate a un uomo che si è preso gioco dei miei sentimenti, quando alla fine si è allontanato diceva che la sua presenza non mi faceva bene. Poi è rinato: grigliate, weekend al mare, gite, foto sui social, ogni momento buono per immortalarsi in pose relax o in compagnia di donne che a detta sua si ritrovava tra i piedi. Evidentemente non sentiva più la necessità di fingere di essere l’uomo sconsolato il cui matrimonio lo aveva messo a dura prova ferendolo. Recitava una parte che aveva preparato per me, che non volevo vedere, perché pensavo mi avrebbe spezzata e non mi sarei più rialzata. Mi ha spezzata ma mi sono rialzata. Di nuovo in piedi non avevo più paura di soffrire, non ne avevo nemmeno più voglia e ho promesso a me stessa di non tenere più il sospetto dentro di me, di non permettere più alla mia insicurezza di metterci sopra un velo. Per questo oggi parlo, sapendo perfettamente che le mie parole possono allontanare, consapevole che la vera natura emergerà e che allora non ci potranno essere giustificazioni. Esprimo a parole quello che penso o anche solo con alcuni gesti che non nascondono il mio pensiero. Lo devo a me stessa, perché è vero che non ci si salva dalle delusioni, ma è anche vero che la verità ha un sapore diverso, a volte si rischia anche di non poterne più fare a meno.

Svuotata

E’ iniziato tutto nel mese di Febbraio. Lei che mi consegna i suoi capi d’abbigliamento in eredità. Lui che mi rifila un nuovo incarico a sorpresa. Le incombenze che si assommano. L’incapacità di trovare un attimo per me. Le preoccupazioni per lei che sta con lui e non è mai felice. Il lavoro, le uscite, i giorni liberi che diventano occupati. La stanchezza, il viso tirato, il sorriso che non è mai quel sorriso. Mi guardo da mesi e non mi riconosco. Sorrido, sembro serena, ma non sono io. Qualcosa dentro di me si è spezzato, vado avanti ma non sono più la stessa e non riesco a nascondermelo. Come quando stavo con Riccardo e mi dimenticavo di chi ero, cercando di fare funzionare tutto come se niente fosse, illudendomi che andasse tutto bene, mentre dentro qualcosa moriva per sempre.

Corro, passo da una situazione a un’altra, nessuno che mi viene incontro. Nessuna parola amica, nessun gesto, nessun accenno. Da un giorno all’altro le cose cambiano senza che sia avvenuto apparentemente qualcosa. Un anno che sembra durato dieci, in cui quelle situazioni familiari sono diventate estranee per sempre. Colleghi che non sanno nemmeno che esisti e l’amica che credevi di avere che non ti cerca più, ormai non fai più parte del suo mondo. Ma prima che cosa vi teneva unite? Che cosa avevate in comune? E anche lei che si preparava a un’operazione drammatica, con la quale hai condiviso tanto, adesso dov’è? Non riesci più a raccontarle tutto perché certi rapporti sono stati interrotti, le circostanze sono cambiate, lei non è più la stessa di prima, o forse è davvero la persona che è ma che non conoscevi ancora.

Poi c’è lui, che in tutto questo dovrebbe essere il buono della situazione. Dovrebbe essere quello che ti conforta, che ti sostiene, ma che ad un tratto ti dice che sei una che si arrende, che getti la spugna, che trasformi tutto in tragedia, che vedi tutto nero. Ma in tutto questo davvero non ti ritrovi, e allora chi è davvero costui? L’amico che credevi?

Sono passati diversi mesi da inizio febbraio. Non eri pronta a tutto questo. Eri certa di avere delle certezze, di poter contare su persone a te care, che non ti avrebbero mai mollato, ma eri tu a sostenere loro, ancora una volta, come sempre. Eri tu il motore trainante che adesso sente di non avere nulla da dare, che si guarda e si vede inconsistente, che si domanda come sia possibile che qualcuno pensi a lei e si prepara alla solita delusione. Ma nel frattempo c’è tutto il resto o quel qualcosa che credevi di avere costruito e messo insieme, e forse ti eri illusa perché se da un giorno all’altro tutto svanisce, allora è come un castello di carte che al primo soffio di vento crolla.

Dove sono finite le persone a cui volevi bene? Dove sono andate quelle con cui c’era sempre qualcosa da dire? Dove sono finiti quei momenti in cui non mettevi minimamente in dubbio l’amicizia? Tu sei rimasta lì ma loro da quanto tempo hanno preso il largo, lasciandoti con il tuo bel pugno di mosche? Sei stata ferma mentre loro hanno ceduto e adesso ti dai pena, mentre dovrebbe essere il contrario. Le vorresti rincorrere in una strada sconosciuta per trascinarle ancora con te? Se si allontanano forse, è meglio lasciarle andare, meglio non frapporsi, meglio rispettare la scelta. Indubbiamente è quasi impossibile che delle domande non sorgano spontanee ma più di tutto è la delusione di avere creduto in qualcuno e trovarsi a fare i conti con delle certezze che si sgretolano.

Va bene così…

Ho passato gli ultimi mesi a sbirciare, curiosa se si fosse rifatto una vita, se avesse trovato una nuova lei a cui vendersi per la persona che non è. L’ho visto fare festa, dedicare canzoni ad altre donne, invitare a cena molti amici, uscire, viaggiare, condurre una vita del tutto normale, dopo che per anni mi ero bevuta la storia che per lui era impossibile, difficile, le sue vicissitudini familiari non glielo permettevano. Io dovevo rimanere in un angolo, scomoda, difficile, sbagliata. Forse è vero, effettivamente se si fosse mostrato per quello che realmente è, il mio sentimento sarebbe svanito prima, gli avrei chiesto di più, lui non me lo avrebbe concesso e così ci saremmo separati per sempre. Invece il suo interesse era tenermi lì, buona, non far emergere tutto quello che faceva, perché diversamente avrei reagito. Si nascondeva come fanno i peggiori vigliacchi. Poi un giorno la maschera è caduta, suo malgrado, e non ha avuto il coraggio di ammettere chi era realmente, quella persona che per troppo tempo ho amato senza una ragione, convinta di conoscerlo mentre non sapevo nulla di lui e mentre lui stesso non aveva intenzione di farsi conoscere. Sono passati giorni, settimane, mesi, anni. Un anno dall’ultima volta in cui ancora l’ho cercato mossa da un sentimento che era solo mio, incantata ancora dal pensiero che potesse essere diverso. Invece era lui senza avere il coraggio di farsi vedere. In fondo è sempre stato quel Vile che avevo già incontrato tempo prima, tornato per convincermi che mi amasse ancora, mentre cercava solo consolazione al suo orgoglio ferito. Un uomo, il cui ego domina sopra ogni sentimento, anche il più vero, perché in fondo non sa dare nulla di sé, non sa fare quel passo in avanti per cambiare il corso delle cose, per prendere un vero impegno e rispettare un legame. L’ho sempre visto, era di fronte ai miei occhi, illusi dal cuore che spingeva per averlo tutto per me. Ma in questo incontro di finte intenzioni, di parole cautamente non dette, di gesti intenzionalmente mai mostrati, non vinco io, vince la verità, vince il sentimento, vince la me che lo osserva da lontano e non lo cerca più, non perché pensa al proprio bene, ma perché sa che con lui non ha nulla da spartire. Lo guardo e so che farà lo stesso con altre e allora qualsiasi forma di gelosia scompare, e ringrazio per tutto quello che è accaduto. Avrei voluto soffrire di meno perché tante lacrime per una nullità non valgono molto. In lui non ho trovato riconoscimenti, parole di affetto, messaggi di stima, solo una persona insulsa che frequenta chi, come lui, sa nascondersi bene all’interno delle proprie bugie. Va bene così. Adesso so che non mi ha mai voluto davvero bene e che non ne è in grado, non sa amare. Non gli auguro nulla di buono, in fondo è inutile per chi non ha strumenti per poter comprendere. Mi butto alle spalle un rapporto malsano, una relazione tossica, un sentimento schernito. Chiudo gli occhi e tiro un sospiro di sollievo, quando in fondo sono stata in mezzo a quel non essere che conosco fin troppo bene, in cui le persone credono che tu sia sempre a loro disposizione e che in fondo farai sempre quello che si aspettano, perché è vero che lo farai e che difficilmente deludi le aspettative, ma ogni tanto sai anche stupire te stessa e seguire un buon consiglio schivando il baratro per l’ennesima volta. Sei caduta di nuovo, ti sei fatta male, ma hai recuperato le tue energie, ti sei rialzata, hai preso in mano il coraggio e ti sei mossa altrove, in una terra che non conoscevi, consapevole di non poter fare a meno della tempesta che ti porti dentro. Di lui non resta più niente dentro di te, non ha lasciato tracce, una presenza inconsistente, un uomo nullo e fasullo. Un uomo che non vale nulla. Un uomo che in fondo non ho mai amato, se non per un’immagine riflessa di sé.

Fashion week

E’ martedì, forse il giorno che dovrebbe scorrere più veloce, se non fosse per quell’immensità di ore che devo rimanere chiusa a scuola, aspettando che arrivi il pomeriggio per poter uscire. Il mio secondo giorno in mensa, il secondo di quattro questa settimana e non ne posso già più.

La mattinata scorre, tutto sommato abbastanza tranquilla. Inizia il mio pomeriggio di studio assistito, i ragazzi che svolgono i compiti, io che mi faccio gli affari miei, butto giù qualcosa per l’esame, niente di stressante. Poi arriva il messaggio, su una delle dieci chat attivate, in cui si segnala anche quando un capello cade a terra. E’ lei che scrive, segnalando che in una classe (quella in cui insegno io nella fattispecie) hanno lanciato la fashion week per le prossime settimane di lezione: ogni giorno un look diverso, dal maranza a Barbie e Ken, passando per il monocolore fino alle sfumature più vacanziere. Leggo con attenzione la descrizione dell’abbigliamento sia per lui che per lei e intanto penso che cosa potrei mettere per matchare… ma inesorabile arriva lei, che sottolinea: a me sembra eccessivo e fuori luogo, lui che risponde facendole eco: questa è una scuola non un ballo in maschera o una carnevalata, e il gran finale spetta a lei, my favourite one, bisogna cassare tutto!

Respiro, ma fatico un po’!

E’ ora di uscire. Nel parcheggio trovo lei, che mi ribadisce il suo sdegno per questa iniziativa… per 9 giorni!! E ancora incalza dicendomi che se fosse lei al mio posto, prenderebbe il regolamento di istituto e farebbe presente le regole per l’abbigliamento. Sorrido, la assecondo e salgo in auto. Arrivo a casa, mi cambio, indosso le scarpe da ginnastica e parto per i miei 10 km. Dopo una ventina di minuti sono già smanicata, chissà se le mie colleghe approverebbero. Poi ci si mette pure la pioggia e intanto cammino. Riprendo a respirare.

A me tutto sommato questa storia della fashion week fa molto sorridere, un modo come un altro per sopravvivere fino a fine anno. Non mi sembra disdicevole né sconveniente. Loro mi sembrano ottusi e bigotti, chiusi nel loro piccolo mondo che toglie l’aria. Piuttosto che di come si vestono i miei allievi, cercherei di appurare da dove arriva quell’orecchino trovato in camera da letto che non appartiene a nessuno in famiglia, ma forse è più semplice guardare fuori dal proprio nido, puntare il dito, sdegnarsi e rifugiarsi nelle solite quattro certezze buttate lì per caso. Nel mondo io ci vivo, sarà per questo che quando mi viene proposto di condividere del tempo insieme fuori dalla scuola, glisso sorridente e penso a farmi gli affari miei, che in fondo a lei o a loro non piacerebbero. La mia vita non è perfetta, non vanto una famiglia Mulino Bianco ma molte relazioni sgangherate, sono quella che sono e pure per me è dura stare a certe regole troppo rigide, questi messaggi pomeridiani mi tolgono il fiato e li trovo fuori luogo. Siamo a scuola, non in un riformatorio. Educhiamo adolescenti e non incaselliamo robot, ma questo non potrò dirlo ai ragazzi, dovrò fare presente che ci sono delle regole (stupide) che vanno rispettate ma che io per prima vorrei rompere e non è detto che prima o poi non lo faccia. Abbasserò la testa ma se mi conosco abbastanza bene, non so per quanto tempo ancora.

Un’altra giornata è passata, una in meno alla spunta dei giorni… anche io ho la mia maniera per sopravvivere.

Inaffidabile

Si siede accanto a me al tavolo della mensa. Esordisce con un: ti devo parlare, che già non suona bene e poi continua con un: ti vedo bene nel marketing, secondo me sei indicata per questo incarico. Getto uno sguardo interrogativo sulla collega che già sa di che cosa si sta parlando e su Miranda che sgrana gli occhi incredula. Daniela direbbe: mi, Peru e Giacu… ed eccoci qui, perché se funzioni bene ti danno più incarichi, in fondo chi è in grado di presentare meglio la scuola tu o Manuela, la collega che ami così tanto? Il pranzo mi rimane lì. Faccio presente che ci sono molte altre persone che possono ambire a tale dimostrazione di fiducia, ma rien à faire… sembra che il tuo nome continui a ricomparire. Eppure eri sicura che quest’anno qualcosa sarebbe andato storto, che qualcuno si sarebbe lamentato, che avrebbero capito che non eri tagliata per… invece niente di tutto questo. E allora una domanda sorge spontanea: perché? Qual è l’errore nell’essere affidabili? Non credo ci sia in questo, se non nel fatto che per assurdo chi si permette di combinare la qualunque e di venire meno alle sue responsabilità lascia il campo a chi fa semplicemente il suo dovere. Perché diciamocela tutta: non fai nulla di che, ma ci metti determinazione e impegno e il risultato assume tutto un altro aspetto. A volte dubiti persino di riuscire a fare tutto ma non molli e forse la differenza sta in questo. Tieni la testa bassa, non ti guardi intorno, non trovi scusanti e vai avanti perché è la sola strada che conosci. Lei, la Manu, la detesti tanto perché si è fatta forte delle sue disgrazie, è stata compatita e il risultato è come sempre deleterio, perché sai benissimo che permettere a una persona di piangersi addosso significa giustificarla e proteggerla. Lei è l’emblema di tutto questo. Non hai stima di lei e ti dispiace persino sentirla compatire. Ma il punto non è lei, sei tu. Quando imparerai ad avere meno paura di te? Quando ti permetterai di viverti con un po’ di morbidezza? Quando eviterai di sentirti sbagliata? Quando accetterai di essere te stessa senza la paura di venire continuamente condannata?

Oggi vorresti imparare ad essere inaffidabile, meno presente, un po’ superficiale, incapace, inetta, assente, lontana, distante, insensibile ma probabilmente non esistono corsi di questo tipo e nessuno è in grado di insegnartelo perché dovrebbero sradicare la persona che sei alla radice. Neanche questo sarebbe giusto, in fondo raggiungere i propri obiettivi non è da tutti ed essere riconosciuti sul posto di lavoro nemmeno, ma se tutto questo non riesce a renderti felice, allora forse conviene provare a lasciare andare un po’ tante inutili tensioni accumulate. Forse vale la pena guardarsi con amorevolezza, accogliersi e smettere una volta per tutte di essere il peggior giudice di se stessi.

In mezzo al mar

Mi si è spezzato qualcosa dentro, non so bene quando, ma è successo. E’ accaduto la scorsa settimana ma potrebbe semplicemente essere una data fittizia, un giorno che sancisce quanto accade ma che in realtà non rappresenta nulla. So solo che sono arrivata a casa e mi sono sentita svuotata. Quei rapporti in cui avevo investito e che ritenevo veri non erano altro che mie idee. Ho capito di non avere voglia di metterci l’entusiasmo, lo slancio, l’affetto per poi sentirmi sempre sola nel farlo.

E’ passata una settimana, ho ripreso a lavorare ma dentro quella sensazione non passa, anzi trova continue conferme. Che senso ha darsi disponibile, metterci la faccia, mettersi in gioco, se poi non c’è altro? Che valore ha definire un rapporto quando poi realizzi che di tutto quello di cui stai parlando non c’è nulla?

La chiamano amicizia, ma al di là della sua definizione, credo che ognuno la viva un po’ nella sua accezione personale. Per qualcuno è un modo per sfuggire alla solitudine, per altri è un rifugio, un porto sicuro, un luogo in cui stare o sentirsi a casa, per molti è pura formalità, qualcuno forse non sa nemmeno di che cosa si tratti e tende così a definire tutti come amici, una volta che si muove fuori dalla solita cerchia familiare. Per me l’amicizia è libertà. Non saprei definirla diversamente. Quando incontri qualcuno che ti permette di essere te stesso, che ti ascolta silenziosamente, che non ti approva ma sa accettarti comunque per la persona che sei, che ti dice non sono d’accordo ma poi ti ama ugualmente guardandoti sbagliare, allora quella è amicizia. Un sentimento per essere vero non deve essere vincolato, deve nascere spontaneo e come ogni germoglio che si sviluppa deve essere curato. Non tutti i fiori necessitano delle stesse cure. Alcuni hanno bisogno di tempo per crescere, qualcuno deve essere innaffiato regolarmente, qualcun altro può vivere nell’arsura, altri devono essere continuamente esposti alla luce, qualcuno può vivere tranquillamente in zone d’ombra. Amare significa avere quel particolare sguardo verso l’altro, non darlo per scontato, non fraintendere la sua vera natura. Il rischio del lasciare andare, dello smettere di avere quel particolare sguardo è che facilmente qualunque essere, lasciato a se stesso, non andrà nella direzione che pensavamo. Mostrerà la sua natura , definirà i suoi limiti e facilmente perderemo di vista quello che credevamo di avere di fronte agli occhi.

Credo che a me sia successa una cosa del genere. Ho voluto bene e ho pensato di essere amata in libertà. Credevo di avere intorno persone pronte ad accettarmi per quella che sono, pur percependone i limiti, ma speravo che sarebbero andate oltre. Purtroppo così non è stato. Qualcosa mi si è rotto dentro, un meccanismo non ha più funzionato come avrebbe dovuto, forse quello che metteva tutto in moto, che mi dava la spinta. Nel tempo ho provato a farlo ripartire, ad aggiustarlo, ci ho messo buona volontà, impegno, ma non è servito a molto perché ero sola nel farlo. Lo ero sempre stata, ma finché tutto ha funzionato il problema non si poneva. Con il tempo è stato sempre più faticoso anche solo trovare la motivazione per provarci di nuovo fino ad arrivare al punto di non farcela, di non impegnarmi, di lasciare andare, di smettere di voler dedicare del tempo. Credo sia questa la sensazione che non riesco a definire, perché è del tutto nuova per me. Io che non faccio nulla, che non muovo un passo verso, che rimango ferma nel mio, che dedico energie a me stessa, perché non ne ho per nessuno, che non parto, non mi muovo, non mi adopero, non mi sforzo, sentendomi svuotata, ma in realtà nutrendomi del tempo che mi dedico perché in fondo non ho ricevuto molte cure, qualsiasi cosa andava comunque bene. E in fondo non è vero perché chi ti ama sa che cosa può piacerti, che cosa può farti bene, che cosa ti può sollevare.

Qualche tempo fa una collega progettava per me una possibile festa immaginando un weekend in barca. Con suo grande disappunto la sottoscritta patisce il mal di mare e sostanzialmente è una gran fifona. Con mio grande disappunto la sua brillante idea non rappresentava la mia indole. Non ero stata vista. Lei non si stava prendendo cura di me. Continuava a ripetere la parola amicizia ma il suo significato era vuoto. Forse è così che mi sento ora, un significato vuoto, in barca in mezzo al mare, senza fare nulla di quello che vorrei e senza nessuno che mi riporti verso terra, domandandosi che cosa possa rendermi davvero felice.

Lei piange…

Lei piange e io sorrido. Il contratto è in scadenza, probabilmente non riusciranno a rinnovarglielo ma le propongono una pausa di un anno per poi farlo ripartire e lei piange. Quarant’anni ormai superati da un po’, una situazione lavorativa incerta, sorretta però da un contesto familiare ed economico sicuro. Non ci vuole lasciare e piange. Sorrido perché non si può piangere per una cosa del genere, o forse sì, ma il mio sistema vitale ha già superato questo scoglio insormontabile tempo fa. Ho superato la fase degli amici-colleghi, del posto di lavoro come una casa, dei ricordi che si affollano per poi sbiadire nel tempo. Sono andata oltre e probabilmente devo andare ancora oltre.

La guardo con tenerezza, ma le sue lacrime mi dicono molto di me… e anche di lei, ma non solo di lei.

Le sue lacrime sono la strada che ho percorso, sono gli ostacoli che ho dovuto affrontare, le incertezze su di me che ho messo in conto. Il suo pianto è il cammino che ho attraversato per arrivare fino a qui e dirmi che forse non è ancora terminato. Il suo malessere nell’abbandonare momentaneamente un porto sicuro è quel sospiro di sollievo per qualcosa che mi sono lasciata alle spalle, quando ho chiuso un lungo capitolo della mia vita e ho guardato avanti, perché fino a quel momento ero ripiegata su me stessa, involuta in una forma indefinita, esasperata e isterica, stanca e disarmata, perché le armi che avevo messo in atto non funzionavano più.

La guardo piangere e sono altrove. Sono nel mio, dove a sostenermi ci sono io, quello che ho costruito per me, le basi, la determinazione, il senso di sconfitta, l’orgoglio ferito, tutto quello che non ho ottenuto e quella perenne fragilità che mi porto dietro. Non ho esitazioni nel dire che ho paura, non temo di fare un passo indietro, forse non mi spaventa nemmeno sbagliare, commettere un passo falso, anche se sarebbe bello camminare senza troppe esitazioni, ogni tanto raccogliere senza il timore di perdere di nuovo tutto.

Piange e so che la sua fragilità è autentica, la mia forse il dubbio che mi è stato instillato goccia dopo goccia, mentre mi sentivo sbagliata, fuori posto, ma non lo ero davvero. Quel non voler lasciare è diventato poi la necessità di allentare, di lasciare andare i legami, di non tenere stretto a me qualcuno che non sapeva riconoscermi. Le separazioni sono state tante.

La guardo e mi intenerisce. Adesso tutti se ne faranno carico, la consoleranno, cercheranno di tirarle su il morale, mentre so che dentro di me qualcosa spingerà per prendere le distanze, per non essere troppo partecipe, per delimitare la nostra sfera e permetterci di proseguire, senza dipendere l’una dall’altra, ma con il piacere di ritrovarci, dentro o fuori quell’occasione che ci ha fatto incontrare.

Quello che non può essere cambiato

Con mio grande disappunto vengo messa in mezzo. Loro non si parlano, io parlo con entrambe. Loro non si trovano, io mi trovo con tutte e due. Loro non si scrivono, io continuo a scrivere senza prestare troppa attenzione. Poi arriva la risposta di lei al messaggio dell’altra, perentoria, senza appello, la sentenza emessa: mi aspettavo altro da te, dovevi cercarmi prima. Tutto finito, nessun punto di ritorno. Le cose non si possono aggiustare, non si può tornare indietro e trovare una soluzione. Cala il gelo, non si potrà più cambiare nulla.

Forse è lì che ho iniziato veramente a chiedermi se vale la pena alzare certe barriere, porre dei limiti, chiudersi a riccio ed escludere chi ti sta intorno e che in fondo non fa nulla di male, se non non essere all’altezza dell’aspettativa altrui, per quanto poi sarebbe interessante vedere quanto lo è chi si pone come giudice inquisitore. Rapporti che si concludono con un messaggio, manco fossimo adolescenti. Incapacità di chiarirsi, di ritrovare la lucidità per mettersi nei panni dell’altro, perché vale solo quello che conta per il singolo.

Non si può cambiare nulla, si va dritti per la propria strada, non c’è possibilità di accesso, di scorciatoie, di strade secondarie per aggirare l’ostacolo. Mi sento disarmata, perché di fronte a certe forme di ostinazione, mi sembra che non ci sia molto da fare se non arrendersi all’evidenza e lasciare che ognuno deragli come meglio crede.

Qualche settimana fa ho inghiottito l’orgoglio, messo da parte l’amor proprio e ho chiesto scusa, non era solo colpa mia, ma ho capito che se non avessi disinnescato la situazione con uno “scusa” non sarei stata in pace con me stessa. A quello è seguito un cenno di comprensione, poi è stata necessaria ancora qualche settimana per iniziare a risentirsi e infine chiarirsi. Non è stato difficile, è stato necessario domandarmi che cosa avrei guadagnato senza farlo, sarei stata più felice? avrei dimostrato amor proprio? Forse… ma con il tempo sarei poi sempre tornata a chiedermi se, affrontando le cose diversamente, non potevano anche andare in modo differente. Ma è anche vero che ho dato valore alla persona a cui chiedevo scusa, perché fino a quel punto avevo costruito qualcosa dentro di me, non era solo qualcuno che mi passava accanto.

Forse la verità sta proprio in questo. A volte crediamo di costruire, di creare legami, di intessere tele, strutture che reggeranno, che difficilmente ci faranno sentire soli. Poi basta un nulla e improvvisamente qualcosa si spezza, non può essere ricucito, non c’è soluzione. Allora è chiaro che eravamo soli in tutto questo. Pensavamo di essere in due o in tre o in molti, ma evidentemente eravamo uno.

Ho sempre sbagliato perché ho sempre agito per quello che sentivo. Contro ogni buonsenso, ho messo da parte anche l’amor proprio, finché un bel giorno ho compreso che non potevo cambiare chi stava di fronte a me, non potevo continuare ad aspettarmi qualcosa di diverso, ma ho anche realizzato che non ero stata io a perdere tempo, e che in fondo ci avevo guadagnato in consapevolezza, un’amara conclusione ma forse meglio che se avessi dato retta al puro orgoglio. Sarà per questo che mentre osservo e ascolto il loro silenzio mi domando chi stia realmente vincendo qualcosa.