Il massaggiatore

Accade proprio lì, sul lettino del massaggiatore, che realizzi.

Venerdì pomeriggio, di corsa prendi la metro e poi un bus per raggiungere colui che auspichi possa finalmente farti passare quel maledetto dolore al gluteo sinistro che ormai sono giorni e notti che ti tormenta. Persino questa mattina, vedendoti sofferente, i ragazzi si sono offerti di massaggiarti e di darti una mano. Poco manca che tutta la settimana sia stata in funzione di questo tanto atteso momento, specie questa mattina, mentre camminavi spensierata e sei stata colta da quell’improvviso malore che non ti molla. Così quando lui ti fa accomodare e stendere sul lettino sai che stai andando incontro al momento tanto agognato. Inizia quindi la sua pratica, lui che ti massaggia ovunque, cercando di capire come diavolo hai fatto a procurarti quella contrattura. Tu che, dolente, urli, poi ridi di sollievo e poi a un certo punto piangi, quando le mani si posano all’imboccatura dell’esofago, senza nemmeno accorgertene, senza riuscire a controllarle, e lui che ti dice che quelli sono tutti i bocconi amari che hai trangugiato. Ti chiede se di notte digrigni i denti e tu rispondi che usi persino un bite, e quando ti fa notare che probabilmente a forza di stringere, lo hai consumato, ti rendi conto che non solo è così ma che addirittura lo hai rotto qualche settimana, lo hai spezzato mentre dormivi. Ti gira e rigira come un calzino, mentre la gattina di 5 mesi dorme a fianco alle tue sofferenze. Quando ti alzi per ricomporti e ti guardi allo specchio, non riconosci nemmeno il tuo viso, talmente sei trasfigurata da una nuova sensazione di benessere che non raggiungevi da tanto.

Lì inizi a metabolizzare.

Poi arriva il sabato e decidi che la tua personal scassapalle, ovvero tua madre, la porti in giro per Torino, piuttosto che morire di depressione chiusa in casa con lei, cercando di farle compagnia, che il rischio è che tu assorba e lei rilasci tutto il suo pessimismo cosmico. Quando la porti a casa e la saluti, decidi che hai fatto tutto quello che potevi per farla stare bene, ma che è lei a non volere fare qualcosa per aiutarsi. Mentre guidi per raggiungere casa pensi al massaggiatore e alle lacrime incontrollate, pensi alle tue notti a digrignare i denti e inizi a realizzare.

Ma forse è solo quando arriva domenica mattina e smanetti sul social di turno che finalmente realizzi.

Lui è lì, un’altra foto di lui che lo ritrae in giro per la città, senza te accanto. Tu che vorresti esserci, lui che non ti vuole. Tu che scopri di amarlo ancora, nonostante tutto, le lacrime inaspettate che in un attimo ti avvolgono. Seduta sul divano, nessun massaggiatore ti sta facendo pressioni per scovare il dolore, perché ce l’hai davanti agli occhi e dentro il tuo cuore. Un sentimento che scopri di avere ancora, intatto e inatteso.

Ti hanno dato dell’arida qualche tempo fa e ci sei rimasta male. Ti hanno detto che sei forte e che non hai paura di niente, ma non ti ha fatto particolarmente piacere. Tieni solo tutto per te e di notte lo mastichi e lo rimugini, e poi con forza stringi i denti. Trangugi i tuoi malumori e i tuoi dolori senza chiedere niente a nessuno. Tutto qui. Quando soffri non fai rumore.

Hai sciolto dei nodi dentro di te, hai sciolto anche il dilemma del gluteo, tant’è che trovi un vecchio bite che tenevi lì e quando il mattino ti svegli, dopo quasi due settimane, non hai male. La risposta al tuo dolore è lì, la soluzione anche. Forse basta solo vederla.

Pubblicità

La parte peggiore di me

In una Torino vivace e popolata, raggiungo con Antonia il luogo del nostro aperitivo. Siamo al Quadrilatero Romano, poco distante dal Duomo, in un angolo della città che amo particolarmente perché mi ricorda Parigi. Sedute davanti al nostro spritz chiacchieriamo e ci raccontiamo. Gli ultimi tempi sono stati duri per lei, ma al momento anche per me non sembrano facili, anche se non direttamente. Grazie ai primi sorsi della magica bevanda sciolgo il coraggio di dire che non so se sono pronta ad affrontare nuovi problemi, una nuova fase della mia vita che mi sembra sempre più incerta e sregolata. Con il cuore in mano le dico che sono diventata cattiva, che nella mia scala delle sofferenze non sono più in grado di tollerare troppo e che certi drammi altrui mi risultano del tutto indifferenti. Le dico di non essere in grado di farmi carico di altro e che per sopravvivere ho dovuto chiudere gli occhi e il cuore. Lei mi capisce. Non ho avuto bisogno di sprecare troppe parole, di argomentare, di difendere le mie posizioni, di mostrare il lato più aggressivo di me, lei ha compreso. Ho parlato ed espresso come mi sento e in cambio non ho ricevuto il consiglio di iniziare una terapia, ma ho avuto orecchie attente e un cuore in grado di comprendere.

Ho trascorso gli ultimi tre anni subissata di messaggi vocali e scritti, in cui venivo resa edotta di particolari lavorativi faticosi da digerire e da gestire. Alle dieci di sera ancora rispondevo a chi non smetteva di scrivere, di ribattere senza arrivare mai da nessuna parte, per poi ritrovarmi prosciugata e svuotata di energie e di entusiasmo. Mi è stato quindi consigliato di rivolgermi a un buon terapeuta, quando la migliore cura sarebbe stata lasciarmi in pace o trovare il modo per non stressarmi ulteriormente. Pressata da meccanismi che in parte ho creato per buona condiscendenza, ho dovuto chiudere per sempre dentro di me la mia parte tollerante e mostrare quella cattiva, la parte peggiore di me. Mi sono sentita dare dell’arida, ancora è una definizione che tollero poco e male. Ho espresso con rabbia molti pensieri più per esasperazione che non per altro.

Quel periodo è passato, si è spento, è bastato poco. Ma ha lasciato i segni.

Si impara qualcosa solo quando si vuole apprendere. Se non sei disposto ad abbandonare qualcosa di te, a cambiare pelle e ad indossare quella di una persona che non sei mai stato prima, forse non potrai mai davvero capire. Sono diventata una persona che non sono mai stata. Non credo più in molte cose, soprattutto in tutto ciò che sognavo e desideravo con tutta me stessa. Non sono più disposta a dare con tanta leggerezza e magnanimità, ad aiutare e consigliare, come se fosse dovuto. Quando per l’ennesima volta mi sono sentita dire che avrei aiutato e che bastava chiedere, ho capito di avere sbagliato per troppa gentilezza ed educazione. Ma ho anche deciso che era tempo di far perdere questa abitudine.

Negli ultimi anni non ci sono stati: come stai? tutto bene? Non ci sono state gentilezze o momenti di comprensione. Tutto è stato veloce e impersonale, dovuto soprattutto. Quando ho potuto prendere fiato e guardarmi intorno ho capito di essere nuovamente andata ben oltre la mia sopportazione, quando ancora una volta sono arrivate pessime notizie, credo che dentro di me qualcosa si sia spezzato per sempre. Come se fosse stato reciso qualcosa alla radice, un ramo dal quale non sono mai nati frutti.

La parte peggiore di me è quella persona che non sono mai stata prima, che non sono mai stata obbligata a mostrare perché ho sempre creduto in quello che facevo pensando che la fatica mi avrebbe ripagato, che mi sarebbe stato riconosciuto lo sforzo e l’impegno. Esasperata e delusa, ho messo da parte a malincuore l’idealismo in cui credevo, ho dovuto farlo, anche se da qualche parte ancora latita. Dentro ho però la netta certezza di essere più vicina a me di quanto lo sia mai stata prima, come se fosse necessario farmi ricoprire di incomprensioni e cattiverie, per capire quanto poco me ne importi. Sono serena quando so di non essere compresa, di non essere cercata, perché è allora che vedo chi mi ama davvero.

Angela

Eppure avrei dovuto già da tempo imparare a dubitare, a chiedere ai fatti e non alle parole di mostrarmi la verità, la realtà per quello che è. Ma forse ci voleva l’ennesima notte insonne a base di tosse per ricordarmi di lei, la mia amica Angela, colei che mi definiva come una sorella, e che a un mese dal mio intervento chirurgico, in cui si era detta molto preoccupata della mia ripresa, faceva perdere le tracce di sé per tuffarsi in una relazione amorosa di cui non sapevo nulla.

Così in queste notte post Covid, in cui i postumi del virus si fanno sentire, inizio a ricordare e capisco perché sono così tesa. Sarà che il dubbio non è mai bello, sarà che quella parola non detta o quel gesto compiuto assumono un loro peso all’interno del mio percorso. Devo tutto questo a lei, Angela, per sempre e fortunatamente perduta, che tra l’altro si riaffaccia sulla scena dei social, dopo 7 anni di assenza, in cui probabilmente voleva far perdere traccia di sé e far dimenticare tutte le menzogne raccontate. Così ho scoperto che ha una nuova sorella, probabilmente ne adotta una tutte le volte che ricomincia da capo, che taglia i ponti con il passato in modo che nessuno possa contraddire quello che si permette di raccontare. Chissà se a questa nuova parente acquisita avrà fatto sapere che non è meglio di lei, chissà se si presenterà a casa sua a colazione, pranzo, cena, se si farà portare in vacanza o se racconterà la sua triste vita, con variazioni sempre diverse da un giorno all’altro.

Per me esiste un periodo in cui non volevo vedere e uno in cui ho imparato a vedere quello che veniva omesso. Quella fase in cui, sedendoti accanto a una persona, sai perfettamente che c’è un vuoto tra di voi, quello spazio che non è riempito dalla verità, ma soprattutto dalla lealtà. Sai che quella persona sta volutamente evitando di dirti qualcosa, lo capisci dai suoi modi, dalle sue espressioni, dalla tensione che senti crescere dentro di te, che magari non sei molto brillante, ma il sesto senso ce l’hai, eccome se ce l’hai, per sapere che bisogna andare oltre ed indagare. Perché diversamente tendi a farti scivolare addosso certe circostanze, invece quando l’istinto ti impone di rimanere, allora sai che non puoi fare finta di nulla. Te l’ha insegnato lei, Angela, che non ti voleva bene, ma provava invidia, che voleva essere come te, addirittura comprando per se stessa le orchidee che tu adoravi. Lei che raccontava di vacanze in solitaria, mentre si faceva accompagnare dal manzo di turno a cui concedeva i suoi favori sessuali. Lei che faceva pena a tutti e otteneva scarpe da 200 euro o trattamenti gratuiti. Lei che andava a teatro a vedere il tuo spettacolo preferito senza dirti nulla, ma sfoggiandolo subito dopo, ovviamente senza pagare. Lei, di cui ti sei fidata, a cui hai voluto bene e di cui hai sentito spesso la mancanza, per poi darti come sempre la solita risposta: eri tu che hai fatto tutto, non lei. Lei ha preso, ha usato, si è approfittata e poi ti ha mollata lì, sputandoti addosso con il primo pretesto che ha trovato. E probabilmente senti anche che è tempo di alzare di nuovo la guardia, perché prima o poi tornerà a cercarti, facendoti credere qualcosa di non vero. Nel frattempo i dubbi sono la prova che c’è altro che non va e che non sei paranoica.

Sai che Angela è il massimo esempio di fiducia frantumata, ma le parole non dette, la mancanza di continuità tra parole e azioni restano per tutti quanti. Allora la sveglia notturna è il campanello d’allarme che ti dice di non farti abbindolare, di continuare a dubitare, perché forse sarai pigra, lenta e magari un po’ asociale, ma nel tempo non hai mai dato modo di far dubitare di te stessa.

Matilde

Poi arriva lei, quella notizia che non vorresti mai ricevere, proprio alle due di notte, mentre stai dormendo coccolata da quel poco fresco che la pioggia ha portato con sé. Ti scrive Silvia, dicendoti che lei è mancata. Leggerai il messaggio al mattino, appena sveglia, senza riuscire a capacitartene.

All’improvviso capita che qualcuno di caro venga a mancare, inaspettatamente. Come se attendere la morte la facesse apparire meno dolorosa. Una perdita, un vuoto, quello spazio che nessun altro potrà riempire, perché apparteneva solo a lei.

Ciao Matilde! Mi mancherai. Non credo verrò a salutarti, fatico a dire addio. Non amo le separazioni, i distacchi, tantomeno gli arrivederci. Meglio fare finta di niente, diventa tutto più semplice. Perdo anche te., presenza unica e speciale nella mia vita. Non ti manderemo più i nostri video, Lara ed io, e ogni volta sarà ricordare di non averti più tra di noi.

All’improvviso succede che la luce si spegne, che l’ingranaggio si ferma e non si può sostituire, non ci sono altre opportunità. Finisce tutto lì, in un attimo. Dopo non esiste.

Grazie per avermi ascoltato e consigliato. Grazie della tua saggezza e del tuo cuore grande. Grazie di essere stata di conforto e di sostegno. Grazie per avermi considerata un’amica e per aver riso con me e di me. Grazie per avermi voluto conoscere e avermi giudicata con i tuoi occhi. Grazie di non esserti dimenticata di me.

Ti voglio bene.

Di COVID e di altri virus

Dopo otto giorni di reclusione vorrei cedere alla tentazione di lamentarmi del destino avverso, ma se devo dirla tutta ho conosciuto periodi decisamente più bui e condizioni di salute ben più gravi, seguiti da depressioni molto più acute e durature. Diciamo che da sempre agosto non rappresenta uno dei miei mesi preferiti, specie nella sua prima parte, mentre riesco ad affrontarlo meglio quando volge al termine e cede il posto a un settembre lavorativo, è vero, ma anche di inizi, di ripresa, di progetti.

In queste giornate un po’ tutte uguali le considerazioni sono state molte, la prima e più importante è che non mi sono sentita sola, se non nella misura che l’isolamento impone. Ho ricevuto messaggi inaspettati e incoraggiamenti. Ho scoperto il valore del cibo consegnato a casa, io che di solito esco a procurarmelo, ho apprezzato l’idea di ordinare e ricevere, spaziando un po’ oltre la spesa consegnata da mio fratello che prevede l’alimentazione base. Ma soprattutto ho rallentato la mia ansia di vita, io che mi aspetto sempre di essere all’altezza, di non venire scalfita, di mostrarmi forte e decisa. Io che vengo ripresa per non mostrare mai le mie fragilità ma che poi è come se dovessi sempre fare, reagire, prendere in mano le situazioni, pure non mie, e risolverle. Perché purtroppo accade di cadere non nella propria comfort zone, ma in quella altrui. Credo che sia questo il vero e proprio virus nel quale sono caduta e per il quale non basta un tampone negativo.

Mi sono sentita dare della persona arida, perché non piango in continuazione per quelle che a mio avviso sono stupidaggini. Sono stata invitata a organizzare vacanze o uscite, quando in realtà il bisogno non era certamente mio. Ho avuto la netta sensazione di tranquillizzare chi mi vede, ma non mi è vicino, di essere quello che si aspettavano da me.

Ecco, se fosse possibile, vorrei dire che le persone agiscono in base a necessità. Ci sono tempi di vita che impongono durezza e controllo, altri in cui è bene non pensare, ma piuttosto lasciare andare, prendere la vita come viene, ed evitare soprattutto. Evitare l’incontro e il possibile scontro, evitare di dover essere, di dover fare, di chiedere troppo a se stessi. Evitare di parlare di chi non merita soprattutto, perché non è necessario sempre mettere tutto sotto osservazione e specularci sopra, a volte è bene soprassedere. Ma tutto questo non dipende dalla forza o dal menefreghismo, dipende solo dal bisogno di vivere, di respirare, di trovare una ricetta per non rendere l’esistenza troppo pesante e a volte indigesta.

Alla solita collega intossicante che parte con le sue speculazioni, il mio monito è quello di vivere, e soprattutto di non rompere i cosiddetti.

Faccio cose

Faccio cose, molte e stupide, tipo inviare messaggi a chi non dovrei, essere gentile ed educata là dove non sarebbe nemmeno il caso di provarci, vado avanti, cerco di essere superiore.

Faccio cose che non lasciano il segno ma che fanno bene a me che, nella vita, non ho potuto essere mamma pancina e ho deciso di non essere mamma di cuore, perché sarebbe stata una forzatura.

Faccio cose che interessano a pochi, come ballare a suon di musica egiziana, scrivere post incongruenti, leggere libri, ascoltare musica tamarra (in auto a tutto volume), coltivare piante, dipingere i muri di casa quando sono giù, badare ad una madre che mi tortura il cervello, evitare il vicino di casa ottantenne che mi tampina per portarmi a cena fuori.

Faccio cose e piaccio a pochi. Ho sempre l’impressione di disturbare, di essere invadente, di non essere ascoltata, di non essere amata.

Faccio cose e ne vorrei fare ancora di più, anche se il rischio è di non riuscire a stare dietro a tutto.

Faccio cose come pensare che a volte non è necessario programmare, decidere, attendere, dedicarsi, a volte è bene soprassedere, fare finta di niente, mettere da parte, dimenticare, che tanto l’umano agire è quello che è, che siamo le persone che riusciamo ad essere, che il tempo di vita è un attimo, dopo, tutto è passato.

Allora faccio cose, per un momento, per giorni, per mesi, forse per anni, senza chiedere e senza pretendere, ma forse sperando di trovare sempre l’ispirazione dentro di me per non fermarmi.

Giugno

Tutto si conclude, anche un anno iniziato sotto i peggiori auspici, in cui si è augurato al prossimo qualche palata di cacchetta a rimborso di grane non desiderate. Mesi in cui la rabbia e lo stress hanno raggiunto l’apice, in cui il virus si è riappropriato di spazi e di momenti, in cui il sonno si è tramutato in una conquista. Poi tutto termina, anche un po’ malinconico, un altro anno trascorso, persone che se ne vanno, lasciano il posto ad altre, alcune ancora mantengono la poca trasparenza di cui sono dotate e non lasciano trapelare nulla di sé. Oggi addirittura piove, in un contesto di notizie che predicava siccità, desertificazione e prospettava ristrettezze idriche.

E’ il 28 giugno di quello che potrebbe essere il 2032, perché improvvisamente mi sento più vecchia, più distaccata, più consapevole, meno sognatrice, un po’ come in quei romanzi noir in cui i protagonisti girano per città cupe, attraverso vicoli tortuosi e stentano a venire a capo della loro esistenza. Ecco, una vera vita definita ancora non ce l’ho, e non credo farà mai capolino tra le mie giornate. Forse con questo nuovo sguardo su di me abbandono colei che ho sognato e desiderato essere per accettare quella che sono, la vera me. Forse pensavo di essere pronta ad altro, destinata a fronteggiare diversamente il mio destino, invece scopro una persona mai calcolata prima, mai incrociata sul mio cammino, forse perché le circostanze non lasciavano intendere quello che poi sarebbe successo.

Un anno in cui ho imparato tanto. Ho messo le basi molto incerte di una nuova lingua, ho imparato posture e passi, esattamente come desideravo, ho raggiunto risultati riconosciuti e se me l’avessero chiesto, non avrei preventivato niente di tutto questo. In fondo sono contenta, ma cerco di non mostrarlo, non vorrei che il destino se ne accorgesse troppo in fretta e mi piazzasse qualche bella sorpresa, quando già non mancano. Grazie giugno, che termini, che allontani questi mesi, che mi fai comprendere che a tutto c’è una fine, anche ai periodi più bui, che termini e per un attimo non chiedi niente in cambio, ma anzi mi regali un sonno ristoratore dopo tanto tempo.

La vendetta

Sarebbe bello essere così bravi da riuscire a mettere da parte. Sarebbe bello essere superiori, sorvolare, non dare peso, dimenticare. Ma c’è qualcosa che proprio non vuole saperne di andarsene. La rabbia, la sensazione di avere dato qualcosa di sé ed essere stati presi in giro, trattati con superficialità, messi da parte con un bel calcio. Ma non è nemmeno quello, quanto piuttosto non avere avuto spiegazioni di tanta codardia, non avere avuto nemmeno la soddisfazione di sentirsi dare spiegazioni, guardandosi bene in faccia, osservandosi occhi negli occhi. Che pochezza! Non avere nemmeno il coraggio delle proprie azioni. Questo ferisce e mi impedisce di mettere da parte, di archiviare, di dirmi che va bene così, non è un problema. Mi blocca nell’andare oltre, perché non ne sono capace, perché sono anche io un essere umano, con le sue fragilità e debolezze e non sono in grado di accogliere chi non sa darmi spiegazioni, fosse anche solo dire: “Scusa, ho pensato a me stessa, non mi sono interessata di altro!”

Vorrei essere buona e perdonare, ma se lo facessi mi sentirei solo stupida e lascerei la porta aperta a chiunque per poter fare la stessa cosa. La pace non sta nel perdonare, ma nel lasciare andare, nell’abbandonare la convinzione che incontriamo persone come noi, dotate dello stesso sistema di valori, incapaci di azioni che non saremmo neanche in grado di pensare. La mia unica forza è guardare avanti senza avere cedimenti, senza credere a futili parole, senza prestare attenzione a quello che succede. Trovo fondamentale non avere debolezze, evitare di accanirmi ma mantenere una linea chiara, netta, sperando che gli eventi mi diano ragione, senza il desiderio della vendetta, che purtroppo incalza.

E tanta la smania di esplodere, di lasciare andare tutto, di non avere filtri per poi passare automaticamente dalla parte del torto. La voglia impellente è quella di esprimere il proprio disprezzo, ma non sarebbe giusto. Probabilmente quel piatto che va assaporato freddo, ha ben più sapore che uno sfogo momentaneo e forse è il caso di attenderlo con coscienza, con la certezza che non tarderà ad arrivare e magari sarà bello veder cadere qualcuno senza tendergli la mano, nella convinzione che forse possa imparare da se stesso. Ma è anche vero che chi non ha il coraggio di sé non può averlo nemmeno e tantomeno mentre sta cadendo.

2022

E con grande fatica che riprendo a scrivere. Sono passati ormai diversi mesi dall’ultima volta e la persona che affronta queste righe è sicuramente qualcuno che ancora non conosco. Sarebbe bello continuare a dirsi che sono cambiata, ma temo che non renderebbe l’esatta idea di me. Ho mutato pelle e mi addentro in una zona inesplorata della mia esistenza con la coscienza di chi è morto dentro di me.

La prima persona ad essere scomparsa è la figlia che sono stata. Dopo la perdita di mio padre, ho pensato che tutto sarebbe continuato come prima, senza considerare la madre che mi rimaneva, la pandemia e come avrebbero reagito coloro che mi erano intorno. Sono andata avanti come un treno, senza considerazione per me stessa. Lavoravo, ero presente su tutto, correvo da una parte all’altra di Torino per stare dietro a due scuole, raggiungevo mia madre, che invece di reagire si adagiava su se stessa, ero preoccupata per mio fratello senza lavoro e di sfuggita vedevo che chi mi ruotava intorno, si aspettava esattamente che fossi la stessa persona di sempre. Di notte non dormivo. Puntuale alle 4 e mezza mi svegliavo e non c’era verso di riprendere sonno. Ho provato lo sfinimento e la stanchezza, anche un po’ di esaurimento finché non è arrivata l’estate, in cui tutti si aspettavano da me che organizzassi, che facessi, che mi mettessi in moto, mentre il mio solo pensiero era di trovare un po’ di pace. Ad agosto non sono andata in vacanza, sono rimasta a casa, ho spedito mia madre dalle amiche per due settimane e mio fratello al mare, e finalmente ho tirato il fiato. Mi ero presa l’incarico di curare il giardino di famiglia e l’orto, così mentre bagnavo e mi inzaccheravo di terra e fango, ho ripreso di nuovo contatto con me stessa. Mio padre era morto da un anno e io non l’avevo ancora pianto, non ne avevo avuto il tempo. Quella sveglia all’alba mi ricordava l’ora della sua morte, il momento in cui mio fratello mi aveva raggiunto telefonicamente per avvisarmi e in cui, come un automa, mi ero vestita e avevo raggiunto casa dei miei, dove da poco era andata via l’ambulanza. Lui era ancora lì immobile, come se stesse dormendo, a decretare la fine di qualcosa che non sarò mai più, una figlia.

Quando viviamo la perdita di una persona cara, nessuno è in grado di spiegarci quello che affronteremo perché la prima paura è parlarne. Ci sono stati momenti in cui ho cercato di farlo, creando l’imbarazzo intorno a me e l’incapacità di ascoltarmi davvero. Qualcuno ha visto quanto stavo chiedendo a me stessa, ma ugualmente continuava a domandare le mie energie. Purtroppo la donna che mi è rimasta accanto e che continuo a chiamare madre, ha mostrato di essere colei che per prima si aggrappava al braccio forte di quello che era un padre anche per lei. In una situazione di questo genere non si va da nessuna parte finché un giorno non accade di avere voglia di riprendere in mano le fila, di fare il punto su se stessi e di andare avanti con un’andatura nuova, diversa, necessaria.

Da qualche mese ho ripreso a dormire, complice l’erborista maghetta del quartiere nel quale vivo, che ha saputo ascoltarmi e consigliarmi, dopo aver vissuto in prima persona la mia stessa esperienza. Poi è intervenuta la mia voglia di normalità, il bisogno di riposare e di placare l’ansia e i mal di testa.

Ho realizzato che da qualche giorno è iniziato il 2022, che ovviamente non ho festeggiato né salutato benevola, timorosa che possa ancora regalarmi dolori, perdite e quant’altro. I soliti noti che si aspettano da me che io sia sempre la stessa hanno trovato la porta chiusa e un rifiuto silenzioso ai loro tentativi di sfruttare la mia disponibilità. I muri che ho costruito intorno a me per necessità sono ancora alti, per proteggermi e soprattutto per tutelare la persona che sta emergendo, che getta via in continuazione oggetti e abiti, che svuota gli armadi, che si libera di un’esistenza che non le appartiene più. Lei mi chiede di viaggiare più leggera, di essere più spensierata perché non si può attribuire a tutto lo stesso valore, non è più possibile stare male per ogni cosa, arrabbiarsi, prendersela senza discernimento. Mi chiede di essere una persona che non sono mai stata, ma che è necessario che impari a conoscere, una me più giusta per me.

q.b.

Quanto basta.

Quanto basta per ritrovarsi coinvolta in una storia e scoprire di essere stata l’unica a crederci?

Quanto basta per lasciare andare emozioni, sentimenti, come un fiume in piena, quando non sarebbe davvero necessario?

Qual è la ricetta, la misura necessaria, il giusto mezzo per non sentirsi spazzare via da tutto, per non provare quella eterna sensazione di profonda solitudine che un sentimento vero e vissuto lascia sempre, una volta che termina?

Qual è l’arma segreta per salvarsi, per mettersi al riparo dal pericolo che una relazione inevitabilmente porta con sé?

Ecco, oggi mi dico che non è necessario andare oltre se stessi, non è giusto né salutare. Una teoria che sarebbe bello tramutare in una sana pratica, in quel movimento di salvaguardia di se stessi mentre un velo di depressione annebbia gli occhi, pieni di lacrime.

La notte non è stata più la stessa per tanto tempo, per mesi che non hanno ceduto il passo al sonno. Poi ti svegli una mattina e realizzi che eri solo tu, che nessuno ha fatto altrettanto per te, perché la specie uomo fugge, non piange. Come nelle migliori tradizioni, la miglior difesa è la fuga. Non c’è soluzione. Così forse è meglio lasciare andare, quanto basta.