E’ sabato sera. E’ ii giorno dello spettacolo di danza. Arrivo al locale dove di solito ci esibiamo e mi tessero. Poi entro. Ci sono già le mie compagne, non tutte, qualcuna deve ancora arrivare. Facciamo le prove e poi ci cambiamo. La serata deve ancora iniziare ma siamo già cariche, con il bicchiere in mano. Poco per volta arrivano le mie amiche, quelle che erano venute in ospedale quando ancora mi muovevo con il girello perché non riuscivo a stare in piedi in autonomia. Non erano tanti mesi fa, era giusto settembre. Scambiamo due parole mentre sono in coda e poi le accompagno al tavolo giusto davanti al palco dove ci esibiamo. Vengono subito servite. La formula quest’anno prevede un aperitivo, più informale e più veloce.
Inizia lo spettacolo. Noi siamo il pezzo n. 4. Non sono particolarmente emozionata, è un pezzo che abbiamo provato e riprovato talmente tante volte. Finito di ballare raggiungiamo i divanetti, guardo Simona e le dico: ce l’ho fatta!!
Quest’anno salire su quel palco è stata una sfida con me stessa. Fino all’ultimo non sapevo se ce l’avrei fatta. C’erano molte incognite. Le terapie a cui ancora mi sottopongo una volta al mese (i 12 cicli di chemio a dosaggio pieno), la stanchezza che ne consegue, il fatto che mi stanco in fretta anche quando arrivo alla terza settimana prima della nuova terapia. Tante cose non visibili ma tangibili dentro di me.
E’ il mattino dopo che tutte le emozioni mi arrivano addosso mentre sdraiata nel letto, piango. Ce l’ho fatta! è la frase che ripeto in continuazione. Allora prendo il cellulare e inizio a mandare messaggi per ringraziare le persone che sono venute a vedermi, che mi hanno immortalata per quei tre minuti in cui ho ballato, sorridendo al fatto di essere viva. Penso a mio fratello che, quando sono finita in pronto soccorso e avevo la parte destra del corpo bloccata, non sapeva se avrei ripreso a camminare. Penso al dolore che ho attraversato in tutti questi mesi e penso alla forza che ci ho messo e al corpo che mi ha sorretto e che forse ho dato per scontato tante troppe volte. Penso al mio coraggio e alla voglia di non mollare mai, penso alla gratitudine di alzarmi tutte le mattine e camminare sulle mie gambe, di essere autonoma, di non avere bisogno di essere assistita.
Per tanto tempo ho dato per scontate tante situazioni, a volte ho anche giustificato certe reazioni altrui, poi la vita mi ha messo con le spalle al muro, il mio corpo si è ritorto contro me stessa perché certi limiti erano stati superati. Tutto si è azzerato. Ho dovuto riprendere l’uso delle parole, ricominciare a muovermi. Il mio cervello si era spento e poi l’hanno acceso di nuovo i chirurghi che sono intervenuti, ma ho dovuto avere pazienza. Sto imparando a vivere nell’oggi senza ansie, a dare il giusto peso a quello che affronto giorno per giorno.
A ottobre, l’idea di ballare allo spettacolo di giugno era un pensiero che non consideravo, non sapevo come avrei affrontato la radioterapia, che conseguenze ci sarebbero state con le pastiglie di chemio, troppo da gestire tutto insieme. Quando tutto si è interrotto poco prima di Natale, ho sentito l’esigenza di riprendere a vivere. In questi mesi mi sono interfacciata con molte difficoltà, ma sto imparando che tutto può essere affrontato poco per volta, senza fretta, un gradino alla volta, che la caduta fa parte del percorso, che le lacrime sono l’eterna cornice, e che tante volte per vivere ci vuole molto coraggio.