Il 2 luglio

E poi arriva luglio e manco te ne accorgi, giri la pagina del calendario alcolico, che suggerisce margarita per questo mese, e improvvisamente realizzi che hai il saggio di danza finale con quel gruppo di pazzerelle che da un anno frequenti un sabato al mese. Perché tra le varie ed eventuali sei riuscita a inserire anche quest’anno l’immancabile appuntamento danzerino e il saggio, proprio tu che lo odi, che lo temi da sempre, perché sai già che non è pane per i tuoi denti. Ma l’amica Antonia ti ha voluto coinvolgere, lo ha promesso pure alla maestra di farti entrare nel gruppo whatsapp Coreografia 1, proprio tu che odi pure quelli e ne avrai almeno una decina aperti. Così un sabato al mese ti dedichi a muovere l’anca, perché ormai della danza magica orientale non puoi più farne a meno. Così abbandonato il ruolo profia lofia ti concentri per la parte dell’odalisca de noartri, con un costumino castigato giallo luccicoso che lascia poco all’immaginazione, tantomeno a mostrare le tue grazie adipose che si depositano lì sulla pancia appunto, dove il dente duole, in un corpetto che mostra pure il davanzale che mamma ti fece. Ecco, ci sono persone che attendono con ansia di mostrare i propri fisici asciutti o formosi, la sottoscritta no, anche perché basta poco perché le rotondità che la circondano si mostrino. Ma nel tempo ho imparato che me ne frego e per quanto non impazzisca per il mio corpo e rimpianga la me di molti anni fa e soprattutto di molti kili or sono, cerco di essere comunque fiera di me e di tutto quello che mi porto appresso.

Arriva dunque il 2 luglio, un sabato. Si apre sotto i migliori auspici, la maestra non farà prove generali sul posto, non ci saranno tour de force in teatro, ci troveremo con calma sul posto verso le 19. Ed è così che intorno alle 18:30 si apre la soirée con un bello spritz di ouverture, giusto per togliersi la sete e rompere il ghiaccio con il palco, ovviamente a proportelo è sempre la stessa amica che ti ha convinta ad essere lì con lei. Nella serata ne seguiranno molti di brindisi, ma soprattutto la serata cabaret El Leil wel Nil, una notte lungo il Nilo, si trasformerà in una festa, in cui salire sul palchetto e danzare sarà la cosa più semplice e naturale del mondo. Sarà un momento in cui concludere l’anno, in cui mostrare quanto si è imparato e non quanto qualcuno si aspetta. Sarà la metafora della vita, come propone lei, la tua maestra beduina che vive tra l’Italia, la Spagna e l’Egitto, quel momento in cui godersi l’istante, in cui sorridere e fottersene di quello che altri pensano, sarà il momento per regalare un sorriso a chi è venuto a vederti e non se n’è dimenticato, o non aveva deciso di assolvere ad altri imprescindibili impegni. Sarà il momento in cui, dopo tanto di tutto, lascerai andare te stessa, complice l’alcol, il caldo, le mani che applaudono e la musica che ripete la stessa melodia, provata e riprovata.

E quando tutto finisce, pensi silenziosamente dentro di te che non vedi l’ora che un altro anno arrivi per imparare, per migliorare, per mostrare a te stessa ancora qualcosa che non conosci, ma ovviamente non lo dici a nessuno.

Giugno

Tutto si conclude, anche un anno iniziato sotto i peggiori auspici, in cui si è augurato al prossimo qualche palata di cacchetta a rimborso di grane non desiderate. Mesi in cui la rabbia e lo stress hanno raggiunto l’apice, in cui il virus si è riappropriato di spazi e di momenti, in cui il sonno si è tramutato in una conquista. Poi tutto termina, anche un po’ malinconico, un altro anno trascorso, persone che se ne vanno, lasciano il posto ad altre, alcune ancora mantengono la poca trasparenza di cui sono dotate e non lasciano trapelare nulla di sé. Oggi addirittura piove, in un contesto di notizie che predicava siccità, desertificazione e prospettava ristrettezze idriche.

E’ il 28 giugno di quello che potrebbe essere il 2032, perché improvvisamente mi sento più vecchia, più distaccata, più consapevole, meno sognatrice, un po’ come in quei romanzi noir in cui i protagonisti girano per città cupe, attraverso vicoli tortuosi e stentano a venire a capo della loro esistenza. Ecco, una vera vita definita ancora non ce l’ho, e non credo farà mai capolino tra le mie giornate. Forse con questo nuovo sguardo su di me abbandono colei che ho sognato e desiderato essere per accettare quella che sono, la vera me. Forse pensavo di essere pronta ad altro, destinata a fronteggiare diversamente il mio destino, invece scopro una persona mai calcolata prima, mai incrociata sul mio cammino, forse perché le circostanze non lasciavano intendere quello che poi sarebbe successo.

Un anno in cui ho imparato tanto. Ho messo le basi molto incerte di una nuova lingua, ho imparato posture e passi, esattamente come desideravo, ho raggiunto risultati riconosciuti e se me l’avessero chiesto, non avrei preventivato niente di tutto questo. In fondo sono contenta, ma cerco di non mostrarlo, non vorrei che il destino se ne accorgesse troppo in fretta e mi piazzasse qualche bella sorpresa, quando già non mancano. Grazie giugno, che termini, che allontani questi mesi, che mi fai comprendere che a tutto c’è una fine, anche ai periodi più bui, che termini e per un attimo non chiedi niente in cambio, ma anzi mi regali un sonno ristoratore dopo tanto tempo.

La vendetta

Sarebbe bello essere così bravi da riuscire a mettere da parte. Sarebbe bello essere superiori, sorvolare, non dare peso, dimenticare. Ma c’è qualcosa che proprio non vuole saperne di andarsene. La rabbia, la sensazione di avere dato qualcosa di sé ed essere stati presi in giro, trattati con superficialità, messi da parte con un bel calcio. Ma non è nemmeno quello, quanto piuttosto non avere avuto spiegazioni di tanta codardia, non avere avuto nemmeno la soddisfazione di sentirsi dare spiegazioni, guardandosi bene in faccia, osservandosi occhi negli occhi. Che pochezza! Non avere nemmeno il coraggio delle proprie azioni. Questo ferisce e mi impedisce di mettere da parte, di archiviare, di dirmi che va bene così, non è un problema. Mi blocca nell’andare oltre, perché non ne sono capace, perché sono anche io un essere umano, con le sue fragilità e debolezze e non sono in grado di accogliere chi non sa darmi spiegazioni, fosse anche solo dire: “Scusa, ho pensato a me stessa, non mi sono interessata di altro!”

Vorrei essere buona e perdonare, ma se lo facessi mi sentirei solo stupida e lascerei la porta aperta a chiunque per poter fare la stessa cosa. La pace non sta nel perdonare, ma nel lasciare andare, nell’abbandonare la convinzione che incontriamo persone come noi, dotate dello stesso sistema di valori, incapaci di azioni che non saremmo neanche in grado di pensare. La mia unica forza è guardare avanti senza avere cedimenti, senza credere a futili parole, senza prestare attenzione a quello che succede. Trovo fondamentale non avere debolezze, evitare di accanirmi ma mantenere una linea chiara, netta, sperando che gli eventi mi diano ragione, senza il desiderio della vendetta, che purtroppo incalza.

E tanta la smania di esplodere, di lasciare andare tutto, di non avere filtri per poi passare automaticamente dalla parte del torto. La voglia impellente è quella di esprimere il proprio disprezzo, ma non sarebbe giusto. Probabilmente quel piatto che va assaporato freddo, ha ben più sapore che uno sfogo momentaneo e forse è il caso di attenderlo con coscienza, con la certezza che non tarderà ad arrivare e magari sarà bello veder cadere qualcuno senza tendergli la mano, nella convinzione che forse possa imparare da se stesso. Ma è anche vero che chi non ha il coraggio di sé non può averlo nemmeno e tantomeno mentre sta cadendo.

2022

E con grande fatica che riprendo a scrivere. Sono passati ormai diversi mesi dall’ultima volta e la persona che affronta queste righe è sicuramente qualcuno che ancora non conosco. Sarebbe bello continuare a dirsi che sono cambiata, ma temo che non renderebbe l’esatta idea di me. Ho mutato pelle e mi addentro in una zona inesplorata della mia esistenza con la coscienza di chi è morto dentro di me.

La prima persona ad essere scomparsa è la figlia che sono stata. Dopo la perdita di mio padre, ho pensato che tutto sarebbe continuato come prima, senza considerare la madre che mi rimaneva, la pandemia e come avrebbero reagito coloro che mi erano intorno. Sono andata avanti come un treno, senza considerazione per me stessa. Lavoravo, ero presente su tutto, correvo da una parte all’altra di Torino per stare dietro a due scuole, raggiungevo mia madre, che invece di reagire si adagiava su se stessa, ero preoccupata per mio fratello senza lavoro e di sfuggita vedevo che chi mi ruotava intorno, si aspettava esattamente che fossi la stessa persona di sempre. Di notte non dormivo. Puntuale alle 4 e mezza mi svegliavo e non c’era verso di riprendere sonno. Ho provato lo sfinimento e la stanchezza, anche un po’ di esaurimento finché non è arrivata l’estate, in cui tutti si aspettavano da me che organizzassi, che facessi, che mi mettessi in moto, mentre il mio solo pensiero era di trovare un po’ di pace. Ad agosto non sono andata in vacanza, sono rimasta a casa, ho spedito mia madre dalle amiche per due settimane e mio fratello al mare, e finalmente ho tirato il fiato. Mi ero presa l’incarico di curare il giardino di famiglia e l’orto, così mentre bagnavo e mi inzaccheravo di terra e fango, ho ripreso di nuovo contatto con me stessa. Mio padre era morto da un anno e io non l’avevo ancora pianto, non ne avevo avuto il tempo. Quella sveglia all’alba mi ricordava l’ora della sua morte, il momento in cui mio fratello mi aveva raggiunto telefonicamente per avvisarmi e in cui, come un automa, mi ero vestita e avevo raggiunto casa dei miei, dove da poco era andata via l’ambulanza. Lui era ancora lì immobile, come se stesse dormendo, a decretare la fine di qualcosa che non sarò mai più, una figlia.

Quando viviamo la perdita di una persona cara, nessuno è in grado di spiegarci quello che affronteremo perché la prima paura è parlarne. Ci sono stati momenti in cui ho cercato di farlo, creando l’imbarazzo intorno a me e l’incapacità di ascoltarmi davvero. Qualcuno ha visto quanto stavo chiedendo a me stessa, ma ugualmente continuava a domandare le mie energie. Purtroppo la donna che mi è rimasta accanto e che continuo a chiamare madre, ha mostrato di essere colei che per prima si aggrappava al braccio forte di quello che era un padre anche per lei. In una situazione di questo genere non si va da nessuna parte finché un giorno non accade di avere voglia di riprendere in mano le fila, di fare il punto su se stessi e di andare avanti con un’andatura nuova, diversa, necessaria.

Da qualche mese ho ripreso a dormire, complice l’erborista maghetta del quartiere nel quale vivo, che ha saputo ascoltarmi e consigliarmi, dopo aver vissuto in prima persona la mia stessa esperienza. Poi è intervenuta la mia voglia di normalità, il bisogno di riposare e di placare l’ansia e i mal di testa.

Ho realizzato che da qualche giorno è iniziato il 2022, che ovviamente non ho festeggiato né salutato benevola, timorosa che possa ancora regalarmi dolori, perdite e quant’altro. I soliti noti che si aspettano da me che io sia sempre la stessa hanno trovato la porta chiusa e un rifiuto silenzioso ai loro tentativi di sfruttare la mia disponibilità. I muri che ho costruito intorno a me per necessità sono ancora alti, per proteggermi e soprattutto per tutelare la persona che sta emergendo, che getta via in continuazione oggetti e abiti, che svuota gli armadi, che si libera di un’esistenza che non le appartiene più. Lei mi chiede di viaggiare più leggera, di essere più spensierata perché non si può attribuire a tutto lo stesso valore, non è più possibile stare male per ogni cosa, arrabbiarsi, prendersela senza discernimento. Mi chiede di essere una persona che non sono mai stata, ma che è necessario che impari a conoscere, una me più giusta per me.

Trois

Esistono quelle stagioni della vita che hanno un profumo diverso, che traghettano verso un ignoto tutto da percorrere. Mi sento proprio così mentre leggo l’ultimo romanzo di Valérie Perrin, scrittrice che ho amato dalla prima riga di Changer l’eau des fleurs, quando sono arrivata a Lione per la prima volta. Il romanzo parla di adolescenze e di età adulte, di sogni e di vita, di luci e di ombre. Inutile non pensare alla propria di adolescenza e alle persone che l’hanno accompagnata e a quanti sono rimasti perché come dice Nina, una delle protagoniste, il y a ceux qui restent et ceux qui partent. Et puis il y a ceux qui abandonnent. Inutile non pensare agli amici che c’erano, a quelli che non ci sono più e a quelli che ancora siedono accanto a me per gustare un aperitivo. Ancora insieme, ancora distanti, ancora qualcosa che rimane da dirsi, da fare, da accogliere interamente, fosse anche solo una briciola di sé.

Il romanzo parla di estate, parla di stagioni del cuore, parla di silenzi e di solitudini. Mentre lo divoro parola per parola, riga per riga, senza accorgermi del tempo che scorre, capisco che era davvero il momento giusto per soffermarsi, per attendere, per posare a terra i progetti, i piani, la rabbia, il bisogno perenne di concretizzare per permettermi semplicemente di essere la persona che sono. Riconosco a me stessa le mie fragilità, le mie debolezze, e forse davvero dovrei andare da qualcuno, intraprendere un percorso psicologico, perché sono molto provata, ma per la prima volta dico di no, non voglio parlare con nessuno, non voglio raccontare, non voglio ripercorrere i km di questi due anni in cui tutti rimanevano barricati in casa, mentre correvo per non farmi schiacciare, mentre il dolore compariva di notte e le lacrime lo accompagnavano.

Non voglio andare da nessuna parte, non voglio programmare, non voglio decidere, non voglio parlare con nessuno. Non sono malata, non sono depressa, non sono di cattivo umore, sono solo in cerca di me, della mia voce interiore, alla scoperta di questa nuova fase della mia vita che sa di vaniglia, di candele profumate, di pareti color rosa macaron, di musica, di danze casalinghe e di una nuova me che ha bisogno di tempo. Fuori tutto scorre, come ha sempre fatto. Non importa. Scorre anche senza di me. La vita va avanti senza che sia sempre necessario fare qualcosa perché accada. A volte travolge, a volte accompagna, ultimamente ha latitato in fatto di gioie, di amore, di rapporti, ma forse è anche vero che qualcosa va lasciato andare, non sempre tutto può essere trattenuto.

Essere instancabile, non perdere mai il filo, non fermarmi mai, mi ha fatto piegare su me stessa, fino a quando non mi sono più sentita, perché avevo troppe voci intorno da ascoltare. Chiedevano tutte ma nessuna ascoltava, ed era faticoso distinguere le parole e le intonazioni delle voci, capire chi davvero aveva bisogno e chi avrebbe potuto farcela da sola. Tutto ha raggiunto la stessa modulazione di frequenza, e magari qualcosa mi sarei potuta risparmiare, anche solo per vivere meglio.

Quello che ora faccio è lasciare scorrere, mentre l’estate va, e forse è più facile abbozzare qualche idea, qualche pensiero, in attesa di tempi più favorevoli, forse anche di momenti più avvolgenti..

Ricostruire

La domanda di rito che mi pone la collega è: hai prenotato le vacanze? La risposta è no, non ho deciso. Non è l’emergenza COVID che mi impone di non farlo, non è nemmeno la mancanza di interesse, è che non ho voglia, non ce la faccio, non riesco nemmeno a pensare a cosa farò domani.

Ho deciso di imbiancare casa, questo sì, di stuccare quella perdita nel muro che ormai si è riassorbita, ma che per due anni ho lasciato lì, rincorrendo emergenze, mentre entravo e uscivo di casa come una pazza, dimenticandomi pure di chi ero, probabilmente per non mollare. Così, rientrata da una settimana di mare in cui ho spurgato, ho preso in mano spatola e pennello e ho cancellato l’ennesimo segno di umidità che ricopriva il muro, e mentre c’ero ho cambiato i colori di alcune pareti, sono entrata in una fase gialla e in una blu, che più guardo e più mi piace e ho scaricato la mente.

I miei obiettivi sono diecimila passi al giorno e una serie di esercizi per tornare in forma, per me, solo per me e per nessun altro. Ho ricevuto una piccola tregua sul lavoro, un orario meno impegnativo, qualcosa che sia in grado di seguire con più tranquillità, ci rimetterò sul piano economico ma al momento ho bisogno di riprendere in mano i contorni di me. Una me che nel tempo si è sformata per dei fibromi che hanno invaso il suo corpo, una me che ha subito una perdita di una parte di sè. Una me che ha visto ospedali e malattie, reparti di chemioterapia e capelli che cadevano, parti del corpo amputate, un padre che le moriva davanti, i ladri in casa e chi più ne ha più ne metta. Una me che ha tenuto la testa bassa, che è stata forte, che ha dato, ma ha ricevuto troppo poco e che adesso pensa di meritarsi una tregua. Questa me chiede di tornare in forma, chiede un po’ di compassione e un tempo giusto per capire dov’è perché al momento si sente alquanto persa e confusa.

Vivo nel silenzio che non trovo opprimente ma quasi purificante, in cui le voci rimangono fuori, accompagnate da malelingue e dicerie non vere, ovviamente. Ho deciso che non le merito, che piuttosto meglio una giornata da sola che non con chi non si sa risparmiare affondando là dove già mi sento alquanto fragile. Ho pensato e provato a rielaborare, ho ripercorso le strade già battute e mi sono guardata nella mia splendida imperfezione, che non mi sembra niente di così sbagliato. Ho vissuto nella stanchezza di notti insonni e di giornate infinite, avvolta da lacrime. Sono triste, spesso, e non credo che le cose miglioreranno, andranno come devono andare e, se necessario, sarà di nuovo ora di armarsi di pennello e spatola per ricostruire crepe, muri o perdite. Cadrò di nuovo, è certo, e non è detto che sappia rialzarmi, può essere che per un tempo necessario decida di restarmene seduta ad aspettare tempi migliori, le energie necessarie e la forza per reagire.

Vivo nel presente, nella persona che sono, nella vita che mi aspetta, bella e brutta che sia. Ho superato le tempeste, rimanendo in piedi, già un grande traguardo, forse è tempo di concedersi di cadere serenamente.

q.b.

Quanto basta.

Quanto basta per ritrovarsi coinvolta in una storia e scoprire di essere stata l’unica a crederci?

Quanto basta per lasciare andare emozioni, sentimenti, come un fiume in piena, quando non sarebbe davvero necessario?

Qual è la ricetta, la misura necessaria, il giusto mezzo per non sentirsi spazzare via da tutto, per non provare quella eterna sensazione di profonda solitudine che un sentimento vero e vissuto lascia sempre, una volta che termina?

Qual è l’arma segreta per salvarsi, per mettersi al riparo dal pericolo che una relazione inevitabilmente porta con sé?

Ecco, oggi mi dico che non è necessario andare oltre se stessi, non è giusto né salutare. Una teoria che sarebbe bello tramutare in una sana pratica, in quel movimento di salvaguardia di se stessi mentre un velo di depressione annebbia gli occhi, pieni di lacrime.

La notte non è stata più la stessa per tanto tempo, per mesi che non hanno ceduto il passo al sonno. Poi ti svegli una mattina e realizzi che eri solo tu, che nessuno ha fatto altrettanto per te, perché la specie uomo fugge, non piange. Come nelle migliori tradizioni, la miglior difesa è la fuga. Non c’è soluzione. Così forse è meglio lasciare andare, quanto basta.

Martedì

Scorrono davanti ai miei occhi carrellate di foto e di video, di pseudo vacanze e giornate ridenti. L’effetto delle vite degli altri. Esistenze che raccolgono l’immagine di perfezione. Figli immortalati, mariti sorridenti, momenti unici. Impossibile non venirne colpiti o quasi inevitabile non fare paragoni, soprattutto se nel frattempo ti ritrovi con le mensole della libreria che ti crollano addosso per il peso che hanno sopportato in questi anni e valuti il rapporto qualità-prezzo della spesa Ikea fatta. Mentre accatasti i volumi e scopri quanto sei brava nell’accumulare il peso del sapere, non è difficile realizzare che per quanto tutto sia possibile, quelle immagini che in fondo un po’ invidi, non saranno mai tue.

Ormai da tempo so che ci sono cose che non accadranno mai. Non diventerò mai madre. Non potrò quindi immortalare i miei discendenti diretti in foto ad hoc, sfoggiando una maternità che mi è stata negata per sempre. Non sarò mai nemmeno quella persona che in ogni istante della sua esistenza non perde occasione per far sapere quello che sta facendo o pensando. Non sarò colei che ottiene complimenti, perché a mala pena è in grado di farne. Non sarò quella che scrive lunghe didascalie a commento delle sue avventure. E in fondo un po’ invidio chi ci riesce.

Invidio chi guarda a se stesso, fiducioso del fatto che andrà tutto bene. Invidio chi si può permettere di parlare di figli, di pagelle, di fatiche quotidiane, di mariti inaffidabili e brontoloni. Invidio il senso che tutto questo porta con sé: una società che accetta, che accoglie quanto rientra nei canoni stabiliti, senza tradire le aspettative.

Sono ormai anni che dovrei aver imparato, ma come dice la mia amica S., probabilmente non ho ancora elaborato il lutto di quanto perso. Non ho ancora messo da parte il desiderio che accada per me lo stesso , pur senza figli o compagno. Non ho ancora accettato di non essere presa in considerazione, perché coinvolgermi è scomodo e occorrerebbe prendere le dovute cautele. Non accade nulla di bello perché non ho i corretti riferimenti per affermarlo.

Mi domando anche a chi può interessare sapere che pur senza il necessario occorrente, la vita continua lo stesso. Non sarà semplice conformarsi, ma il mondo è pieno di nicchie nelle quali si accomodano donne diverse, donne che raccontano di viaggi, di stanchezze, di ore di studio. Non svelano la propria esistenza legata ad un amore oppure a un compagno, né tantomeno tirano fuori dal cilindro bambini, ma non significa che amino di meno o che non siano disposte a mettere a rischio una parte di sé in nome di qualcosa in cui credono. E certamente più naturale accarezzare un’esistenza che non ha bisogno di troppe spiegazioni, dove alla domanda: “hai figli?” è semplice rispondere con un numero, senza sentirsi quasi in dovere di dover tirare fuori un bambino seduta stante per evitare imbarazzi, o rispondere semplicemente sì, se ti chiedono se sei sposata. Io non sono sposata, non ho un compagno e non ho procreato, ma nonostante tutto, esisto. Difficile crederlo, anche per me che mi vergogno quasi di quella che sono, come se fossi un fallimento, come se dovessi continuamente giustificare la mia parte mancante.

Probabilmente vivo di un orgoglio ferito, in cui il presente ha un gusto davvero amaro che non tende ad addolcirsi. Forse occorre tempo per smettere di considerare quanto accaduto una punizione, una prova dura, guardandosi con benevolenza, specie se il riflesso di rimando è molto distante dalla realtà immaginata.

Happy Mother’s Day

Passano gli anni ma la festa della mamma resta per me ancora uno scoglio insormontabile. Sarà per questo che decido di consegnare il giorno prima il regalo alla mia di mamma, per evitare di cadere nell’inevitabile tranello dell’Happy Mother’s Day.

Ricordo ancora la prima volta, subito dopo l’intervento che ha decretato la fine di ogni mio desiderio materno. Una serie di auguri scambiati sulle malefiche chat di Whatsapp, un inneggiare continuo a una maternità ormai negata per sempre. Forse con un po’ di tripudio ringrazio quel simpatico hacker che non mi permette di accedere a Facebook perdendomi così quelle ennemila foto e frasi di circostanza in nome di madri vive e vegete, madri ormai assenti, neomamme e future mamme. Benché ringrazi il cielo di avere ancora accanto la mia con tutto il suo fardello di depressione e angoscia esistenziale, non trovo comunque necessario tutto questo dispendio social di affettività ed effusioni. Mi ritrovo così acida come non avrei mai voluto essere, triste e disillusa, consapevole che la migliore difesa è la fuga. Sogno con struggimento di evitare qualsiasi forma di responsabilità, di sovraesposizione al dovere per essere fedele a quella ferita che mi si apre ancora dentro, perché non è vero che il tempo cura. La cicatrice rimane, evidente ai miei occhi, ma il taglio che nasconde è ben più profondo della smorfia che la pelle ha prodotto su di essa. Desidero essere una persona inaffidabile e scostante, evitando di comprendere e di capire. Oggi più che mai la solitudine mi sembra la medicina migliore per non venire schiacciata, per non dovermi ammutolire con un sorriso sulle labbra per tutto quello che non avrò mai.

In tutto questo, ancora non capisco le ragioni di chi ha deciso che cosa era giusto per me. Ancora non arrivo a spingermi oltre la soglia del mio egoismo, non riuscendo a trovare giustificazioni.

Domani sarà come sempre un altro giorno, le celebrazioni saranno terminate, la vita riprenderà uguale per tutti, senza ricordarci per forza quello che non siamo.

Svuotare gli armadi

Lascio mia madre tra le note di Va’ pensiero e Don’t cry for me Argentina. Lei che, ormai da un anno si è convertita alla vita online fra Youtube, Google e i messaggi di Whatsapp che ormai arrivano a ciclo ininterrotto per aggiornarmi su programmi televisivi, dimore britanniche, potenziali fidanzati nobili d’oltre Manica e news generali. Inevitabilmente anche per lei la vita ha preso un’altra piega, a un anno quasi dalla perdita dell’uomo che l’ha accompagnata per 55 anni. Perché se la pandemia ci ha bloccati fisicamente, non ci ha comunque impedito di pensare, di riflettere, di ponderare, valutare, e poi ancora pensare, analizzare, ribaltandoci su noi stessi come tutti i mali. Sarà per questo che quando arrivo a casa, mi dico che è arrivato il momento, quello sempre un po’ rimandato perché non ritenuto ancora giusto, come se poi ne esistesse davvero uno. Sarà il 25 aprile che chiama ben altra Liberazione a impormi di eliminare abiti, borse, sciarpe, calze. Presa da un impeto improvviso apro gli armadi e mi disfo di me. Mi svuoto di una me che non esiste più ed esulto, perché era tempo che accadesse. Non cedo alla tentazione di tenere, di attaccarmi, di lacerarmi ancora. Ci sono abiti che non fanno più parte di me, o meglio ancora io non faccio più parte di loro, di quella me che è esistita ma che al momento si sente bene nei propri panni di cinica e disillusa, che con fierezza ammette di non farcela, di non essere abbastanza forte. Una me che cammina da tempo a rallentatore, mentre la strada non cede alla pianura. Una me a cui ho chiesto ma che ora dice di no. Sarà l’ennesima incazzatura, sarà la quantità di notizie tristi che mi ha schiacciato, sarà che proprio non ce la faccio. Contro ogni pronostico, non mi sono rialzata e non c’è niente che sia andato meglio. Ho continuato a tenere la testa bassa ma non è arrivato nulla di buono. Dopo un po’ mi sono sentita stremata. Non sarà una maglia in meno a risolvere i miei problemi, ma è certo che non si può sempre tenere tutto o tenersi a tutto. Gli equilibri cambiano e di conseguenza ci articoliamo diversamente, incespicando, insicuri, su una strada mai percorsa. Per una volta non è triste lasciarsi alle spalle qualcosa, consapevole di un dolore costante che non molla. Forse è semplicemente un tempo diverso.