Ce l’ho fatta!

E’ sabato sera. E’ ii giorno dello spettacolo di danza. Arrivo al locale dove di solito ci esibiamo e mi tessero. Poi entro. Ci sono già le mie compagne, non tutte, qualcuna deve ancora arrivare. Facciamo le prove e poi ci cambiamo. La serata deve ancora iniziare ma siamo già cariche, con il bicchiere in mano. Poco per volta arrivano le mie amiche, quelle che erano venute in ospedale quando ancora mi muovevo con il girello perché non riuscivo a stare in piedi in autonomia. Non erano tanti mesi fa, era giusto settembre. Scambiamo due parole mentre sono in coda e poi le accompagno al tavolo giusto davanti al palco dove ci esibiamo. Vengono subito servite. La formula quest’anno prevede un aperitivo, più informale e più veloce.

Inizia lo spettacolo. Noi siamo il pezzo n. 4. Non sono particolarmente emozionata, è un pezzo che abbiamo provato e riprovato talmente tante volte. Finito di ballare raggiungiamo i divanetti, guardo Simona e le dico: ce l’ho fatta!!

Quest’anno salire su quel palco è stata una sfida con me stessa. Fino all’ultimo non sapevo se ce l’avrei fatta. C’erano molte incognite. Le terapie a cui ancora mi sottopongo una volta al mese (i 12 cicli di chemio a dosaggio pieno), la stanchezza che ne consegue, il fatto che mi stanco in fretta anche quando arrivo alla terza settimana prima della nuova terapia. Tante cose non visibili ma tangibili dentro di me.

E’ il mattino dopo che tutte le emozioni mi arrivano addosso mentre sdraiata nel letto, piango. Ce l’ho fatta! è la frase che ripeto in continuazione. Allora prendo il cellulare e inizio a mandare messaggi per ringraziare le persone che sono venute a vedermi, che mi hanno immortalata per quei tre minuti in cui ho ballato, sorridendo al fatto di essere viva. Penso a mio fratello che, quando sono finita in pronto soccorso e avevo la parte destra del corpo bloccata, non sapeva se avrei ripreso a camminare. Penso al dolore che ho attraversato in tutti questi mesi e penso alla forza che ci ho messo e al corpo che mi ha sorretto e che forse ho dato per scontato tante troppe volte. Penso al mio coraggio e alla voglia di non mollare mai, penso alla gratitudine di alzarmi tutte le mattine e camminare sulle mie gambe, di essere autonoma, di non avere bisogno di essere assistita.

Per tanto tempo ho dato per scontate tante situazioni, a volte ho anche giustificato certe reazioni altrui, poi la vita mi ha messo con le spalle al muro, il mio corpo si è ritorto contro me stessa perché certi limiti erano stati superati. Tutto si è azzerato. Ho dovuto riprendere l’uso delle parole, ricominciare a muovermi. Il mio cervello si era spento e poi l’hanno acceso di nuovo i chirurghi che sono intervenuti, ma ho dovuto avere pazienza. Sto imparando a vivere nell’oggi senza ansie, a dare il giusto peso a quello che affronto giorno per giorno.

A ottobre, l’idea di ballare allo spettacolo di giugno era un pensiero che non consideravo, non sapevo come avrei affrontato la radioterapia, che conseguenze ci sarebbero state con le pastiglie di chemio, troppo da gestire tutto insieme. Quando tutto si è interrotto poco prima di Natale, ho sentito l’esigenza di riprendere a vivere. In questi mesi mi sono interfacciata con molte difficoltà, ma sto imparando che tutto può essere affrontato poco per volta, senza fretta, un gradino alla volta, che la caduta fa parte del percorso, che le lacrime sono l’eterna cornice, e che tante volte per vivere ci vuole molto coraggio.

Che la forza sia con me

Ieri è stato l’ultimo giorno di scuola. Oggi ci sarà lezione ma entrerò più tardi per poi svolgere gli scrutini di rito.

Le ultime due ore ieri ho avuto la terza, con cui ho passato tre anni e di cui ero coordinatore. Quest’anno per ovvi motivi il coordinamento è stato dato al mio collega. La considerazione che ne ho ricevuto è stata pari a zero. Incentrati su loro se stessi, per niente empatici, focalizzati sui risultati, ma dentro poveri.

Tanta amarezza dentro. Quest’anno reclamavano la mia presenza a gran voce, ma semplicemente perché li guidassi verso l’esame. Poco rispetto, molta noncuranza.

Nessuno ha considerato lo sforzo fatto in certe circostanze, nonostante le terapie. Nessuno ha mai chiesto come stavo. Dritti per la loro strada, freddi come dei ghiaccioli. 13 anni ed essere già così. Che tristezza!! Mi dispiace per loro che sicuramente avranno professioni brillanti per il loro futuro, ma saranno freddi e incapaci di provare emozioni.

Quest’anno sto imparando a lasciare andare molte cose, poco per volta, con molta fatica, perché non è facile disimparare qualcosa appreso per tutta la vita. Lascio andare anche loro, sollevata all’idea di non vederli più, silenziosamente, in fondo ognuno è artefice del proprio destino. Mia madre l’altro giorno mi raccontava di mia nipote, 12 anni, che le chiedeva se non mi stancavo ad insegnare. Cuore di zia!! Lei ci è arrivata, loro purtroppo no.

metti una mattina all’Orto Botanico

Questa mattina è stata la volta dell’Orto Botanico di Torino o per dirla alla latina Hortus Botanicus Taurinensis, come scritto sulla siepe dove capeggiano le iniziali HBT.

Un luogo meraviglioso all’interno del Parco del Valentino, uno dei polmoni verdi della mia città.

Entro e scopro che nonostante l’ora ci sono già molti visitatori. L’orto apre i suoi cancelli solo il sabato e la domenica, ma nonostante tutto è un turismo abbastanza rispettoso del luogo in cui mi trovo. Ci sono studenti di arte che dipingono seduti per terra piante e fiori, turisti stranieri ma anche da diverse parti d’Italia. E’ un giardino dove sono segnalati con un cartellino piante e fiori di tutte le varietà. Si affaccia sul lungo Po torinese e sulla collina dove si intravede il Monte dei Cappuccini.

Rimango affascinata da subito dal verde intenso che mi travolge, dall’atmosfera quasi incantata del giardino, dalla casa settecentesca che fa parte di esso, dal roseto, dalle piante e poi entro nel boschetto attraverso un corridoio interno e trovo piante secolari, di alto fusto, ma anche kiwi, fichi, laghetti con le ninfee, una meraviglia. E’ proprio in quel momento che scopro che mi piacciono i fiori e le piante ma in una cornice storica, mi affascinano probabilmente da sempre ma in questo momento sono presente a me stessa. Sarà merito della meditazione a cui mi sono dedicata al mattino o al nuovo passo che ha preso la mia esistenza, lento ma con una sfumatura intensa. A un certo punto compare un coniglio e lo immortalo avvicinandomi poco a poco, si ferma, fiuta l’aria e poi continua a mangiare come se niente fosse. Anche a me piacerebbe saper fiutare le persone, capire fin da subito con chi ho a che fare, ma forse basta rimanere presenti a se stessi, evitare di ascoltare tutto quello che dicono e valutarli per come si comportano, forse è molto più semplice di quel che penso.

La vita in generale è molto più semplice di quello che crediamo, a volte ingigantiamo problemi che non meritano, dando retta ai nostri pensieri. Seguiamo quello che gli altri pensano di noi senza soffermarci su quello che davvero noi pensiamo di noi stessi, ci perdiamo ma poi ci ritroviamo più consapevoli, quando davvero la vita ci mostra il suo lato più buio.

Oggi quel verde mi riempie di vita, è come una sferzata che mi obbliga a rimanere presente, ad accogliere ogni giornata con un sapore nuovo… tra l’altro sarebbe l’ambientazione perfetta per un bel delitto letterario. Grazie vita!

Shibui

Shibui è una parola giapponese, che descrive la bellezza che non colpisce subito, ma che col tempo ti entra dentro e non se ne va più. Originariamente descriveva un sapore, quello astringente, leggermente amaro di un cachi acerbo, oppure di un tè verde forte, o di una scorza di limone, ma che se lo si assaggia più volte, ti entra dentro e una volta che accade, sembra più interessante di tutti i sapori dolci messi insieme.

Esistono anche le persone shibui. Non appariscenti, non teatrali, non parlano forte. Non riempiono il silenzio. Ma quando promettono qualcosa la fanno. Quando ti guardano, ti vedono davvero. Quando ti chiedono come stai, vogliono saperlo davvero. Al primo incontro non ti sembrano straordinarie, ma dopo un anno, due anni, sono quelle di cui ti fidi di più.

Da quando sono finita in ospedale, la mia vita ha avuto un brusco cambiamento. E’ rallentata. Oltre alle terapie a cui mi sottopongono ormai da mesi, sono stata obbligata a riscoprire il valore della lentezza. Quando ho iniziato a insegnare pensavo che avrei avuto molti tempi morti e la cosa mi spaventava non poco, ma l’insegnamento è molto diverso da come ci si immagina. Negli ultimi tempi ero presa da un vortice di cose che mi ha tolto il fiato, finché non sono stata obbligata a fermarmi. Da tempo desideravo farlo, prendermi un anno sabbatico, rallentare, guardarmi intorno, respirare. Ma non l’ho mai fatto. Il mio istinto aveva ragione. Ma forse non avrei saputo davvero che cosa volesse dire rallentare. Ho ritrovato me stessa. Sembra assurdo ma è così. Nel momento più buio e tragico della mia esistenza, ho ripreso in mano la mia consapevolezza. Il riposo forzato, i tempi lenti, la necessità di andare con calma hanno trasformato le mie giornate. Ho ritrovato le parole, tante, anche quelle che non mi aspettavo, dopo aver passato settimane senza riuscire a costruire pensieri, perché si erano perse, e pensavo non sarebbero mai più tornate. Ho provato il senso di angoscia di fare i conti con una nuova me, senza parole. Poi sono tornate, ho ripreso a parlare, a costruire pensieri, a esprimere opinioni, ma non riuscirò più a dimenticare il senso di frustrazione che ho provato.

In questi frangenti ho scoperto di avere molte persone intorno che mi vogliono bene, ma poche hanno saputo essere persone shibui.

Mio fratello è una persona shibui. Nel momento più buio della mia esistenza era lì, insieme ai miei cugini, anche loro dei shibui. Nonostante tutto mi sono rimasti accanto. Forse uno direbbe che è scontato, ma per me non lo è.

Ho avuto l’opportunità di conoscere molte persone nel tempo, ma poche, davvero poche hanno saputo starmi accanto, ascoltarmi davvero e sostenermi. Non mi piace fare nomi e classifiche, ma forse fra tutti quello che più mi ha lasciato senza parole è stato lui, un uomo con cui mi ero vista un paio di volte e con cui le cose non sono andate benissimo. Che nonostante tutto mi cerca sempre, mi chiede come sto, che si interessa a me, che guardandomi mi vede davvero.

La vita ancora una volta mi ha messo a dura prova. Mi ha sottoposto a una prova difficile e crudele. Ma credo di dover imparare dai miei errori, dalle cose che non andavano, che non hanno funzionato, ma in tutto questo mi domando: chissà se lui è davvero una persona shibui?

I colloqui

Alla mamma che ieri mi ha sfracassato i maroni parlandomi dei suoi problemi di salute, volevo rispondere che anche io in questo momento ne ho tanti. Quando mi ha raccontato che andava in psicoterapia, volevo risponderle che faceva bene, ne aveva bisogno. Quando mi ha mostrato il suo apparecchio acustico confessandomi che in un contesto con tante persone difficilmente capiva quello che le veniva detto intorno, mi sono chiesta perché in tre anni non lo avessi mai saputo, oltre al fatto che doveva essere operata al cuore. Ha iniziato poi a parlarmi dei suoi problemi legali con il cognato che aveva fatto fallimento e che doveva tutelare sua figlia, che avrebbe dovuto essere il fulcro del discorso, per cui tra l’altro non ci sono problemi didattici, visto che ha la media del 10. Ma la mia collega di matematica le aveva fatto presente che non mostrava capacità da leader, pur essendo brava a scuola, e lei aveva iniziato la tiritera che era vedova e che a sua figlia era mancata una figura di padre forte. Quando poi ha iniziato a parlare di Don Bosco, del fatto che rimanevano a scuola da noi per avere la protezione del santo, che erano andate a vedere la scuola poco più in basso che offriva la sezione Esabac, ma in cui mancava la parte cattolica, ho iniziato ad alienarmi. Ha ripreso poi dicendomi che avevo un bell’aspetto, che non sembrava che avessi subito un’operazione o stessi facendo delle terapie, che ero tornata presto al lavoro, insinuando che la scuola non mi permetteva di stare a casa più a lungo, ho replicato dicendo che avevo voluto rientrare, avevo bisogno di normalità. Ha concluso poi il suo monologo dicendo che Veronica, un’altra mamma, era molto brava a tirare su il morale, lei no. Effettivamente me ne sono accorta. Durata del colloquio: 45 minuti.

Non è la prima volta che mi succede. Persone che sanno delle tue difficoltà e anziché evitare di sovraccaricarti dei loro problemi, pensano di trovare un padre confessore con cui aprirsi e condividere drammi. Quelle che arrivano con lo sguardo contrito dicendoti che è già tanto se hai superato chemio e radio, e che ti dicono che i capelli ricresceranno, minimizzando il problema. Quelle che ti vogliono essere vicine e diventare tue amiche, dicendo che sono lì, a tua disposizione per parlare, per poi scoprire da un’altra collega che vivono una situazione in famiglia che ti lascia senza parole.

D’altronde sai bene che queste cose succedono anche fuori dal tuo ambiente di lavoro, sono sempre successe. Le tue amiche ti hanno inondato dei loro problemi, senza pensare a te. Anche tua madre l’ha sempre fatto. Non venivi considerata. Eri un contenitore nel quale tutti si sono sempre sentiti autorizzati a buttare la loro immondizia, perché dovresti stupirti? Perché dovresti stupirti del fatto che i figli diventano freddi e distaccati? Non tutti sentono la vocazione da infermierina come te.

Fatto sta che oggi ho preso un giorno di mutua, dopo il colloquio di ieri sono tornata a casa devastata dalla stanchezza, secondo me emotiva. La signora mi ha dato la bordata finale. Stamattina presa dalla curiosità apro il registro elettronico e guardo l’età, ne ha 51, due più di me, portati malissimo in generale. Lo so, sono un po’ parrucchiera (con tutto il rispetto per chi esercita il mestiere) ma la signora sembrava averne 200.

I pesi

” Ti starò accanto! L’affronteremo insieme!”

” No Silvia, questa è la mia battaglia personale, tu non puoi sostituirti a me!”

Dopo mesi ancora risuonano queste parole. Perché nel frattempo Silvia non si è data pace e da ottobre a oggi ancora non ha accettato che questa fosse la mia battaglia personale. Tra l’altro ho giusto scoperto ieri che sconvolta dalle mie parole aveva chiamato Jessica al tempo.

Purtroppo le persone non si rendono conto. Credono di essere più forti di quanto in realtà sono. Promettono grandi cose perché hanno voce per parlare, ma nella vita di tutti i giorni scompaiono, sopraffatte dalla realtà nella quale vivono, dai loro problemi, dalle loro fragilità, come in fondo è giusto che sia. Ti promettono che ci saranno ma poco per volta le loro promesse si sgretolano sotto i loro stessi passi. Non lo fanno apposta, non si rendono conto.

Un anno fa l’avrei aiutata, mi sarei fatta carico dei suoi problemi, avrei vissuto con trasporto la sua situazione. Adesso realizzo che era un errore. Insieme ai miei pesi, c’erano i suoi, poi quelli di Antonia. Pesi emotivi più pesanti dei carichi fisici. Quelli che non puoi scrollarti di dosso, che ti rimangono addosso. Perché sono sempre io quella più forte, che quando il mondo le crolla addosso, si preoccupa ancora per gli altri. Reputi che sia giusto perché funzioni così, poi il meccanismo va in tilt e realizzi che c’era qualcosa di sbagliato, di malsano, qualcosa che ti toglieva il fiato senza renderti conto di quanto gli altri pesassero su di te, perché in fondo hanno imparato ad appoggiarsi e tu li hai lasciati fare senza mai avere cura di te.

Senza pensieri

Senza pensieri come un canto che viene da lontano. Senza pensieri al ritmo di una darabouka. Senza pensieri lasciando ondeggiare il corpo. Senza pensieri sorridente. Senza pensieri per il domani. Senza pensieri festeggiando di essere viva.

Una giornata che non era iniziata molto bene, un po’ svogliata e stanca. Poi arriva la danza magica quella che scioglie il corpo, che libera la mente, che blocca i pensieri malsani, che ti riporta a te, a oggi, al tempo, ai passi e ti lasci trasportare. Cancelli tutto intorno a te, segui la musica, ti concentri su quella vibrazione potente che parla alle tue emozioni, al tuo cuore e tutto si riallinea.

E’ la tua medicina, più potente di qualsiasi cosa.

La neuroplasticità

E’ la capacità del sistema nervoso di modificare la propria struttura e funzione in risposta a esperienze, apprendimento, ambiente o lesioni. Questo meccanismo permette al cervello di rimodellarsi durante tutta la vita, formando nuove connessioni neurali e riorganizzando quelle esistenti.

Il nostro cervello ascolta le parole che gli rivolgiamo e si riprogramma di volta in volta. Non è statico ma si trasforma in continuazione. Ama imparare nuove cose, va trattato con amore. Si arresta quando noi per primi gli poniamo dei limiti, quando con le nostre parole lo blocchiamo. Una volta che lo abituiamo a ricercare pensieri positivi in automatico ne cercherà ancora.

Sono mesi che il mio cervello assorbe parole e pensieri positivi, che si nutre di sensazioni e di emozioni, che rifiuta il negativo. Evita le situazioni tossiche. Ovviamente serve tempo ed esercizio, soprattutto occorre essere buoni con se stessi, permettersi di occupare uno spazio dove sia possibile accogliersi.

Ho passato anni in cui mi sono presa cura dell’altro. Ero una specie di crocerossina, mi preoccupavo del benessere altrui più che del mio, finché qualcosa si è spezzato per sempre. Adesso so che certe cose non erano giuste e non lo sono ancora. Non posso avere il controllo sugli altri, ma posso decidere di averlo su me stessa, posso scegliere chi accogliere, chi ascoltare davvero, chi mi fa star bene, chi vuole davvero rimanermi accanto, non come possesso, ma per il piacere di condividere con me dei momenti, senza essere per forza obbligati a parlare.

Sono consapevole che è solo il momento presente quello che conta. Probabilmente avevo bisogno di cadere e di farmi male perché questo potesse succedere. Fino a qualche mese fa non immaginavo di essere in grado di avere certi pensieri e di metterli in pratica. Poco per volta sta succedendo qualcosa dentro di me.

La ricetta

Andare veloce, superare i propri limiti, non avere bisogno di chiedere niente a nessuno, essere indipendente, non dover rendere conto a nessuno. Era un po’ questa la mia vita. Poi le cose sono cambiate e tutto si è complicato, o forse si è solo semplificato. L’universo mi ha rovinato i piani, perché quei piani avrebbero rovinato me. E forse con il senno di poi, posso dire che è vero. Ero entrata in un circolo vizioso dal quale non ero più in grado di uscire, lo avevo creato in parte con le mie mani e in parte le persone intorno a me con le loro aspettative. Passavo i momenti di riposo per riprendermi, ma mai per ricaricarmi.

Negli ultimi anni la vita è stata dura. Mio padre è mancato nel 2020 e da allora è come se le energie si fossero concentrate tutte su mia madre, che essendo un’accentratrice non ci ha risparmiato. Poi mio fratello e la sua separazione, un anno in punta di piedi per non indisporre la sua compagna con tutti i contro della situazione, con mia madre che mi trapanava il cervello con i suoi messaggi fin dalle prime ore del mattino. E poi la scuola trasformatasi da luogo che mi aveva sostenuto a luogo dal quale non riuscivo ad andarmene. A settembre addirittura avrei dovuto fare un corso di formazione per proporla diversamente.

Il 2025 è stato l’anno del troppo. Troppi incarichi, troppo lavoro, un giorno libero che non era mai rispettato. La scontentezza ha preso piede, non per il lavoro in sé ma per il contesto in cui era svolto. Avevo il giorno libero il mercoledì e in automatico il ritiro spirituale veniva fatto cadere di mercoledì, senza rispetto, senza essersi assicurati prima che fossi disponibile, tutto dato per scontato. Ora, mi sta bene che l’educazione è cosa di cuore, ma tutti abbiamo una casa e una famiglia a cui tornare, che dovrebbero essere i luoghi in cui ci formiamo e troviamo poi le energie da dedicare agli altri. Non ho una famiglia mia, ma ho comunque la necessità di mettere un confine tra lavoro e vita privata, il lavoro non è la mia vita, ma una parte di essa. Quel confine non esisteva più.

Anche nelle amicizie è stato l’anno del troppo. Essere partecipi di una situazione non significa farsi travolgere dalle emozioni. Non è facile mantenere un distacco emotivo, specie se dall’altra parte la persona coinvolta non è salda e trova ogni momento per fuggire e allontanarsi. Ogni tanto un po’ di sano menefreghismo non guasterebbe. Bisognerebbe essere così bravi da saper dosare gli ingredienti per ottenere delle sane relazioni. Come in quelle ricette in cui si aggiunge un pizzico di sale per stemperare il troppo dolce, oppure un po’ di zucchero per mitigare il troppo salato. A volte non è male sapersi dosare, non metterci troppo del nostro, magari assecondare ma senza farsi troppo prendere.

La tartaruga

Scorro le foto su Instagram e mi domando dove sia finita la persona che conoscevo, quella me che non si fermava, che viaggiava, che non si stancava mai, inarrestabile, che aveva sempre il coraggio di guardare avanti, di accettare nuove sfide, di buttarsi.

Adesso sembro la sua ombra.

Sono stata messa a dura prova. E’ vero, forse avrei dovuto dire dei no, forse avrei dovuto fermarmi, ma la verità è che questo tumore non me lo meritavo. Nessuno se lo merita. Un tumore cerebrale che ti sottopone a delle terapie infernali, che ti toglie l’umanità di dosso per rivestirti di spossatezza, di nausea, di stanchezza, dove non sei più padrona di nulla senza dover pensare a quanta resistenza hai. Un tumore che ti toglie anche il diritto di stare sul culo a qualcuno, di farti odiare perché è talmente ingiusto che le persone si sono ravvedute su di te.

La frase che odio di più è: come stai? Non perché ci sia qualcosa di sbagliato nel chiederlo ma perché so già che cosa tutti si aspettano di sentire: il bollettino medico, e non ho voglia di ripeterlo.

Succede all’improvviso. Di punto in bianco. Inizia con l’afasia. Ma non lo realizzi subito, non so perché. Pensi di avere una depressione, che ti impedisce di emettere parole, piangi, diventi triste. Poi cadi e la parte destra del tuo corpo si blocca. Ti caricano su un’ambulanza. Arrivi in ospedale e scoprono che hai un tumore. Per assurdo non hai nemmeno il tempo di realizzare quello che ti sta succedendo perché il tumore ti sta annebbiando la consapevolezza. Ti operano, sei in rianimazione e tutto è tornato come prima, ma tu non sarai mai più la stessa persona. Ti hanno trapanato il cranio, 25 punti di sutura. Poi si scopre che è un glioblastoma di quarto grado, un tumore letale per questo ti sottopongono a radio e chemioterapia. Perdi i capelli. Apparentemente stai bene ma dentro tu sei viva per miracolo. Iniziano i 12 cicli di chemio in pastiglie, al secondo già ti aumentano il dosaggio. Ogni tre mesi una risonanza magnetica, impari anche che si scrive RM. Lo sai spiegare anche alla tua amica polacca in inglese. Le tue braccia, prive di vene (ci sarà un motivo!!) non sono pronte agli aghi che infilano, ai lividi che lasciano. Tu non sei pronta ma lo devi affrontare.

Quante cose bisogna fare perché si deve, chissà se si deve davvero o se è una struttura mentale che costruiamo noi per difenderci dagli attacchi esterni? Per restare nella nostra comfort zone? A volte è difficile stabilire la sfumatura. Ogni mattina mi alzo e il pensiero di andare a scuola mi aiuta a distrarmi. E’ un dovere di cui ho bisogno, che mi aiuta a reagire, ad affrontare diversamente la giornata. E’ qualcosa di irrinunciabile, di cui non riesco a fare a meno. Entrare in classe e sentirmi viva, mentre faccio quello che amo, nonostante lo scontento dei miei allievi. Loro sono come una droga, io ne sono dipendente.

Il problema nasce quando affronti il mondo, nessuno è preparato a una persona che è sotto cure, che non sa da un giorno all’altro come starà, che vive giorno per giorno. E’ faticoso e imprevedibile.

In un attimo la tua vita cambia. Ti dimentichi di chi sei stata. Sai che supererai anche questa, solo non sai quando e quanto tempo ci vorrà. Lavori su te stessa, ma ti senti come quelle tartarughe un po’ arenate sulla spiaggia, lente, lentissime, in fondo ti sono sempre un po’ piaciute, ma non pensavi che un giorno ti saresti paragonata a loro. Il tuo spirito indomito ti vorrebbe selvaggia. Ma questo non è il tempo giusto. Devi vivere nel momento, non puoi fuggire.