Mercoledì scorso ho ripreso scuola. Avevo bisogno di riconnettermi con il mondo, di tornare a fare le cose che mi facevano stare bene.
La scuola nella quale lavoro è altamente prestazionale. E’ la scuola della collina torinese, frequentata dal ceto medio-alto, funziona come un orologio svizzero: tutto al suo posto, tutto in ordine, tutto perfetto. Ho ripreso con il timore addosso di richieste che non hanno tardato troppo ad arrivare. Già il giovedì il primo collegio docenti, il venerdì il corso di formazione interrotto a settembre per eccesso di impegni, il venerdì di questa settimana i colloqui generali e poi chi più ne ha più ne metta, da noi si recuperano anche le ore di luglio, non sia mai che qualcuno si permetta di non farle!
In occasione del collegio docenti, chiedo al preside di essere dispensata dal corso di formazione del giorno successivo e poi pongo la domanda sui colloqui, se posso essere esonerata anche da quelli, ma la risposta è perentoria: no, attiva gli slot solo per le famiglie di seconda e terza. La mia domanda è: che cosa gli racconto che sono quattro mesi che manco da scuola? La risposta arriva pronta dalla mia collega che mi suggerisce di lasciar morire la cosa, non farne più parola, perché tanto venerdì lui non ci sarà, dal momento che lo devono operare di calcoli, ci sarà lei, perché anche il vicepreside è fuori uso da due mesi, e se voglio evitare di fare il bollettino medico a quelle n famiglie che si presentano il venerdì pomeriggio, faccio meglio a starmene a casa. Se lui ci fosse, comincio a dire che sono stanca (che è pure la verità!!).
Nel frattempo arriva il lunedì, alle 21:15 compaiono le sostituzioni su una delle sette chat attivate e già archiviate, perché in malattia mi davano l’allergia, c’è scritto il mio nome. Devo sostituire una collega giovedì alla quarta ora, nel mio orario di ricevimento. Fortunatamente dei genitori si sono già prenotati, il che mi dispensa. Mentre intrattengo uno scambio di messaggi con il preside (lui!!) a proposito di questo, mi chiede che cosa deve fare con il coordinamento, perché ho avuto anche questo dono negli anni. Al momento lo detiene un mio collega e credo gli toccherà ancora per un po’, perché non so che cosa dire su dei ragazzi che non vedo da quattro mesi.
Ho avuto un tumore, una invalidità al 100% che non mi dispensa da nulla, nemmeno dal recupero ore se ho capito bene, a fine mese riprenderò le terapie, al mattino lavoro e in classe sto bene, forse l’unico posto in cui ho ritrovato me stessa. Lavoro in una scuola cattolica in cui non c’è pietà o compassione, qui Dio è morto appena varcata la porta. Non mi fanno fermare al pomeriggio ma in fondo è passata solo una settimana, ci sarà tempo anche per quello. Non sono sfruttata ma non sono nemmeno tutelata.
Sono tornata a scuola con la sensazione di tornare nella tana del lupo e in fondo è così. Stamattina avevo le lacrime agli occhi, poi mi sono detta vaffanculo e ho scacciato i pensieri negativi, ma la sensazione è quella. In questa scuola performante non c’è spazio per chi soffre. Si parla dei deboli, dell’essere inclusivi, dell’accogliere ma quando sei tu che chiedi uno spazio di ascolto, o semplicemente un momento per fare il punto della situazione, non ne hai diritto. Tutto questo avviene in un mondo cattolico, che professa una religione ma non ne è all’altezza, perché in fondo siamo uomini, nasciamo imperfetti e moriamo tali. Pregare non ci redime dal peccato originale. Forse è questa la controversia più agghiacciante; proprio dove ti aspetteresti di trovare Dio, ti rendi conto che non c’è.
A me piace insegnare. Quando ho perso l’uso delle parole, ho pensato che dovevo trovare un nuovo lavoro, in cui non fosse necessario parlare. Poco per volta sono tornate, ci è voluto tempo e pazienza, quando ho mandato i primi vocali non riuscivo a crederci. E’ da lì che ho sentito l’esigenza di saperne tante, o se non altro di conoscerne il significato, il mio cervello si era svuotato e ancora oggi sento che non sarà più come prima, o forse è solo un’impressione. Non so dove mi porterà la corrente, ma non mi sento di escludere nulla. Forse rimarrò in questa scuola in cui Dio è morto, forse avrò il coraggio di tentare altre strade, forse scriverò davvero quel libro che tutti attendono con ansia, in cui racconterò le peripezie di una prof di francese, in questo momento non mi sento di escludere nulla. So che se domani dovesse essere l’ultimo giorno della mia vita, lo vorrei senza pesi sul cuore.