Cieli irlandesi

Rientrare dall’Irlanda e ritrovarsi positiva al COVID, succede anche questo nell’epoca dei viaggi in pandemia.

Capita quindi che da cinque giorni sono qui rinchiusa in casa. Se per i primi due il verbo che meglio li descriveva era giacere, nel letto ovviamente, senza essere in alcun modo in grado di muovere anche solo una gamba, adesso mi sposto con una certa naturalezza tra la zona notte e quella giorno, con qualche diversivo in terrazzo e addirittura alla buca delle lettere, dopo aver appurato che non ci sia nessuno nei dintorni.

Che dire….. i pensieri si inseguono, complice il silenzio che ho ritrovato dopo 15 giorni in compagnia di una collega insensibile al verbo tacere. Un silenzio che da sempre è la mia migliore arma di difesa nei momenti difficili e che assaporo, nonostante la forzata reclusione. Perché sebbene spesso e volentieri abbia pensato che la mia esistenza potesse essere vuota e priva di valore, se paragonata ad altre sulla carta molto più interessanti, ho avuto invece modo di appurare che così non è. Dopo aver trascorso due settimane insieme a chi ha fatto del suo posto di lavoro la sua religione, affermo con grande gioia e soddisfazione che così non è per me. Mi posso ugualmente ritenere serena nel dire che senza avere un compagno accanto, ho difficilmente provato il senso di solitudine, grazie a persone affettuose e preoccupate della mia salute.

L’Irlanda non è certamente my cup of tea. Quando avevo accettato di accompagnare i ragazzi in vacanza-studio mi aveva mossa la curiosità per un luogo nel quale non ero mai stata. Spinta dall’entusiasmo di partire e di viaggiare gratuitamente non ho messo in conto i miei gusti e le mie preferenze. Un paese pulito, ordinato, una popolazione socievole e amichevole, ma dove il clima la fa da padrone almeno per me.

Cieli irlandesi, una collezione di sfumature che variano dal grigio intenso, al blu, all’azzurro con nuvole che incombono minacciose e poi lasciano lo spazio a schiarite improvvise per poi variare ancora. Four seasons in a day….. e meno male che non sono cinque o sei!! Mentre gli irlandesi nuotavano in un mare che è considerato perfetto a 12°, la sottoscritta li ammirava basita sotto la sua felpa e il suo k-way, già scossa da qualche brividino virale.

Sicuramente porto a casa un’esperienza nuova e diversa, che in qualche modo mi ha arricchita. Probabilmente era necessario che uscissi dalla mia comfort zone, dal mio ricercare qualcosa di conosciuto per sentirmi più a mio agio. Forse avevo bisogno di vedere qualcosa di nuovo e ugualmente sorprendente, ma che non mi rispecchia, e forse è stato un bene anche per imparare a conoscere meglio qualcuno. Forse un tempo avrei letto un’esperienza del genere con un senso di frustrazione e di perdita di tempo, oggi credo che sia fondamentale raccogliere quanto la vita offre, indipendentemente dai nostri desideri. Portare a casa quanto si riesce comunque ad ottenere e farne tesoro.

La chiocciola

E’ proprio lì che si insinua il dubbio, quando non credi, quando a pelle qualcosa non torna e sai di sforzarti nel giustificare.

Era sabato e ci tenevi che ci fossero anche loro, forse non gliel’hai detto esplicitamente ma era chiaro che fosse così, invitandoli con largo anticipo. Ti è stato subito risposto che non sarebbe stato possibile, ma non ti ha stupito, te l’aspettavi, perché se anche non avessi mandato quell’invito o non avessi detto loro nulla, sarebbe stata la stessa cosa. I loro programmi, già fatti, non comprendevano te, ma inutile dire che non ti comprendono mai. Qualcuno non ti ha risposto, ti ha tenuta in sospeso, per poi dirti che avrebbe scelto altro, lasciandoti a bocca aperta!, proprio il matrimonio di una persona senza importanza, come ti è stato sottolineato.

I dubbi si annidano e spingono a cercare le risposte, a fare chiarezza, a non fermarsi all’apparenza. Sai che su alcune persone non puoi contare, e allora perché ti ostini? Perché non riesci ad accettare di essere la loro ultima alternativa, come quando all’ultimo minuto ti invitano al cinema e tu pensi che sia un atto di gentilezza, ma poi ripensandoci capisci che in quel momento non c’era nessun altro? Hai avuto mille conferme di non poter contare su qualcuno, ti sono state dette le peggio cose, con la scusa che i messaggi spesso non aiutano. La verità però la conosci molto bene e la realtà ne è una continua conferma. Non conti nulla. Non c’è spazio per te, forse sovraffollato, o anche solo semplicemente scomodo, come se si dovessero smuovere troppe pedine per fare spazio anche a te, non solo a te, ma a quella te che ogni tanto fa capolino. Ma la tua presenza non piace, è scomoda, forse troppo impegnativa, o semplicemente non richiesta, se non su ordinazione. Vai bene a quell’ora, in quel giorno, senza che si accavalli con altri impegni, come il parrucchiere, quel posto dove passare, fermarsi il giusto tempo e poi riprendere con le altre attività. Non è mai un tempo dilatato, non sono previste ore e tantomeno giorni, ci si limita, forse anche a vicenda, perché hai capito anche tu che certi limiti non possono essere superati, che certe barriere sono state poste proprio lì per sbarrarti la strada e impedirti di passare. Non ti viene mai chiesto di essere partecipe.

Forse l’errore nel tempo è stato anche quello di mostrare una presenza discreta, di non superare il limite, di tenersi un po’ al margine per non infastidire, per non creare disordine, per non essere di troppo. In realtà avrebbe solo significato essere presente, mostrare che anche tu sei una presenza fisica. Ma, nel tempo, si è considerato solo il fatto che ci sei, che nonostante tutto ci sei, ma tu chi sei? Sei davvero quella presenza impercettibile che non fa rumore? Effettivamente sì, ma non perché non lo sappia fare o perché ti proponi su richiesta, ma perché hai bisogno di tempo per ambientarti, per capire, per sentirti a tuo agio. Sei lenta nei rapporti, come quelle chiocciole un po’ bavose che lasciano la scia, magari come indicazione della strada che hanno percorso per arrivare. A te piace valutare ma soprattutto sentire gli umori, i profumi, la sensazione che tutto si lascia dietro di sé. Hai bisogno di tempo, di tornarci sopra, non sai essere immediata, sei di pancia ma con una digestione lenta, in cui i rapporti che mastichi devono lasciarti un buon sapore, in cui l’esperienza con chi ti sta a fianco deve essere arricchente, non un bicchiere da bere tutto d’un fiato per togliere la sete, ma quell’amaro che si scioglie in bocca, il gusto dei rapporti che faticosamente cerchi. Tutto questo non coincide con i tempi di vita altrui, con il senso che diamo all’altro, ma soprattutto a noi stessi.

Il 2 luglio

E poi arriva luglio e manco te ne accorgi, giri la pagina del calendario alcolico, che suggerisce margarita per questo mese, e improvvisamente realizzi che hai il saggio di danza finale con quel gruppo di pazzerelle che da un anno frequenti un sabato al mese. Perché tra le varie ed eventuali sei riuscita a inserire anche quest’anno l’immancabile appuntamento danzerino e il saggio, proprio tu che lo odi, che lo temi da sempre, perché sai già che non è pane per i tuoi denti. Ma l’amica Antonia ti ha voluto coinvolgere, lo ha promesso pure alla maestra di farti entrare nel gruppo whatsapp Coreografia 1, proprio tu che odi pure quelli e ne avrai almeno una decina aperti. Così un sabato al mese ti dedichi a muovere l’anca, perché ormai della danza magica orientale non puoi più farne a meno. Così abbandonato il ruolo profia lofia ti concentri per la parte dell’odalisca de noartri, con un costumino castigato giallo luccicoso che lascia poco all’immaginazione, tantomeno a mostrare le tue grazie adipose che si depositano lì sulla pancia appunto, dove il dente duole, in un corpetto che mostra pure il davanzale che mamma ti fece. Ecco, ci sono persone che attendono con ansia di mostrare i propri fisici asciutti o formosi, la sottoscritta no, anche perché basta poco perché le rotondità che la circondano si mostrino. Ma nel tempo ho imparato che me ne frego e per quanto non impazzisca per il mio corpo e rimpianga la me di molti anni fa e soprattutto di molti kili or sono, cerco di essere comunque fiera di me e di tutto quello che mi porto appresso.

Arriva dunque il 2 luglio, un sabato. Si apre sotto i migliori auspici, la maestra non farà prove generali sul posto, non ci saranno tour de force in teatro, ci troveremo con calma sul posto verso le 19. Ed è così che intorno alle 18:30 si apre la soirée con un bello spritz di ouverture, giusto per togliersi la sete e rompere il ghiaccio con il palco, ovviamente a proportelo è sempre la stessa amica che ti ha convinta ad essere lì con lei. Nella serata ne seguiranno molti di brindisi, ma soprattutto la serata cabaret El Leil wel Nil, una notte lungo il Nilo, si trasformerà in una festa, in cui salire sul palchetto e danzare sarà la cosa più semplice e naturale del mondo. Sarà un momento in cui concludere l’anno, in cui mostrare quanto si è imparato e non quanto qualcuno si aspetta. Sarà la metafora della vita, come propone lei, la tua maestra beduina che vive tra l’Italia, la Spagna e l’Egitto, quel momento in cui godersi l’istante, in cui sorridere e fottersene di quello che altri pensano, sarà il momento per regalare un sorriso a chi è venuto a vederti e non se n’è dimenticato, o non aveva deciso di assolvere ad altri imprescindibili impegni. Sarà il momento in cui, dopo tanto di tutto, lascerai andare te stessa, complice l’alcol, il caldo, le mani che applaudono e la musica che ripete la stessa melodia, provata e riprovata.

E quando tutto finisce, pensi silenziosamente dentro di te che non vedi l’ora che un altro anno arrivi per imparare, per migliorare, per mostrare a te stessa ancora qualcosa che non conosci, ma ovviamente non lo dici a nessuno.

Trois

Esistono quelle stagioni della vita che hanno un profumo diverso, che traghettano verso un ignoto tutto da percorrere. Mi sento proprio così mentre leggo l’ultimo romanzo di Valérie Perrin, scrittrice che ho amato dalla prima riga di Changer l’eau des fleurs, quando sono arrivata a Lione per la prima volta. Il romanzo parla di adolescenze e di età adulte, di sogni e di vita, di luci e di ombre. Inutile non pensare alla propria di adolescenza e alle persone che l’hanno accompagnata e a quanti sono rimasti perché come dice Nina, una delle protagoniste, il y a ceux qui restent et ceux qui partent. Et puis il y a ceux qui abandonnent. Inutile non pensare agli amici che c’erano, a quelli che non ci sono più e a quelli che ancora siedono accanto a me per gustare un aperitivo. Ancora insieme, ancora distanti, ancora qualcosa che rimane da dirsi, da fare, da accogliere interamente, fosse anche solo una briciola di sé.

Il romanzo parla di estate, parla di stagioni del cuore, parla di silenzi e di solitudini. Mentre lo divoro parola per parola, riga per riga, senza accorgermi del tempo che scorre, capisco che era davvero il momento giusto per soffermarsi, per attendere, per posare a terra i progetti, i piani, la rabbia, il bisogno perenne di concretizzare per permettermi semplicemente di essere la persona che sono. Riconosco a me stessa le mie fragilità, le mie debolezze, e forse davvero dovrei andare da qualcuno, intraprendere un percorso psicologico, perché sono molto provata, ma per la prima volta dico di no, non voglio parlare con nessuno, non voglio raccontare, non voglio ripercorrere i km di questi due anni in cui tutti rimanevano barricati in casa, mentre correvo per non farmi schiacciare, mentre il dolore compariva di notte e le lacrime lo accompagnavano.

Non voglio andare da nessuna parte, non voglio programmare, non voglio decidere, non voglio parlare con nessuno. Non sono malata, non sono depressa, non sono di cattivo umore, sono solo in cerca di me, della mia voce interiore, alla scoperta di questa nuova fase della mia vita che sa di vaniglia, di candele profumate, di pareti color rosa macaron, di musica, di danze casalinghe e di una nuova me che ha bisogno di tempo. Fuori tutto scorre, come ha sempre fatto. Non importa. Scorre anche senza di me. La vita va avanti senza che sia sempre necessario fare qualcosa perché accada. A volte travolge, a volte accompagna, ultimamente ha latitato in fatto di gioie, di amore, di rapporti, ma forse è anche vero che qualcosa va lasciato andare, non sempre tutto può essere trattenuto.

Essere instancabile, non perdere mai il filo, non fermarmi mai, mi ha fatto piegare su me stessa, fino a quando non mi sono più sentita, perché avevo troppe voci intorno da ascoltare. Chiedevano tutte ma nessuna ascoltava, ed era faticoso distinguere le parole e le intonazioni delle voci, capire chi davvero aveva bisogno e chi avrebbe potuto farcela da sola. Tutto ha raggiunto la stessa modulazione di frequenza, e magari qualcosa mi sarei potuta risparmiare, anche solo per vivere meglio.

Quello che ora faccio è lasciare scorrere, mentre l’estate va, e forse è più facile abbozzare qualche idea, qualche pensiero, in attesa di tempi più favorevoli, forse anche di momenti più avvolgenti..

Ricostruire

La domanda di rito che mi pone la collega è: hai prenotato le vacanze? La risposta è no, non ho deciso. Non è l’emergenza COVID che mi impone di non farlo, non è nemmeno la mancanza di interesse, è che non ho voglia, non ce la faccio, non riesco nemmeno a pensare a cosa farò domani.

Ho deciso di imbiancare casa, questo sì, di stuccare quella perdita nel muro che ormai si è riassorbita, ma che per due anni ho lasciato lì, rincorrendo emergenze, mentre entravo e uscivo di casa come una pazza, dimenticandomi pure di chi ero, probabilmente per non mollare. Così, rientrata da una settimana di mare in cui ho spurgato, ho preso in mano spatola e pennello e ho cancellato l’ennesimo segno di umidità che ricopriva il muro, e mentre c’ero ho cambiato i colori di alcune pareti, sono entrata in una fase gialla e in una blu, che più guardo e più mi piace e ho scaricato la mente.

I miei obiettivi sono diecimila passi al giorno e una serie di esercizi per tornare in forma, per me, solo per me e per nessun altro. Ho ricevuto una piccola tregua sul lavoro, un orario meno impegnativo, qualcosa che sia in grado di seguire con più tranquillità, ci rimetterò sul piano economico ma al momento ho bisogno di riprendere in mano i contorni di me. Una me che nel tempo si è sformata per dei fibromi che hanno invaso il suo corpo, una me che ha subito una perdita di una parte di sè. Una me che ha visto ospedali e malattie, reparti di chemioterapia e capelli che cadevano, parti del corpo amputate, un padre che le moriva davanti, i ladri in casa e chi più ne ha più ne metta. Una me che ha tenuto la testa bassa, che è stata forte, che ha dato, ma ha ricevuto troppo poco e che adesso pensa di meritarsi una tregua. Questa me chiede di tornare in forma, chiede un po’ di compassione e un tempo giusto per capire dov’è perché al momento si sente alquanto persa e confusa.

Vivo nel silenzio che non trovo opprimente ma quasi purificante, in cui le voci rimangono fuori, accompagnate da malelingue e dicerie non vere, ovviamente. Ho deciso che non le merito, che piuttosto meglio una giornata da sola che non con chi non si sa risparmiare affondando là dove già mi sento alquanto fragile. Ho pensato e provato a rielaborare, ho ripercorso le strade già battute e mi sono guardata nella mia splendida imperfezione, che non mi sembra niente di così sbagliato. Ho vissuto nella stanchezza di notti insonni e di giornate infinite, avvolta da lacrime. Sono triste, spesso, e non credo che le cose miglioreranno, andranno come devono andare e, se necessario, sarà di nuovo ora di armarsi di pennello e spatola per ricostruire crepe, muri o perdite. Cadrò di nuovo, è certo, e non è detto che sappia rialzarmi, può essere che per un tempo necessario decida di restarmene seduta ad aspettare tempi migliori, le energie necessarie e la forza per reagire.

Vivo nel presente, nella persona che sono, nella vita che mi aspetta, bella e brutta che sia. Ho superato le tempeste, rimanendo in piedi, già un grande traguardo, forse è tempo di concedersi di cadere serenamente.

Sunday

Una bella giornata di sole. San Valentino. Una camminata in campagna, fra sterrati e fango.

Forse è normale sentirsi così, un po’ fragili, un po’ nostalgici, un po’ stanchi, un po’ arrabbiati. Mentre le gambe vanno e il sole scalda, dentro è difficile non percepirsi freddi, distaccati o feriti. Il problema non è certamente credere in un sentimento, quanto credere in qualcuno. E ormai da tanto che la sfiducia la fa da padrone, come se mi fossi saturata di falsità e ipocrisia, come se non sapessi più vedere la verità. Ed è forse questo il male peggiore di tutti, quello che non riesce a guarire, che non trova le parole giuste per uscire, che mi chiude sempre di più. Le pugnalate, la costante necessità di guardarmi le spalle, quella ferita continua che è diventata una seconda pelle, il tramite attraverso il quale confrontarmi con il mondo, pensando sempre male, alzando mille barriere.

Non mi fido. Non ci credo.

Mentre cammino il nodo si mostra lentamente, poco a poco. Ed è tempo di guarire, perché non basta solo curare.

Matera

In questa fine estate, mentre il mattino regala il primo vento freddo e le montagne già si imbiancano, penso a Matera. Ripercorro con la mente le strade tortuose di un Sud Italia sconosciuto. Amore a prima vista, come sempre, come quelle grandi passioni estive che lasciano il segno, e questa volta è la bellezza a farla da padrona. Perché se c’è davvero qualcosa che potrà salvare il mondo, non potrà essere che il bello, l’unico, l’irripetibile. Così, l’immagine di questa città rimane viva nella mia memoria, proprio ora che le sono lontana, nel momento stesso in cui le giornate cambiano d’accento, quando è ormai chiaro che l’estate non può essere che un ricordo, almeno questa. Ma un po’ mi sento ancora lì, con i pensieri avvolti da tanti dubbi sul domani, mentre percorro strade che a prima vista sembrerebbero lisce e pianeggianti, ma che in fondo nascondono tortuosità. Il cielo sotto il quale cammino è diverso, ma l’animo no. Ancora imprigionata in una regnatela di perché, a mille kilometri di distanza da una vita che non riconosco, se non per esserci passata più volte accanto. Affascinata da quel bianco accecante, da quel sole dirompente, da quelle strade che si intersecano in una storia che non mi appartiene, ma che tanto mi assomiglia, perché in fondo questo salire e scendere è un cammino che conosco. Ed è forse anche familiare ritrovarsi in mezzo al nulla, in una terra bruciata, arsa dal sole, dove tutto è stato spazzato via dal vento. Niente sarà più uguale a prima, niente avrà lo stesso sapore, la stessa immagine, la stessa intensità. Arriveranno le piogge, la stagione cederà il posto alle malinconie e sarà bello pensare a un posto unico al mondo, per sfuggire, per sentirsi ancora in vacanza, lontani. Ma sarà anche facile pensare di essere simile a una città che nasce da se stessa, dalla sua stessa storia, che si reinventa e cambia forma. Una città che nasce in mezzo al nulla e che eroicamente si staglia contro il cielo, che sopravvive alle stagioni, agli anni e alle intemperie. Un po’ forse quello che tutti tentiamo di fare, per non perderci, per ritrovarci diversi ma uguali, e magari anche un po’ cresciuti.