In piedi…

Che sia l’alba di una nuova era non preannunciata, ma creata negli ultimi mesi, dopo essermi ritrovata a scegliere. Innanzi tutto a frenare l’irrefrenabile tendenza ad andare avanti come se non ci fosse un domani, come se tutto dipendesse sempre da me, come se, come se. Che in fondo mi piace farmi male, ho bisogno di cadere per capire, di sbagliare per scoprire, e di sentirmi sempre di più imperfetta. Ho necessità di vedere una me che forse nessuno accetterebbe; vulnerabile, ferita, con quella cicatrice che parla di scelte mai fatte, di pianti notturni, e le rughe in fronte che denunciano espressioni corrucciate, arrabbiature e delusioni. Se mi chiedessero chi sono, risponderei tutto questo. Risponderei che spesso e volentieri faccio casino, che dimentico sempre qualcosa, che faccio cadere continuamente oggetti, che mi dimentico di fare tutto, che a volte vorrei solo chiudere la porta e lasciare tutti fuori, con l’esclusione di qualche invitato d’eccezione. Se qualcuno fosse pronto ad ascoltare, gli farei sentire i miei silenzi, le mie malinconie, o vedere le mie insonnie.

Sarà per questo forse che quando viene proposta la birreria, per un boccone post lavoro, con colleghi vecchi e nuovi, sono felice di rispondere che non posso, ho già un impegno, esco con un’amica. Una di quelle rimaste lì, mentre il mondo mi crollava addosso, mentre tutti erano presi dai propri affari, mentre a fatica respiravo, dormivo e camminavo. Nessuno ascoltava il mio silenzio, nessuno mi vedeva. Con serenità rifiuto, contenta di non essermi fermata in un posto che non è fatto per me, che mi sospinge sempre più distante, che non sa nemmeno come sia fatta.

Ho voglia di prendere, senza chiedermi se sia giusto o sbagliato. Non mi interessa piacere, né essere all’altezza. Ma sento la necessità di essere me stessa, di non tradire la persona che ha attraversato la tempesta ed è rimasta in piedi. Sento di voler accogliere quella me, che chiede attenzioni da se stessa, perché sa di non potersi permettere di appoggiarsi su qualcun altro. Ho bisogno del mio corpo in sovrappeso, dei seni grandi e della stanchezza che mi prende all’improvviso. So che so stare salda sui miei piedi, scalza e infreddolita, mentre prendo le misure con il terreno e cerco di non soccombere ai pesi, alle frustrazioni e al disincanto. Ringrazio chi non mi ha voluto perché mi ha insegnato il mio valore e la mia forza di esprimere che cosa desidero. Non andrà tutto, ma tutto andrà avanti comunque.

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Il massaggiatore

Accade proprio lì, sul lettino del massaggiatore, che realizzi.

Venerdì pomeriggio, di corsa prendi la metro e poi un bus per raggiungere colui che auspichi possa finalmente farti passare quel maledetto dolore al gluteo sinistro che ormai sono giorni e notti che ti tormenta. Persino questa mattina, vedendoti sofferente, i ragazzi si sono offerti di massaggiarti e di darti una mano. Poco manca che tutta la settimana sia stata in funzione di questo tanto atteso momento, specie questa mattina, mentre camminavi spensierata e sei stata colta da quell’improvviso malore che non ti molla. Così quando lui ti fa accomodare e stendere sul lettino sai che stai andando incontro al momento tanto agognato. Inizia quindi la sua pratica, lui che ti massaggia ovunque, cercando di capire come diavolo hai fatto a procurarti quella contrattura. Tu che, dolente, urli, poi ridi di sollievo e poi a un certo punto piangi, quando le mani si posano all’imboccatura dell’esofago, senza nemmeno accorgertene, senza riuscire a controllarle, e lui che ti dice che quelli sono tutti i bocconi amari che hai trangugiato. Ti chiede se di notte digrigni i denti e tu rispondi che usi persino un bite, e quando ti fa notare che probabilmente a forza di stringere, lo hai consumato, ti rendi conto che non solo è così ma che addirittura lo hai rotto qualche settimana, lo hai spezzato mentre dormivi. Ti gira e rigira come un calzino, mentre la gattina di 5 mesi dorme a fianco alle tue sofferenze. Quando ti alzi per ricomporti e ti guardi allo specchio, non riconosci nemmeno il tuo viso, talmente sei trasfigurata da una nuova sensazione di benessere che non raggiungevi da tanto.

Lì inizi a metabolizzare.

Poi arriva il sabato e decidi che la tua personal scassapalle, ovvero tua madre, la porti in giro per Torino, piuttosto che morire di depressione chiusa in casa con lei, cercando di farle compagnia, che il rischio è che tu assorba e lei rilasci tutto il suo pessimismo cosmico. Quando la porti a casa e la saluti, decidi che hai fatto tutto quello che potevi per farla stare bene, ma che è lei a non volere fare qualcosa per aiutarsi. Mentre guidi per raggiungere casa pensi al massaggiatore e alle lacrime incontrollate, pensi alle tue notti a digrignare i denti e inizi a realizzare.

Ma forse è solo quando arriva domenica mattina e smanetti sul social di turno che finalmente realizzi.

Lui è lì, un’altra foto di lui che lo ritrae in giro per la città, senza te accanto. Tu che vorresti esserci, lui che non ti vuole. Tu che scopri di amarlo ancora, nonostante tutto, le lacrime inaspettate che in un attimo ti avvolgono. Seduta sul divano, nessun massaggiatore ti sta facendo pressioni per scovare il dolore, perché ce l’hai davanti agli occhi e dentro il tuo cuore. Un sentimento che scopri di avere ancora, intatto e inatteso.

Ti hanno dato dell’arida qualche tempo fa e ci sei rimasta male. Ti hanno detto che sei forte e che non hai paura di niente, ma non ti ha fatto particolarmente piacere. Tieni solo tutto per te e di notte lo mastichi e lo rimugini, e poi con forza stringi i denti. Trangugi i tuoi malumori e i tuoi dolori senza chiedere niente a nessuno. Tutto qui. Quando soffri non fai rumore.

Hai sciolto dei nodi dentro di te, hai sciolto anche il dilemma del gluteo, tant’è che trovi un vecchio bite che tenevi lì e quando il mattino ti svegli, dopo quasi due settimane, non hai male. La risposta al tuo dolore è lì, la soluzione anche. Forse basta solo vederla.

La parte peggiore di me

In una Torino vivace e popolata, raggiungo con Antonia il luogo del nostro aperitivo. Siamo al Quadrilatero Romano, poco distante dal Duomo, in un angolo della città che amo particolarmente perché mi ricorda Parigi. Sedute davanti al nostro spritz chiacchieriamo e ci raccontiamo. Gli ultimi tempi sono stati duri per lei, ma al momento anche per me non sembrano facili, anche se non direttamente. Grazie ai primi sorsi della magica bevanda sciolgo il coraggio di dire che non so se sono pronta ad affrontare nuovi problemi, una nuova fase della mia vita che mi sembra sempre più incerta e sregolata. Con il cuore in mano le dico che sono diventata cattiva, che nella mia scala delle sofferenze non sono più in grado di tollerare troppo e che certi drammi altrui mi risultano del tutto indifferenti. Le dico di non essere in grado di farmi carico di altro e che per sopravvivere ho dovuto chiudere gli occhi e il cuore. Lei mi capisce. Non ho avuto bisogno di sprecare troppe parole, di argomentare, di difendere le mie posizioni, di mostrare il lato più aggressivo di me, lei ha compreso. Ho parlato ed espresso come mi sento e in cambio non ho ricevuto il consiglio di iniziare una terapia, ma ho avuto orecchie attente e un cuore in grado di comprendere.

Ho trascorso gli ultimi tre anni subissata di messaggi vocali e scritti, in cui venivo resa edotta di particolari lavorativi faticosi da digerire e da gestire. Alle dieci di sera ancora rispondevo a chi non smetteva di scrivere, di ribattere senza arrivare mai da nessuna parte, per poi ritrovarmi prosciugata e svuotata di energie e di entusiasmo. Mi è stato quindi consigliato di rivolgermi a un buon terapeuta, quando la migliore cura sarebbe stata lasciarmi in pace o trovare il modo per non stressarmi ulteriormente. Pressata da meccanismi che in parte ho creato per buona condiscendenza, ho dovuto chiudere per sempre dentro di me la mia parte tollerante e mostrare quella cattiva, la parte peggiore di me. Mi sono sentita dare dell’arida, ancora è una definizione che tollero poco e male. Ho espresso con rabbia molti pensieri più per esasperazione che non per altro.

Quel periodo è passato, si è spento, è bastato poco. Ma ha lasciato i segni.

Si impara qualcosa solo quando si vuole apprendere. Se non sei disposto ad abbandonare qualcosa di te, a cambiare pelle e ad indossare quella di una persona che non sei mai stato prima, forse non potrai mai davvero capire. Sono diventata una persona che non sono mai stata. Non credo più in molte cose, soprattutto in tutto ciò che sognavo e desideravo con tutta me stessa. Non sono più disposta a dare con tanta leggerezza e magnanimità, ad aiutare e consigliare, come se fosse dovuto. Quando per l’ennesima volta mi sono sentita dire che avrei aiutato e che bastava chiedere, ho capito di avere sbagliato per troppa gentilezza ed educazione. Ma ho anche deciso che era tempo di far perdere questa abitudine.

Negli ultimi anni non ci sono stati: come stai? tutto bene? Non ci sono state gentilezze o momenti di comprensione. Tutto è stato veloce e impersonale, dovuto soprattutto. Quando ho potuto prendere fiato e guardarmi intorno ho capito di essere nuovamente andata ben oltre la mia sopportazione, quando ancora una volta sono arrivate pessime notizie, credo che dentro di me qualcosa si sia spezzato per sempre. Come se fosse stato reciso qualcosa alla radice, un ramo dal quale non sono mai nati frutti.

La parte peggiore di me è quella persona che non sono mai stata prima, che non sono mai stata obbligata a mostrare perché ho sempre creduto in quello che facevo pensando che la fatica mi avrebbe ripagato, che mi sarebbe stato riconosciuto lo sforzo e l’impegno. Esasperata e delusa, ho messo da parte a malincuore l’idealismo in cui credevo, ho dovuto farlo, anche se da qualche parte ancora latita. Dentro ho però la netta certezza di essere più vicina a me di quanto lo sia mai stata prima, come se fosse necessario farmi ricoprire di incomprensioni e cattiverie, per capire quanto poco me ne importi. Sono serena quando so di non essere compresa, di non essere cercata, perché è allora che vedo chi mi ama davvero.

Angela

Eppure avrei dovuto già da tempo imparare a dubitare, a chiedere ai fatti e non alle parole di mostrarmi la verità, la realtà per quello che è. Ma forse ci voleva l’ennesima notte insonne a base di tosse per ricordarmi di lei, la mia amica Angela, colei che mi definiva come una sorella, e che a un mese dal mio intervento chirurgico, in cui si era detta molto preoccupata della mia ripresa, faceva perdere le tracce di sé per tuffarsi in una relazione amorosa di cui non sapevo nulla.

Così in queste notte post Covid, in cui i postumi del virus si fanno sentire, inizio a ricordare e capisco perché sono così tesa. Sarà che il dubbio non è mai bello, sarà che quella parola non detta o quel gesto compiuto assumono un loro peso all’interno del mio percorso. Devo tutto questo a lei, Angela, per sempre e fortunatamente perduta, che tra l’altro si riaffaccia sulla scena dei social, dopo 7 anni di assenza, in cui probabilmente voleva far perdere traccia di sé e far dimenticare tutte le menzogne raccontate. Così ho scoperto che ha una nuova sorella, probabilmente ne adotta una tutte le volte che ricomincia da capo, che taglia i ponti con il passato in modo che nessuno possa contraddire quello che si permette di raccontare. Chissà se a questa nuova parente acquisita avrà fatto sapere che non è meglio di lei, chissà se si presenterà a casa sua a colazione, pranzo, cena, se si farà portare in vacanza o se racconterà la sua triste vita, con variazioni sempre diverse da un giorno all’altro.

Per me esiste un periodo in cui non volevo vedere e uno in cui ho imparato a vedere quello che veniva omesso. Quella fase in cui, sedendoti accanto a una persona, sai perfettamente che c’è un vuoto tra di voi, quello spazio che non è riempito dalla verità, ma soprattutto dalla lealtà. Sai che quella persona sta volutamente evitando di dirti qualcosa, lo capisci dai suoi modi, dalle sue espressioni, dalla tensione che senti crescere dentro di te, che magari non sei molto brillante, ma il sesto senso ce l’hai, eccome se ce l’hai, per sapere che bisogna andare oltre ed indagare. Perché diversamente tendi a farti scivolare addosso certe circostanze, invece quando l’istinto ti impone di rimanere, allora sai che non puoi fare finta di nulla. Te l’ha insegnato lei, Angela, che non ti voleva bene, ma provava invidia, che voleva essere come te, addirittura comprando per se stessa le orchidee che tu adoravi. Lei che raccontava di vacanze in solitaria, mentre si faceva accompagnare dal manzo di turno a cui concedeva i suoi favori sessuali. Lei che faceva pena a tutti e otteneva scarpe da 200 euro o trattamenti gratuiti. Lei che andava a teatro a vedere il tuo spettacolo preferito senza dirti nulla, ma sfoggiandolo subito dopo, ovviamente senza pagare. Lei, di cui ti sei fidata, a cui hai voluto bene e di cui hai sentito spesso la mancanza, per poi darti come sempre la solita risposta: eri tu che hai fatto tutto, non lei. Lei ha preso, ha usato, si è approfittata e poi ti ha mollata lì, sputandoti addosso con il primo pretesto che ha trovato. E probabilmente senti anche che è tempo di alzare di nuovo la guardia, perché prima o poi tornerà a cercarti, facendoti credere qualcosa di non vero. Nel frattempo i dubbi sono la prova che c’è altro che non va e che non sei paranoica.

Sai che Angela è il massimo esempio di fiducia frantumata, ma le parole non dette, la mancanza di continuità tra parole e azioni restano per tutti quanti. Allora la sveglia notturna è il campanello d’allarme che ti dice di non farti abbindolare, di continuare a dubitare, perché forse sarai pigra, lenta e magari un po’ asociale, ma nel tempo non hai mai dato modo di far dubitare di te stessa.

Matilde

Poi arriva lei, quella notizia che non vorresti mai ricevere, proprio alle due di notte, mentre stai dormendo coccolata da quel poco fresco che la pioggia ha portato con sé. Ti scrive Silvia, dicendoti che lei è mancata. Leggerai il messaggio al mattino, appena sveglia, senza riuscire a capacitartene.

All’improvviso capita che qualcuno di caro venga a mancare, inaspettatamente. Come se attendere la morte la facesse apparire meno dolorosa. Una perdita, un vuoto, quello spazio che nessun altro potrà riempire, perché apparteneva solo a lei.

Ciao Matilde! Mi mancherai. Non credo verrò a salutarti, fatico a dire addio. Non amo le separazioni, i distacchi, tantomeno gli arrivederci. Meglio fare finta di niente, diventa tutto più semplice. Perdo anche te., presenza unica e speciale nella mia vita. Non ti manderemo più i nostri video, Lara ed io, e ogni volta sarà ricordare di non averti più tra di noi.

All’improvviso succede che la luce si spegne, che l’ingranaggio si ferma e non si può sostituire, non ci sono altre opportunità. Finisce tutto lì, in un attimo. Dopo non esiste.

Grazie per avermi ascoltato e consigliato. Grazie della tua saggezza e del tuo cuore grande. Grazie di essere stata di conforto e di sostegno. Grazie per avermi considerata un’amica e per aver riso con me e di me. Grazie per avermi voluto conoscere e avermi giudicata con i tuoi occhi. Grazie di non esserti dimenticata di me.

Ti voglio bene.

Di COVID e di altri virus

Dopo otto giorni di reclusione vorrei cedere alla tentazione di lamentarmi del destino avverso, ma se devo dirla tutta ho conosciuto periodi decisamente più bui e condizioni di salute ben più gravi, seguiti da depressioni molto più acute e durature. Diciamo che da sempre agosto non rappresenta uno dei miei mesi preferiti, specie nella sua prima parte, mentre riesco ad affrontarlo meglio quando volge al termine e cede il posto a un settembre lavorativo, è vero, ma anche di inizi, di ripresa, di progetti.

In queste giornate un po’ tutte uguali le considerazioni sono state molte, la prima e più importante è che non mi sono sentita sola, se non nella misura che l’isolamento impone. Ho ricevuto messaggi inaspettati e incoraggiamenti. Ho scoperto il valore del cibo consegnato a casa, io che di solito esco a procurarmelo, ho apprezzato l’idea di ordinare e ricevere, spaziando un po’ oltre la spesa consegnata da mio fratello che prevede l’alimentazione base. Ma soprattutto ho rallentato la mia ansia di vita, io che mi aspetto sempre di essere all’altezza, di non venire scalfita, di mostrarmi forte e decisa. Io che vengo ripresa per non mostrare mai le mie fragilità ma che poi è come se dovessi sempre fare, reagire, prendere in mano le situazioni, pure non mie, e risolverle. Perché purtroppo accade di cadere non nella propria comfort zone, ma in quella altrui. Credo che sia questo il vero e proprio virus nel quale sono caduta e per il quale non basta un tampone negativo.

Mi sono sentita dare della persona arida, perché non piango in continuazione per quelle che a mio avviso sono stupidaggini. Sono stata invitata a organizzare vacanze o uscite, quando in realtà il bisogno non era certamente mio. Ho avuto la netta sensazione di tranquillizzare chi mi vede, ma non mi è vicino, di essere quello che si aspettavano da me.

Ecco, se fosse possibile, vorrei dire che le persone agiscono in base a necessità. Ci sono tempi di vita che impongono durezza e controllo, altri in cui è bene non pensare, ma piuttosto lasciare andare, prendere la vita come viene, ed evitare soprattutto. Evitare l’incontro e il possibile scontro, evitare di dover essere, di dover fare, di chiedere troppo a se stessi. Evitare di parlare di chi non merita soprattutto, perché non è necessario sempre mettere tutto sotto osservazione e specularci sopra, a volte è bene soprassedere. Ma tutto questo non dipende dalla forza o dal menefreghismo, dipende solo dal bisogno di vivere, di respirare, di trovare una ricetta per non rendere l’esistenza troppo pesante e a volte indigesta.

Alla solita collega intossicante che parte con le sue speculazioni, il mio monito è quello di vivere, e soprattutto di non rompere i cosiddetti.

Cieli irlandesi

Rientrare dall’Irlanda e ritrovarsi positiva al COVID, succede anche questo nell’epoca dei viaggi in pandemia.

Capita quindi che da cinque giorni sono qui rinchiusa in casa. Se per i primi due il verbo che meglio li descriveva era giacere, nel letto ovviamente, senza essere in alcun modo in grado di muovere anche solo una gamba, adesso mi sposto con una certa naturalezza tra la zona notte e quella giorno, con qualche diversivo in terrazzo e addirittura alla buca delle lettere, dopo aver appurato che non ci sia nessuno nei dintorni.

Che dire….. i pensieri si inseguono, complice il silenzio che ho ritrovato dopo 15 giorni in compagnia di una collega insensibile al verbo tacere. Un silenzio che da sempre è la mia migliore arma di difesa nei momenti difficili e che assaporo, nonostante la forzata reclusione. Perché sebbene spesso e volentieri abbia pensato che la mia esistenza potesse essere vuota e priva di valore, se paragonata ad altre sulla carta molto più interessanti, ho avuto invece modo di appurare che così non è. Dopo aver trascorso due settimane insieme a chi ha fatto del suo posto di lavoro la sua religione, affermo con grande gioia e soddisfazione che così non è per me. Mi posso ugualmente ritenere serena nel dire che senza avere un compagno accanto, ho difficilmente provato il senso di solitudine, grazie a persone affettuose e preoccupate della mia salute.

L’Irlanda non è certamente my cup of tea. Quando avevo accettato di accompagnare i ragazzi in vacanza-studio mi aveva mossa la curiosità per un luogo nel quale non ero mai stata. Spinta dall’entusiasmo di partire e di viaggiare gratuitamente non ho messo in conto i miei gusti e le mie preferenze. Un paese pulito, ordinato, una popolazione socievole e amichevole, ma dove il clima la fa da padrone almeno per me.

Cieli irlandesi, una collezione di sfumature che variano dal grigio intenso, al blu, all’azzurro con nuvole che incombono minacciose e poi lasciano lo spazio a schiarite improvvise per poi variare ancora. Four seasons in a day….. e meno male che non sono cinque o sei!! Mentre gli irlandesi nuotavano in un mare che è considerato perfetto a 12°, la sottoscritta li ammirava basita sotto la sua felpa e il suo k-way, già scossa da qualche brividino virale.

Sicuramente porto a casa un’esperienza nuova e diversa, che in qualche modo mi ha arricchita. Probabilmente era necessario che uscissi dalla mia comfort zone, dal mio ricercare qualcosa di conosciuto per sentirmi più a mio agio. Forse avevo bisogno di vedere qualcosa di nuovo e ugualmente sorprendente, ma che non mi rispecchia, e forse è stato un bene anche per imparare a conoscere meglio qualcuno. Forse un tempo avrei letto un’esperienza del genere con un senso di frustrazione e di perdita di tempo, oggi credo che sia fondamentale raccogliere quanto la vita offre, indipendentemente dai nostri desideri. Portare a casa quanto si riesce comunque ad ottenere e farne tesoro.

La chiocciola

E’ proprio lì che si insinua il dubbio, quando non credi, quando a pelle qualcosa non torna e sai di sforzarti nel giustificare.

Era sabato e ci tenevi che ci fossero anche loro, forse non gliel’hai detto esplicitamente ma era chiaro che fosse così, invitandoli con largo anticipo. Ti è stato subito risposto che non sarebbe stato possibile, ma non ti ha stupito, te l’aspettavi, perché se anche non avessi mandato quell’invito o non avessi detto loro nulla, sarebbe stata la stessa cosa. I loro programmi, già fatti, non comprendevano te, ma inutile dire che non ti comprendono mai. Qualcuno non ti ha risposto, ti ha tenuta in sospeso, per poi dirti che avrebbe scelto altro, lasciandoti a bocca aperta!, proprio il matrimonio di una persona senza importanza, come ti è stato sottolineato.

I dubbi si annidano e spingono a cercare le risposte, a fare chiarezza, a non fermarsi all’apparenza. Sai che su alcune persone non puoi contare, e allora perché ti ostini? Perché non riesci ad accettare di essere la loro ultima alternativa, come quando all’ultimo minuto ti invitano al cinema e tu pensi che sia un atto di gentilezza, ma poi ripensandoci capisci che in quel momento non c’era nessun altro? Hai avuto mille conferme di non poter contare su qualcuno, ti sono state dette le peggio cose, con la scusa che i messaggi spesso non aiutano. La verità però la conosci molto bene e la realtà ne è una continua conferma. Non conti nulla. Non c’è spazio per te, forse sovraffollato, o anche solo semplicemente scomodo, come se si dovessero smuovere troppe pedine per fare spazio anche a te, non solo a te, ma a quella te che ogni tanto fa capolino. Ma la tua presenza non piace, è scomoda, forse troppo impegnativa, o semplicemente non richiesta, se non su ordinazione. Vai bene a quell’ora, in quel giorno, senza che si accavalli con altri impegni, come il parrucchiere, quel posto dove passare, fermarsi il giusto tempo e poi riprendere con le altre attività. Non è mai un tempo dilatato, non sono previste ore e tantomeno giorni, ci si limita, forse anche a vicenda, perché hai capito anche tu che certi limiti non possono essere superati, che certe barriere sono state poste proprio lì per sbarrarti la strada e impedirti di passare. Non ti viene mai chiesto di essere partecipe.

Forse l’errore nel tempo è stato anche quello di mostrare una presenza discreta, di non superare il limite, di tenersi un po’ al margine per non infastidire, per non creare disordine, per non essere di troppo. In realtà avrebbe solo significato essere presente, mostrare che anche tu sei una presenza fisica. Ma, nel tempo, si è considerato solo il fatto che ci sei, che nonostante tutto ci sei, ma tu chi sei? Sei davvero quella presenza impercettibile che non fa rumore? Effettivamente sì, ma non perché non lo sappia fare o perché ti proponi su richiesta, ma perché hai bisogno di tempo per ambientarti, per capire, per sentirti a tuo agio. Sei lenta nei rapporti, come quelle chiocciole un po’ bavose che lasciano la scia, magari come indicazione della strada che hanno percorso per arrivare. A te piace valutare ma soprattutto sentire gli umori, i profumi, la sensazione che tutto si lascia dietro di sé. Hai bisogno di tempo, di tornarci sopra, non sai essere immediata, sei di pancia ma con una digestione lenta, in cui i rapporti che mastichi devono lasciarti un buon sapore, in cui l’esperienza con chi ti sta a fianco deve essere arricchente, non un bicchiere da bere tutto d’un fiato per togliere la sete, ma quell’amaro che si scioglie in bocca, il gusto dei rapporti che faticosamente cerchi. Tutto questo non coincide con i tempi di vita altrui, con il senso che diamo all’altro, ma soprattutto a noi stessi.

Faccio cose

Faccio cose, molte e stupide, tipo inviare messaggi a chi non dovrei, essere gentile ed educata là dove non sarebbe nemmeno il caso di provarci, vado avanti, cerco di essere superiore.

Faccio cose che non lasciano il segno ma che fanno bene a me che, nella vita, non ho potuto essere mamma pancina e ho deciso di non essere mamma di cuore, perché sarebbe stata una forzatura.

Faccio cose che interessano a pochi, come ballare a suon di musica egiziana, scrivere post incongruenti, leggere libri, ascoltare musica tamarra (in auto a tutto volume), coltivare piante, dipingere i muri di casa quando sono giù, badare ad una madre che mi tortura il cervello, evitare il vicino di casa ottantenne che mi tampina per portarmi a cena fuori.

Faccio cose e piaccio a pochi. Ho sempre l’impressione di disturbare, di essere invadente, di non essere ascoltata, di non essere amata.

Faccio cose e ne vorrei fare ancora di più, anche se il rischio è di non riuscire a stare dietro a tutto.

Faccio cose come pensare che a volte non è necessario programmare, decidere, attendere, dedicarsi, a volte è bene soprassedere, fare finta di niente, mettere da parte, dimenticare, che tanto l’umano agire è quello che è, che siamo le persone che riusciamo ad essere, che il tempo di vita è un attimo, dopo, tutto è passato.

Allora faccio cose, per un momento, per giorni, per mesi, forse per anni, senza chiedere e senza pretendere, ma forse sperando di trovare sempre l’ispirazione dentro di me per non fermarmi.

Il 2 luglio

E poi arriva luglio e manco te ne accorgi, giri la pagina del calendario alcolico, che suggerisce margarita per questo mese, e improvvisamente realizzi che hai il saggio di danza finale con quel gruppo di pazzerelle che da un anno frequenti un sabato al mese. Perché tra le varie ed eventuali sei riuscita a inserire anche quest’anno l’immancabile appuntamento danzerino e il saggio, proprio tu che lo odi, che lo temi da sempre, perché sai già che non è pane per i tuoi denti. Ma l’amica Antonia ti ha voluto coinvolgere, lo ha promesso pure alla maestra di farti entrare nel gruppo whatsapp Coreografia 1, proprio tu che odi pure quelli e ne avrai almeno una decina aperti. Così un sabato al mese ti dedichi a muovere l’anca, perché ormai della danza magica orientale non puoi più farne a meno. Così abbandonato il ruolo profia lofia ti concentri per la parte dell’odalisca de noartri, con un costumino castigato giallo luccicoso che lascia poco all’immaginazione, tantomeno a mostrare le tue grazie adipose che si depositano lì sulla pancia appunto, dove il dente duole, in un corpetto che mostra pure il davanzale che mamma ti fece. Ecco, ci sono persone che attendono con ansia di mostrare i propri fisici asciutti o formosi, la sottoscritta no, anche perché basta poco perché le rotondità che la circondano si mostrino. Ma nel tempo ho imparato che me ne frego e per quanto non impazzisca per il mio corpo e rimpianga la me di molti anni fa e soprattutto di molti kili or sono, cerco di essere comunque fiera di me e di tutto quello che mi porto appresso.

Arriva dunque il 2 luglio, un sabato. Si apre sotto i migliori auspici, la maestra non farà prove generali sul posto, non ci saranno tour de force in teatro, ci troveremo con calma sul posto verso le 19. Ed è così che intorno alle 18:30 si apre la soirée con un bello spritz di ouverture, giusto per togliersi la sete e rompere il ghiaccio con il palco, ovviamente a proportelo è sempre la stessa amica che ti ha convinta ad essere lì con lei. Nella serata ne seguiranno molti di brindisi, ma soprattutto la serata cabaret El Leil wel Nil, una notte lungo il Nilo, si trasformerà in una festa, in cui salire sul palchetto e danzare sarà la cosa più semplice e naturale del mondo. Sarà un momento in cui concludere l’anno, in cui mostrare quanto si è imparato e non quanto qualcuno si aspetta. Sarà la metafora della vita, come propone lei, la tua maestra beduina che vive tra l’Italia, la Spagna e l’Egitto, quel momento in cui godersi l’istante, in cui sorridere e fottersene di quello che altri pensano, sarà il momento per regalare un sorriso a chi è venuto a vederti e non se n’è dimenticato, o non aveva deciso di assolvere ad altri imprescindibili impegni. Sarà il momento in cui, dopo tanto di tutto, lascerai andare te stessa, complice l’alcol, il caldo, le mani che applaudono e la musica che ripete la stessa melodia, provata e riprovata.

E quando tutto finisce, pensi silenziosamente dentro di te che non vedi l’ora che un altro anno arrivi per imparare, per migliorare, per mostrare a te stessa ancora qualcosa che non conosci, ma ovviamente non lo dici a nessuno.