Angela

Eppure avrei dovuto già da tempo imparare a dubitare, a chiedere ai fatti e non alle parole di mostrarmi la verità, la realtà per quello che è. Ma forse ci voleva l’ennesima notte insonne a base di tosse per ricordarmi di lei, la mia amica Angela, colei che mi definiva come una sorella, e che a un mese dal mio intervento chirurgico, in cui si era detta molto preoccupata della mia ripresa, faceva perdere le tracce di sé per tuffarsi in una relazione amorosa di cui non sapevo nulla.

Così in queste notte post Covid, in cui i postumi del virus si fanno sentire, inizio a ricordare e capisco perché sono così tesa. Sarà che il dubbio non è mai bello, sarà che quella parola non detta o quel gesto compiuto assumono un loro peso all’interno del mio percorso. Devo tutto questo a lei, Angela, per sempre e fortunatamente perduta, che tra l’altro si riaffaccia sulla scena dei social, dopo 7 anni di assenza, in cui probabilmente voleva far perdere traccia di sé e far dimenticare tutte le menzogne raccontate. Così ho scoperto che ha una nuova sorella, probabilmente ne adotta una tutte le volte che ricomincia da capo, che taglia i ponti con il passato in modo che nessuno possa contraddire quello che si permette di raccontare. Chissà se a questa nuova parente acquisita avrà fatto sapere che non è meglio di lei, chissà se si presenterà a casa sua a colazione, pranzo, cena, se si farà portare in vacanza o se racconterà la sua triste vita, con variazioni sempre diverse da un giorno all’altro.

Per me esiste un periodo in cui non volevo vedere e uno in cui ho imparato a vedere quello che veniva omesso. Quella fase in cui, sedendoti accanto a una persona, sai perfettamente che c’è un vuoto tra di voi, quello spazio che non è riempito dalla verità, ma soprattutto dalla lealtà. Sai che quella persona sta volutamente evitando di dirti qualcosa, lo capisci dai suoi modi, dalle sue espressioni, dalla tensione che senti crescere dentro di te, che magari non sei molto brillante, ma il sesto senso ce l’hai, eccome se ce l’hai, per sapere che bisogna andare oltre ed indagare. Perché diversamente tendi a farti scivolare addosso certe circostanze, invece quando l’istinto ti impone di rimanere, allora sai che non puoi fare finta di nulla. Te l’ha insegnato lei, Angela, che non ti voleva bene, ma provava invidia, che voleva essere come te, addirittura comprando per se stessa le orchidee che tu adoravi. Lei che raccontava di vacanze in solitaria, mentre si faceva accompagnare dal manzo di turno a cui concedeva i suoi favori sessuali. Lei che faceva pena a tutti e otteneva scarpe da 200 euro o trattamenti gratuiti. Lei che andava a teatro a vedere il tuo spettacolo preferito senza dirti nulla, ma sfoggiandolo subito dopo, ovviamente senza pagare. Lei, di cui ti sei fidata, a cui hai voluto bene e di cui hai sentito spesso la mancanza, per poi darti come sempre la solita risposta: eri tu che hai fatto tutto, non lei. Lei ha preso, ha usato, si è approfittata e poi ti ha mollata lì, sputandoti addosso con il primo pretesto che ha trovato. E probabilmente senti anche che è tempo di alzare di nuovo la guardia, perché prima o poi tornerà a cercarti, facendoti credere qualcosa di non vero. Nel frattempo i dubbi sono la prova che c’è altro che non va e che non sei paranoica.

Sai che Angela è il massimo esempio di fiducia frantumata, ma le parole non dette, la mancanza di continuità tra parole e azioni restano per tutti quanti. Allora la sveglia notturna è il campanello d’allarme che ti dice di non farti abbindolare, di continuare a dubitare, perché forse sarai pigra, lenta e magari un po’ asociale, ma nel tempo non hai mai dato modo di far dubitare di te stessa.

Matilde

Poi arriva lei, quella notizia che non vorresti mai ricevere, proprio alle due di notte, mentre stai dormendo coccolata da quel poco fresco che la pioggia ha portato con sé. Ti scrive Silvia, dicendoti che lei è mancata. Leggerai il messaggio al mattino, appena sveglia, senza riuscire a capacitartene.

All’improvviso capita che qualcuno di caro venga a mancare, inaspettatamente. Come se attendere la morte la facesse apparire meno dolorosa. Una perdita, un vuoto, quello spazio che nessun altro potrà riempire, perché apparteneva solo a lei.

Ciao Matilde! Mi mancherai. Non credo verrò a salutarti, fatico a dire addio. Non amo le separazioni, i distacchi, tantomeno gli arrivederci. Meglio fare finta di niente, diventa tutto più semplice. Perdo anche te., presenza unica e speciale nella mia vita. Non ti manderemo più i nostri video, Lara ed io, e ogni volta sarà ricordare di non averti più tra di noi.

All’improvviso succede che la luce si spegne, che l’ingranaggio si ferma e non si può sostituire, non ci sono altre opportunità. Finisce tutto lì, in un attimo. Dopo non esiste.

Grazie per avermi ascoltato e consigliato. Grazie della tua saggezza e del tuo cuore grande. Grazie di essere stata di conforto e di sostegno. Grazie per avermi considerata un’amica e per aver riso con me e di me. Grazie per avermi voluto conoscere e avermi giudicata con i tuoi occhi. Grazie di non esserti dimenticata di me.

Ti voglio bene.

Di COVID e di altri virus

Dopo otto giorni di reclusione vorrei cedere alla tentazione di lamentarmi del destino avverso, ma se devo dirla tutta ho conosciuto periodi decisamente più bui e condizioni di salute ben più gravi, seguiti da depressioni molto più acute e durature. Diciamo che da sempre agosto non rappresenta uno dei miei mesi preferiti, specie nella sua prima parte, mentre riesco ad affrontarlo meglio quando volge al termine e cede il posto a un settembre lavorativo, è vero, ma anche di inizi, di ripresa, di progetti.

In queste giornate un po’ tutte uguali le considerazioni sono state molte, la prima e più importante è che non mi sono sentita sola, se non nella misura che l’isolamento impone. Ho ricevuto messaggi inaspettati e incoraggiamenti. Ho scoperto il valore del cibo consegnato a casa, io che di solito esco a procurarmelo, ho apprezzato l’idea di ordinare e ricevere, spaziando un po’ oltre la spesa consegnata da mio fratello che prevede l’alimentazione base. Ma soprattutto ho rallentato la mia ansia di vita, io che mi aspetto sempre di essere all’altezza, di non venire scalfita, di mostrarmi forte e decisa. Io che vengo ripresa per non mostrare mai le mie fragilità ma che poi è come se dovessi sempre fare, reagire, prendere in mano le situazioni, pure non mie, e risolverle. Perché purtroppo accade di cadere non nella propria comfort zone, ma in quella altrui. Credo che sia questo il vero e proprio virus nel quale sono caduta e per il quale non basta un tampone negativo.

Mi sono sentita dare della persona arida, perché non piango in continuazione per quelle che a mio avviso sono stupidaggini. Sono stata invitata a organizzare vacanze o uscite, quando in realtà il bisogno non era certamente mio. Ho avuto la netta sensazione di tranquillizzare chi mi vede, ma non mi è vicino, di essere quello che si aspettavano da me.

Ecco, se fosse possibile, vorrei dire che le persone agiscono in base a necessità. Ci sono tempi di vita che impongono durezza e controllo, altri in cui è bene non pensare, ma piuttosto lasciare andare, prendere la vita come viene, ed evitare soprattutto. Evitare l’incontro e il possibile scontro, evitare di dover essere, di dover fare, di chiedere troppo a se stessi. Evitare di parlare di chi non merita soprattutto, perché non è necessario sempre mettere tutto sotto osservazione e specularci sopra, a volte è bene soprassedere. Ma tutto questo non dipende dalla forza o dal menefreghismo, dipende solo dal bisogno di vivere, di respirare, di trovare una ricetta per non rendere l’esistenza troppo pesante e a volte indigesta.

Alla solita collega intossicante che parte con le sue speculazioni, il mio monito è quello di vivere, e soprattutto di non rompere i cosiddetti.

Cieli irlandesi

Rientrare dall’Irlanda e ritrovarsi positiva al COVID, succede anche questo nell’epoca dei viaggi in pandemia.

Capita quindi che da cinque giorni sono qui rinchiusa in casa. Se per i primi due il verbo che meglio li descriveva era giacere, nel letto ovviamente, senza essere in alcun modo in grado di muovere anche solo una gamba, adesso mi sposto con una certa naturalezza tra la zona notte e quella giorno, con qualche diversivo in terrazzo e addirittura alla buca delle lettere, dopo aver appurato che non ci sia nessuno nei dintorni.

Che dire….. i pensieri si inseguono, complice il silenzio che ho ritrovato dopo 15 giorni in compagnia di una collega insensibile al verbo tacere. Un silenzio che da sempre è la mia migliore arma di difesa nei momenti difficili e che assaporo, nonostante la forzata reclusione. Perché sebbene spesso e volentieri abbia pensato che la mia esistenza potesse essere vuota e priva di valore, se paragonata ad altre sulla carta molto più interessanti, ho avuto invece modo di appurare che così non è. Dopo aver trascorso due settimane insieme a chi ha fatto del suo posto di lavoro la sua religione, affermo con grande gioia e soddisfazione che così non è per me. Mi posso ugualmente ritenere serena nel dire che senza avere un compagno accanto, ho difficilmente provato il senso di solitudine, grazie a persone affettuose e preoccupate della mia salute.

L’Irlanda non è certamente my cup of tea. Quando avevo accettato di accompagnare i ragazzi in vacanza-studio mi aveva mossa la curiosità per un luogo nel quale non ero mai stata. Spinta dall’entusiasmo di partire e di viaggiare gratuitamente non ho messo in conto i miei gusti e le mie preferenze. Un paese pulito, ordinato, una popolazione socievole e amichevole, ma dove il clima la fa da padrone almeno per me.

Cieli irlandesi, una collezione di sfumature che variano dal grigio intenso, al blu, all’azzurro con nuvole che incombono minacciose e poi lasciano lo spazio a schiarite improvvise per poi variare ancora. Four seasons in a day….. e meno male che non sono cinque o sei!! Mentre gli irlandesi nuotavano in un mare che è considerato perfetto a 12°, la sottoscritta li ammirava basita sotto la sua felpa e il suo k-way, già scossa da qualche brividino virale.

Sicuramente porto a casa un’esperienza nuova e diversa, che in qualche modo mi ha arricchita. Probabilmente era necessario che uscissi dalla mia comfort zone, dal mio ricercare qualcosa di conosciuto per sentirmi più a mio agio. Forse avevo bisogno di vedere qualcosa di nuovo e ugualmente sorprendente, ma che non mi rispecchia, e forse è stato un bene anche per imparare a conoscere meglio qualcuno. Forse un tempo avrei letto un’esperienza del genere con un senso di frustrazione e di perdita di tempo, oggi credo che sia fondamentale raccogliere quanto la vita offre, indipendentemente dai nostri desideri. Portare a casa quanto si riesce comunque ad ottenere e farne tesoro.

La chiocciola

E’ proprio lì che si insinua il dubbio, quando non credi, quando a pelle qualcosa non torna e sai di sforzarti nel giustificare.

Era sabato e ci tenevi che ci fossero anche loro, forse non gliel’hai detto esplicitamente ma era chiaro che fosse così, invitandoli con largo anticipo. Ti è stato subito risposto che non sarebbe stato possibile, ma non ti ha stupito, te l’aspettavi, perché se anche non avessi mandato quell’invito o non avessi detto loro nulla, sarebbe stata la stessa cosa. I loro programmi, già fatti, non comprendevano te, ma inutile dire che non ti comprendono mai. Qualcuno non ti ha risposto, ti ha tenuta in sospeso, per poi dirti che avrebbe scelto altro, lasciandoti a bocca aperta!, proprio il matrimonio di una persona senza importanza, come ti è stato sottolineato.

I dubbi si annidano e spingono a cercare le risposte, a fare chiarezza, a non fermarsi all’apparenza. Sai che su alcune persone non puoi contare, e allora perché ti ostini? Perché non riesci ad accettare di essere la loro ultima alternativa, come quando all’ultimo minuto ti invitano al cinema e tu pensi che sia un atto di gentilezza, ma poi ripensandoci capisci che in quel momento non c’era nessun altro? Hai avuto mille conferme di non poter contare su qualcuno, ti sono state dette le peggio cose, con la scusa che i messaggi spesso non aiutano. La verità però la conosci molto bene e la realtà ne è una continua conferma. Non conti nulla. Non c’è spazio per te, forse sovraffollato, o anche solo semplicemente scomodo, come se si dovessero smuovere troppe pedine per fare spazio anche a te, non solo a te, ma a quella te che ogni tanto fa capolino. Ma la tua presenza non piace, è scomoda, forse troppo impegnativa, o semplicemente non richiesta, se non su ordinazione. Vai bene a quell’ora, in quel giorno, senza che si accavalli con altri impegni, come il parrucchiere, quel posto dove passare, fermarsi il giusto tempo e poi riprendere con le altre attività. Non è mai un tempo dilatato, non sono previste ore e tantomeno giorni, ci si limita, forse anche a vicenda, perché hai capito anche tu che certi limiti non possono essere superati, che certe barriere sono state poste proprio lì per sbarrarti la strada e impedirti di passare. Non ti viene mai chiesto di essere partecipe.

Forse l’errore nel tempo è stato anche quello di mostrare una presenza discreta, di non superare il limite, di tenersi un po’ al margine per non infastidire, per non creare disordine, per non essere di troppo. In realtà avrebbe solo significato essere presente, mostrare che anche tu sei una presenza fisica. Ma, nel tempo, si è considerato solo il fatto che ci sei, che nonostante tutto ci sei, ma tu chi sei? Sei davvero quella presenza impercettibile che non fa rumore? Effettivamente sì, ma non perché non lo sappia fare o perché ti proponi su richiesta, ma perché hai bisogno di tempo per ambientarti, per capire, per sentirti a tuo agio. Sei lenta nei rapporti, come quelle chiocciole un po’ bavose che lasciano la scia, magari come indicazione della strada che hanno percorso per arrivare. A te piace valutare ma soprattutto sentire gli umori, i profumi, la sensazione che tutto si lascia dietro di sé. Hai bisogno di tempo, di tornarci sopra, non sai essere immediata, sei di pancia ma con una digestione lenta, in cui i rapporti che mastichi devono lasciarti un buon sapore, in cui l’esperienza con chi ti sta a fianco deve essere arricchente, non un bicchiere da bere tutto d’un fiato per togliere la sete, ma quell’amaro che si scioglie in bocca, il gusto dei rapporti che faticosamente cerchi. Tutto questo non coincide con i tempi di vita altrui, con il senso che diamo all’altro, ma soprattutto a noi stessi.

Faccio cose

Faccio cose, molte e stupide, tipo inviare messaggi a chi non dovrei, essere gentile ed educata là dove non sarebbe nemmeno il caso di provarci, vado avanti, cerco di essere superiore.

Faccio cose che non lasciano il segno ma che fanno bene a me che, nella vita, non ho potuto essere mamma pancina e ho deciso di non essere mamma di cuore, perché sarebbe stata una forzatura.

Faccio cose che interessano a pochi, come ballare a suon di musica egiziana, scrivere post incongruenti, leggere libri, ascoltare musica tamarra (in auto a tutto volume), coltivare piante, dipingere i muri di casa quando sono giù, badare ad una madre che mi tortura il cervello, evitare il vicino di casa ottantenne che mi tampina per portarmi a cena fuori.

Faccio cose e piaccio a pochi. Ho sempre l’impressione di disturbare, di essere invadente, di non essere ascoltata, di non essere amata.

Faccio cose e ne vorrei fare ancora di più, anche se il rischio è di non riuscire a stare dietro a tutto.

Faccio cose come pensare che a volte non è necessario programmare, decidere, attendere, dedicarsi, a volte è bene soprassedere, fare finta di niente, mettere da parte, dimenticare, che tanto l’umano agire è quello che è, che siamo le persone che riusciamo ad essere, che il tempo di vita è un attimo, dopo, tutto è passato.

Allora faccio cose, per un momento, per giorni, per mesi, forse per anni, senza chiedere e senza pretendere, ma forse sperando di trovare sempre l’ispirazione dentro di me per non fermarmi.

Il 2 luglio

E poi arriva luglio e manco te ne accorgi, giri la pagina del calendario alcolico, che suggerisce margarita per questo mese, e improvvisamente realizzi che hai il saggio di danza finale con quel gruppo di pazzerelle che da un anno frequenti un sabato al mese. Perché tra le varie ed eventuali sei riuscita a inserire anche quest’anno l’immancabile appuntamento danzerino e il saggio, proprio tu che lo odi, che lo temi da sempre, perché sai già che non è pane per i tuoi denti. Ma l’amica Antonia ti ha voluto coinvolgere, lo ha promesso pure alla maestra di farti entrare nel gruppo whatsapp Coreografia 1, proprio tu che odi pure quelli e ne avrai almeno una decina aperti. Così un sabato al mese ti dedichi a muovere l’anca, perché ormai della danza magica orientale non puoi più farne a meno. Così abbandonato il ruolo profia lofia ti concentri per la parte dell’odalisca de noartri, con un costumino castigato giallo luccicoso che lascia poco all’immaginazione, tantomeno a mostrare le tue grazie adipose che si depositano lì sulla pancia appunto, dove il dente duole, in un corpetto che mostra pure il davanzale che mamma ti fece. Ecco, ci sono persone che attendono con ansia di mostrare i propri fisici asciutti o formosi, la sottoscritta no, anche perché basta poco perché le rotondità che la circondano si mostrino. Ma nel tempo ho imparato che me ne frego e per quanto non impazzisca per il mio corpo e rimpianga la me di molti anni fa e soprattutto di molti kili or sono, cerco di essere comunque fiera di me e di tutto quello che mi porto appresso.

Arriva dunque il 2 luglio, un sabato. Si apre sotto i migliori auspici, la maestra non farà prove generali sul posto, non ci saranno tour de force in teatro, ci troveremo con calma sul posto verso le 19. Ed è così che intorno alle 18:30 si apre la soirée con un bello spritz di ouverture, giusto per togliersi la sete e rompere il ghiaccio con il palco, ovviamente a proportelo è sempre la stessa amica che ti ha convinta ad essere lì con lei. Nella serata ne seguiranno molti di brindisi, ma soprattutto la serata cabaret El Leil wel Nil, una notte lungo il Nilo, si trasformerà in una festa, in cui salire sul palchetto e danzare sarà la cosa più semplice e naturale del mondo. Sarà un momento in cui concludere l’anno, in cui mostrare quanto si è imparato e non quanto qualcuno si aspetta. Sarà la metafora della vita, come propone lei, la tua maestra beduina che vive tra l’Italia, la Spagna e l’Egitto, quel momento in cui godersi l’istante, in cui sorridere e fottersene di quello che altri pensano, sarà il momento per regalare un sorriso a chi è venuto a vederti e non se n’è dimenticato, o non aveva deciso di assolvere ad altri imprescindibili impegni. Sarà il momento in cui, dopo tanto di tutto, lascerai andare te stessa, complice l’alcol, il caldo, le mani che applaudono e la musica che ripete la stessa melodia, provata e riprovata.

E quando tutto finisce, pensi silenziosamente dentro di te che non vedi l’ora che un altro anno arrivi per imparare, per migliorare, per mostrare a te stessa ancora qualcosa che non conosci, ma ovviamente non lo dici a nessuno.

Giugno

Tutto si conclude, anche un anno iniziato sotto i peggiori auspici, in cui si è augurato al prossimo qualche palata di cacchetta a rimborso di grane non desiderate. Mesi in cui la rabbia e lo stress hanno raggiunto l’apice, in cui il virus si è riappropriato di spazi e di momenti, in cui il sonno si è tramutato in una conquista. Poi tutto termina, anche un po’ malinconico, un altro anno trascorso, persone che se ne vanno, lasciano il posto ad altre, alcune ancora mantengono la poca trasparenza di cui sono dotate e non lasciano trapelare nulla di sé. Oggi addirittura piove, in un contesto di notizie che predicava siccità, desertificazione e prospettava ristrettezze idriche.

E’ il 28 giugno di quello che potrebbe essere il 2032, perché improvvisamente mi sento più vecchia, più distaccata, più consapevole, meno sognatrice, un po’ come in quei romanzi noir in cui i protagonisti girano per città cupe, attraverso vicoli tortuosi e stentano a venire a capo della loro esistenza. Ecco, una vera vita definita ancora non ce l’ho, e non credo farà mai capolino tra le mie giornate. Forse con questo nuovo sguardo su di me abbandono colei che ho sognato e desiderato essere per accettare quella che sono, la vera me. Forse pensavo di essere pronta ad altro, destinata a fronteggiare diversamente il mio destino, invece scopro una persona mai calcolata prima, mai incrociata sul mio cammino, forse perché le circostanze non lasciavano intendere quello che poi sarebbe successo.

Un anno in cui ho imparato tanto. Ho messo le basi molto incerte di una nuova lingua, ho imparato posture e passi, esattamente come desideravo, ho raggiunto risultati riconosciuti e se me l’avessero chiesto, non avrei preventivato niente di tutto questo. In fondo sono contenta, ma cerco di non mostrarlo, non vorrei che il destino se ne accorgesse troppo in fretta e mi piazzasse qualche bella sorpresa, quando già non mancano. Grazie giugno, che termini, che allontani questi mesi, che mi fai comprendere che a tutto c’è una fine, anche ai periodi più bui, che termini e per un attimo non chiedi niente in cambio, ma anzi mi regali un sonno ristoratore dopo tanto tempo.

La vendetta

Sarebbe bello essere così bravi da riuscire a mettere da parte. Sarebbe bello essere superiori, sorvolare, non dare peso, dimenticare. Ma c’è qualcosa che proprio non vuole saperne di andarsene. La rabbia, la sensazione di avere dato qualcosa di sé ed essere stati presi in giro, trattati con superficialità, messi da parte con un bel calcio. Ma non è nemmeno quello, quanto piuttosto non avere avuto spiegazioni di tanta codardia, non avere avuto nemmeno la soddisfazione di sentirsi dare spiegazioni, guardandosi bene in faccia, osservandosi occhi negli occhi. Che pochezza! Non avere nemmeno il coraggio delle proprie azioni. Questo ferisce e mi impedisce di mettere da parte, di archiviare, di dirmi che va bene così, non è un problema. Mi blocca nell’andare oltre, perché non ne sono capace, perché sono anche io un essere umano, con le sue fragilità e debolezze e non sono in grado di accogliere chi non sa darmi spiegazioni, fosse anche solo dire: “Scusa, ho pensato a me stessa, non mi sono interessata di altro!”

Vorrei essere buona e perdonare, ma se lo facessi mi sentirei solo stupida e lascerei la porta aperta a chiunque per poter fare la stessa cosa. La pace non sta nel perdonare, ma nel lasciare andare, nell’abbandonare la convinzione che incontriamo persone come noi, dotate dello stesso sistema di valori, incapaci di azioni che non saremmo neanche in grado di pensare. La mia unica forza è guardare avanti senza avere cedimenti, senza credere a futili parole, senza prestare attenzione a quello che succede. Trovo fondamentale non avere debolezze, evitare di accanirmi ma mantenere una linea chiara, netta, sperando che gli eventi mi diano ragione, senza il desiderio della vendetta, che purtroppo incalza.

E tanta la smania di esplodere, di lasciare andare tutto, di non avere filtri per poi passare automaticamente dalla parte del torto. La voglia impellente è quella di esprimere il proprio disprezzo, ma non sarebbe giusto. Probabilmente quel piatto che va assaporato freddo, ha ben più sapore che uno sfogo momentaneo e forse è il caso di attenderlo con coscienza, con la certezza che non tarderà ad arrivare e magari sarà bello veder cadere qualcuno senza tendergli la mano, nella convinzione che forse possa imparare da se stesso. Ma è anche vero che chi non ha il coraggio di sé non può averlo nemmeno e tantomeno mentre sta cadendo.

2022

E con grande fatica che riprendo a scrivere. Sono passati ormai diversi mesi dall’ultima volta e la persona che affronta queste righe è sicuramente qualcuno che ancora non conosco. Sarebbe bello continuare a dirsi che sono cambiata, ma temo che non renderebbe l’esatta idea di me. Ho mutato pelle e mi addentro in una zona inesplorata della mia esistenza con la coscienza di chi è morto dentro di me.

La prima persona ad essere scomparsa è la figlia che sono stata. Dopo la perdita di mio padre, ho pensato che tutto sarebbe continuato come prima, senza considerare la madre che mi rimaneva, la pandemia e come avrebbero reagito coloro che mi erano intorno. Sono andata avanti come un treno, senza considerazione per me stessa. Lavoravo, ero presente su tutto, correvo da una parte all’altra di Torino per stare dietro a due scuole, raggiungevo mia madre, che invece di reagire si adagiava su se stessa, ero preoccupata per mio fratello senza lavoro e di sfuggita vedevo che chi mi ruotava intorno, si aspettava esattamente che fossi la stessa persona di sempre. Di notte non dormivo. Puntuale alle 4 e mezza mi svegliavo e non c’era verso di riprendere sonno. Ho provato lo sfinimento e la stanchezza, anche un po’ di esaurimento finché non è arrivata l’estate, in cui tutti si aspettavano da me che organizzassi, che facessi, che mi mettessi in moto, mentre il mio solo pensiero era di trovare un po’ di pace. Ad agosto non sono andata in vacanza, sono rimasta a casa, ho spedito mia madre dalle amiche per due settimane e mio fratello al mare, e finalmente ho tirato il fiato. Mi ero presa l’incarico di curare il giardino di famiglia e l’orto, così mentre bagnavo e mi inzaccheravo di terra e fango, ho ripreso di nuovo contatto con me stessa. Mio padre era morto da un anno e io non l’avevo ancora pianto, non ne avevo avuto il tempo. Quella sveglia all’alba mi ricordava l’ora della sua morte, il momento in cui mio fratello mi aveva raggiunto telefonicamente per avvisarmi e in cui, come un automa, mi ero vestita e avevo raggiunto casa dei miei, dove da poco era andata via l’ambulanza. Lui era ancora lì immobile, come se stesse dormendo, a decretare la fine di qualcosa che non sarò mai più, una figlia.

Quando viviamo la perdita di una persona cara, nessuno è in grado di spiegarci quello che affronteremo perché la prima paura è parlarne. Ci sono stati momenti in cui ho cercato di farlo, creando l’imbarazzo intorno a me e l’incapacità di ascoltarmi davvero. Qualcuno ha visto quanto stavo chiedendo a me stessa, ma ugualmente continuava a domandare le mie energie. Purtroppo la donna che mi è rimasta accanto e che continuo a chiamare madre, ha mostrato di essere colei che per prima si aggrappava al braccio forte di quello che era un padre anche per lei. In una situazione di questo genere non si va da nessuna parte finché un giorno non accade di avere voglia di riprendere in mano le fila, di fare il punto su se stessi e di andare avanti con un’andatura nuova, diversa, necessaria.

Da qualche mese ho ripreso a dormire, complice l’erborista maghetta del quartiere nel quale vivo, che ha saputo ascoltarmi e consigliarmi, dopo aver vissuto in prima persona la mia stessa esperienza. Poi è intervenuta la mia voglia di normalità, il bisogno di riposare e di placare l’ansia e i mal di testa.

Ho realizzato che da qualche giorno è iniziato il 2022, che ovviamente non ho festeggiato né salutato benevola, timorosa che possa ancora regalarmi dolori, perdite e quant’altro. I soliti noti che si aspettano da me che io sia sempre la stessa hanno trovato la porta chiusa e un rifiuto silenzioso ai loro tentativi di sfruttare la mia disponibilità. I muri che ho costruito intorno a me per necessità sono ancora alti, per proteggermi e soprattutto per tutelare la persona che sta emergendo, che getta via in continuazione oggetti e abiti, che svuota gli armadi, che si libera di un’esistenza che non le appartiene più. Lei mi chiede di viaggiare più leggera, di essere più spensierata perché non si può attribuire a tutto lo stesso valore, non è più possibile stare male per ogni cosa, arrabbiarsi, prendersela senza discernimento. Mi chiede di essere una persona che non sono mai stata, ma che è necessario che impari a conoscere, una me più giusta per me.