Trois

Esistono quelle stagioni della vita che hanno un profumo diverso, che traghettano verso un ignoto tutto da percorrere. Mi sento proprio così mentre leggo l’ultimo romanzo di Valérie Perrin, scrittrice che ho amato dalla prima riga di Changer l’eau des fleurs, quando sono arrivata a Lione per la prima volta. Il romanzo parla di adolescenze e di età adulte, di sogni e di vita, di luci e di ombre. Inutile non pensare alla propria di adolescenza e alle persone che l’hanno accompagnata e a quanti sono rimasti perché come dice Nina, una delle protagoniste, il y a ceux qui restent et ceux qui partent. Et puis il y a ceux qui abandonnent. Inutile non pensare agli amici che c’erano, a quelli che non ci sono più e a quelli che ancora siedono accanto a me per gustare un aperitivo. Ancora insieme, ancora distanti, ancora qualcosa che rimane da dirsi, da fare, da accogliere interamente, fosse anche solo una briciola di sé.

Il romanzo parla di estate, parla di stagioni del cuore, parla di silenzi e di solitudini. Mentre lo divoro parola per parola, riga per riga, senza accorgermi del tempo che scorre, capisco che era davvero il momento giusto per soffermarsi, per attendere, per posare a terra i progetti, i piani, la rabbia, il bisogno perenne di concretizzare per permettermi semplicemente di essere la persona che sono. Riconosco a me stessa le mie fragilità, le mie debolezze, e forse davvero dovrei andare da qualcuno, intraprendere un percorso psicologico, perché sono molto provata, ma per la prima volta dico di no, non voglio parlare con nessuno, non voglio raccontare, non voglio ripercorrere i km di questi due anni in cui tutti rimanevano barricati in casa, mentre correvo per non farmi schiacciare, mentre il dolore compariva di notte e le lacrime lo accompagnavano.

Non voglio andare da nessuna parte, non voglio programmare, non voglio decidere, non voglio parlare con nessuno. Non sono malata, non sono depressa, non sono di cattivo umore, sono solo in cerca di me, della mia voce interiore, alla scoperta di questa nuova fase della mia vita che sa di vaniglia, di candele profumate, di pareti color rosa macaron, di musica, di danze casalinghe e di una nuova me che ha bisogno di tempo. Fuori tutto scorre, come ha sempre fatto. Non importa. Scorre anche senza di me. La vita va avanti senza che sia sempre necessario fare qualcosa perché accada. A volte travolge, a volte accompagna, ultimamente ha latitato in fatto di gioie, di amore, di rapporti, ma forse è anche vero che qualcosa va lasciato andare, non sempre tutto può essere trattenuto.

Essere instancabile, non perdere mai il filo, non fermarmi mai, mi ha fatto piegare su me stessa, fino a quando non mi sono più sentita, perché avevo troppe voci intorno da ascoltare. Chiedevano tutte ma nessuna ascoltava, ed era faticoso distinguere le parole e le intonazioni delle voci, capire chi davvero aveva bisogno e chi avrebbe potuto farcela da sola. Tutto ha raggiunto la stessa modulazione di frequenza, e magari qualcosa mi sarei potuta risparmiare, anche solo per vivere meglio.

Quello che ora faccio è lasciare scorrere, mentre l’estate va, e forse è più facile abbozzare qualche idea, qualche pensiero, in attesa di tempi più favorevoli, forse anche di momenti più avvolgenti..

Ricostruire

La domanda di rito che mi pone la collega è: hai prenotato le vacanze? La risposta è no, non ho deciso. Non è l’emergenza COVID che mi impone di non farlo, non è nemmeno la mancanza di interesse, è che non ho voglia, non ce la faccio, non riesco nemmeno a pensare a cosa farò domani.

Ho deciso di imbiancare casa, questo sì, di stuccare quella perdita nel muro che ormai si è riassorbita, ma che per due anni ho lasciato lì, rincorrendo emergenze, mentre entravo e uscivo di casa come una pazza, dimenticandomi pure di chi ero, probabilmente per non mollare. Così, rientrata da una settimana di mare in cui ho spurgato, ho preso in mano spatola e pennello e ho cancellato l’ennesimo segno di umidità che ricopriva il muro, e mentre c’ero ho cambiato i colori di alcune pareti, sono entrata in una fase gialla e in una blu, che più guardo e più mi piace e ho scaricato la mente.

I miei obiettivi sono diecimila passi al giorno e una serie di esercizi per tornare in forma, per me, solo per me e per nessun altro. Ho ricevuto una piccola tregua sul lavoro, un orario meno impegnativo, qualcosa che sia in grado di seguire con più tranquillità, ci rimetterò sul piano economico ma al momento ho bisogno di riprendere in mano i contorni di me. Una me che nel tempo si è sformata per dei fibromi che hanno invaso il suo corpo, una me che ha subito una perdita di una parte di sè. Una me che ha visto ospedali e malattie, reparti di chemioterapia e capelli che cadevano, parti del corpo amputate, un padre che le moriva davanti, i ladri in casa e chi più ne ha più ne metta. Una me che ha tenuto la testa bassa, che è stata forte, che ha dato, ma ha ricevuto troppo poco e che adesso pensa di meritarsi una tregua. Questa me chiede di tornare in forma, chiede un po’ di compassione e un tempo giusto per capire dov’è perché al momento si sente alquanto persa e confusa.

Vivo nel silenzio che non trovo opprimente ma quasi purificante, in cui le voci rimangono fuori, accompagnate da malelingue e dicerie non vere, ovviamente. Ho deciso che non le merito, che piuttosto meglio una giornata da sola che non con chi non si sa risparmiare affondando là dove già mi sento alquanto fragile. Ho pensato e provato a rielaborare, ho ripercorso le strade già battute e mi sono guardata nella mia splendida imperfezione, che non mi sembra niente di così sbagliato. Ho vissuto nella stanchezza di notti insonni e di giornate infinite, avvolta da lacrime. Sono triste, spesso, e non credo che le cose miglioreranno, andranno come devono andare e, se necessario, sarà di nuovo ora di armarsi di pennello e spatola per ricostruire crepe, muri o perdite. Cadrò di nuovo, è certo, e non è detto che sappia rialzarmi, può essere che per un tempo necessario decida di restarmene seduta ad aspettare tempi migliori, le energie necessarie e la forza per reagire.

Vivo nel presente, nella persona che sono, nella vita che mi aspetta, bella e brutta che sia. Ho superato le tempeste, rimanendo in piedi, già un grande traguardo, forse è tempo di concedersi di cadere serenamente.

q.b.

Quanto basta.

Quanto basta per ritrovarsi coinvolta in una storia e scoprire di essere stata l’unica a crederci?

Quanto basta per lasciare andare emozioni, sentimenti, come un fiume in piena, quando non sarebbe davvero necessario?

Qual è la ricetta, la misura necessaria, il giusto mezzo per non sentirsi spazzare via da tutto, per non provare quella eterna sensazione di profonda solitudine che un sentimento vero e vissuto lascia sempre, una volta che termina?

Qual è l’arma segreta per salvarsi, per mettersi al riparo dal pericolo che una relazione inevitabilmente porta con sé?

Ecco, oggi mi dico che non è necessario andare oltre se stessi, non è giusto né salutare. Una teoria che sarebbe bello tramutare in una sana pratica, in quel movimento di salvaguardia di se stessi mentre un velo di depressione annebbia gli occhi, pieni di lacrime.

La notte non è stata più la stessa per tanto tempo, per mesi che non hanno ceduto il passo al sonno. Poi ti svegli una mattina e realizzi che eri solo tu, che nessuno ha fatto altrettanto per te, perché la specie uomo fugge, non piange. Come nelle migliori tradizioni, la miglior difesa è la fuga. Non c’è soluzione. Così forse è meglio lasciare andare, quanto basta.

Martedì

Scorrono davanti ai miei occhi carrellate di foto e di video, di pseudo vacanze e giornate ridenti. L’effetto delle vite degli altri. Esistenze che raccolgono l’immagine di perfezione. Figli immortalati, mariti sorridenti, momenti unici. Impossibile non venirne colpiti o quasi inevitabile non fare paragoni, soprattutto se nel frattempo ti ritrovi con le mensole della libreria che ti crollano addosso per il peso che hanno sopportato in questi anni e valuti il rapporto qualità-prezzo della spesa Ikea fatta. Mentre accatasti i volumi e scopri quanto sei brava nell’accumulare il peso del sapere, non è difficile realizzare che per quanto tutto sia possibile, quelle immagini che in fondo un po’ invidi, non saranno mai tue.

Ormai da tempo so che ci sono cose che non accadranno mai. Non diventerò mai madre. Non potrò quindi immortalare i miei discendenti diretti in foto ad hoc, sfoggiando una maternità che mi è stata negata per sempre. Non sarò mai nemmeno quella persona che in ogni istante della sua esistenza non perde occasione per far sapere quello che sta facendo o pensando. Non sarò colei che ottiene complimenti, perché a mala pena è in grado di farne. Non sarò quella che scrive lunghe didascalie a commento delle sue avventure. E in fondo un po’ invidio chi ci riesce.

Invidio chi guarda a se stesso, fiducioso del fatto che andrà tutto bene. Invidio chi si può permettere di parlare di figli, di pagelle, di fatiche quotidiane, di mariti inaffidabili e brontoloni. Invidio il senso che tutto questo porta con sé: una società che accetta, che accoglie quanto rientra nei canoni stabiliti, senza tradire le aspettative.

Sono ormai anni che dovrei aver imparato, ma come dice la mia amica S., probabilmente non ho ancora elaborato il lutto di quanto perso. Non ho ancora messo da parte il desiderio che accada per me lo stesso , pur senza figli o compagno. Non ho ancora accettato di non essere presa in considerazione, perché coinvolgermi è scomodo e occorrerebbe prendere le dovute cautele. Non accade nulla di bello perché non ho i corretti riferimenti per affermarlo.

Mi domando anche a chi può interessare sapere che pur senza il necessario occorrente, la vita continua lo stesso. Non sarà semplice conformarsi, ma il mondo è pieno di nicchie nelle quali si accomodano donne diverse, donne che raccontano di viaggi, di stanchezze, di ore di studio. Non svelano la propria esistenza legata ad un amore oppure a un compagno, né tantomeno tirano fuori dal cilindro bambini, ma non significa che amino di meno o che non siano disposte a mettere a rischio una parte di sé in nome di qualcosa in cui credono. E certamente più naturale accarezzare un’esistenza che non ha bisogno di troppe spiegazioni, dove alla domanda: “hai figli?” è semplice rispondere con un numero, senza sentirsi quasi in dovere di dover tirare fuori un bambino seduta stante per evitare imbarazzi, o rispondere semplicemente sì, se ti chiedono se sei sposata. Io non sono sposata, non ho un compagno e non ho procreato, ma nonostante tutto, esisto. Difficile crederlo, anche per me che mi vergogno quasi di quella che sono, come se fossi un fallimento, come se dovessi continuamente giustificare la mia parte mancante.

Probabilmente vivo di un orgoglio ferito, in cui il presente ha un gusto davvero amaro che non tende ad addolcirsi. Forse occorre tempo per smettere di considerare quanto accaduto una punizione, una prova dura, guardandosi con benevolenza, specie se il riflesso di rimando è molto distante dalla realtà immaginata.

Happy Mother’s Day

Passano gli anni ma la festa della mamma resta per me ancora uno scoglio insormontabile. Sarà per questo che decido di consegnare il giorno prima il regalo alla mia di mamma, per evitare di cadere nell’inevitabile tranello dell’Happy Mother’s Day.

Ricordo ancora la prima volta, subito dopo l’intervento che ha decretato la fine di ogni mio desiderio materno. Una serie di auguri scambiati sulle malefiche chat di Whatsapp, un inneggiare continuo a una maternità ormai negata per sempre. Forse con un po’ di tripudio ringrazio quel simpatico hacker che non mi permette di accedere a Facebook perdendomi così quelle ennemila foto e frasi di circostanza in nome di madri vive e vegete, madri ormai assenti, neomamme e future mamme. Benché ringrazi il cielo di avere ancora accanto la mia con tutto il suo fardello di depressione e angoscia esistenziale, non trovo comunque necessario tutto questo dispendio social di affettività ed effusioni. Mi ritrovo così acida come non avrei mai voluto essere, triste e disillusa, consapevole che la migliore difesa è la fuga. Sogno con struggimento di evitare qualsiasi forma di responsabilità, di sovraesposizione al dovere per essere fedele a quella ferita che mi si apre ancora dentro, perché non è vero che il tempo cura. La cicatrice rimane, evidente ai miei occhi, ma il taglio che nasconde è ben più profondo della smorfia che la pelle ha prodotto su di essa. Desidero essere una persona inaffidabile e scostante, evitando di comprendere e di capire. Oggi più che mai la solitudine mi sembra la medicina migliore per non venire schiacciata, per non dovermi ammutolire con un sorriso sulle labbra per tutto quello che non avrò mai.

In tutto questo, ancora non capisco le ragioni di chi ha deciso che cosa era giusto per me. Ancora non arrivo a spingermi oltre la soglia del mio egoismo, non riuscendo a trovare giustificazioni.

Domani sarà come sempre un altro giorno, le celebrazioni saranno terminate, la vita riprenderà uguale per tutti, senza ricordarci per forza quello che non siamo.

Svuotare gli armadi

Lascio mia madre tra le note di Va’ pensiero e Don’t cry for me Argentina. Lei che, ormai da un anno si è convertita alla vita online fra Youtube, Google e i messaggi di Whatsapp che ormai arrivano a ciclo ininterrotto per aggiornarmi su programmi televisivi, dimore britanniche, potenziali fidanzati nobili d’oltre Manica e news generali. Inevitabilmente anche per lei la vita ha preso un’altra piega, a un anno quasi dalla perdita dell’uomo che l’ha accompagnata per 55 anni. Perché se la pandemia ci ha bloccati fisicamente, non ci ha comunque impedito di pensare, di riflettere, di ponderare, valutare, e poi ancora pensare, analizzare, ribaltandoci su noi stessi come tutti i mali. Sarà per questo che quando arrivo a casa, mi dico che è arrivato il momento, quello sempre un po’ rimandato perché non ritenuto ancora giusto, come se poi ne esistesse davvero uno. Sarà il 25 aprile che chiama ben altra Liberazione a impormi di eliminare abiti, borse, sciarpe, calze. Presa da un impeto improvviso apro gli armadi e mi disfo di me. Mi svuoto di una me che non esiste più ed esulto, perché era tempo che accadesse. Non cedo alla tentazione di tenere, di attaccarmi, di lacerarmi ancora. Ci sono abiti che non fanno più parte di me, o meglio ancora io non faccio più parte di loro, di quella me che è esistita ma che al momento si sente bene nei propri panni di cinica e disillusa, che con fierezza ammette di non farcela, di non essere abbastanza forte. Una me che cammina da tempo a rallentatore, mentre la strada non cede alla pianura. Una me a cui ho chiesto ma che ora dice di no. Sarà l’ennesima incazzatura, sarà la quantità di notizie tristi che mi ha schiacciato, sarà che proprio non ce la faccio. Contro ogni pronostico, non mi sono rialzata e non c’è niente che sia andato meglio. Ho continuato a tenere la testa bassa ma non è arrivato nulla di buono. Dopo un po’ mi sono sentita stremata. Non sarà una maglia in meno a risolvere i miei problemi, ma è certo che non si può sempre tenere tutto o tenersi a tutto. Gli equilibri cambiano e di conseguenza ci articoliamo diversamente, incespicando, insicuri, su una strada mai percorsa. Per una volta non è triste lasciarsi alle spalle qualcosa, consapevole di un dolore costante che non molla. Forse è semplicemente un tempo diverso.

Vento di primavera

Ogni cambiamento annuncia ormai una nuova era, un nuovo momento nella mia vita. Questo vento di primavera che già da qualche tempo soffia sulle solite giornate, mi dice che un anno sta per compiersi da quando ormai non ci sei più, papà. La mancanza è come una seconda pelle e per quanto sappia camminare sulle mie gambe, sarebbe bello ancora averti qui e chiederti consiglio, come è sempre stato. Ma questo sempre ormai è un ricordo che lotta contro l’ineluttabilità dei fatti, una perdita incolmabile, un non ritorno.

Molto è successo da quando ti sei spento davanti ai nostri occhi. O forse molto poco, ma ogni passo compiuto ha richiesto uno sforzo sovrumano, una concentrazione costante, un impegno mai sufficiente. Non riesco a dirti addio, non riesco a non considerarti presente, anche se il tuo nome non compare più su molti documenti, sul libretto della mia auto per primo, ma è difficile non ricordarti un po’ impacciato, seduto accanto a me, mentre guidavo e tu che tacevi per non distrarmi. E impossibile non sentirti presente ovunque, a casa, in giardino, o persino seduto a casa mia. Tu che correvi quando ti chiamavo, sempre, e che fino all’ultimo ce l’hai messa tutta per esserci.

Erano le 4 e mezza del mattino quando il telefono ha squillato. Lo tenevo vicino e acceso, perché temevo il peggio. Era Luca, mi diceva che eri mancato. Come un automa, mi sono alzata e vestita, poi ho pensato di aver sognato. Sono salita in auto e sono arrivata. Le luci di casa erano accese, non era un sogno. Mamma era in cucina. Tu sdraiato nel letto. Finalmente in pace, dopo quegli ultimi giorni che ti hanno torturato. Non avresti più mangiato con noi, tu che ti preoccupavi di farmi trovare la bottiglia di birra fresca in frigorifero. Non ci saremmo più seduti insieme sullo stesso divano a guardare la TV. Non ti saresti più goduto la pace della tua casa, costruita poco per volta. Quanti momenti non sono stati più gli stessi senza di te.

Eppure la vita continua. Poco dopo sono stata chiamata in un nuovo posto di lavoro, e qualcuno ha suggerito che eri stato tu a mandarmelo, conoscendo la mia scontentezza e stanchezza. Ho visitato quella città in cui da tanto progettavi di andare, Matera. Continuavi a dire a mamma che volevi andarci in auto, tanto la strada è tutta dritta, mentre noi ti guardavamo increduli. La vita è cambiata. Siamo ancora tutti chiusi in casa e in attesa di vaccino, come nei tuoi racconti di quando eri ragazzo, quando asintomatico avevi attaccato la malattia a tua sorella e lei era mancata. Una bambina che hai ricordato per tutta la vita, lei se n’è andata a 5 anni, tu a 84.

Le giornate si sono allungate, come piaceva a te, che scandivi giorno dopo giorno la fine dell’inverno. Attendevi le ore di luce serali, come nuovo ossigeno. Oggi ti sarebbe piaciuto. Ma per quanto apprezzi l’arrivo della bella stagione, sento il peso di un nuovo periodo della mia vita. Tu c’eri ed eri la mia guida. Oggi mi sento come un pilota che sbanda, che non sa bene cosa accadrà domani e quale sia il percorso da scegliere, la strada giusta. Sapevo che eri lì. Ora sento solo le mie fragilità, le mie incertezze, il suono di una voce dentro di me che vorrebbe ritirarsi, fare dei passi indietro. Ho solo voglia di dire no, lasciatemi in pace, niente è più uguale a prima, io non sarò mai più la stessa persona. Ho perso mio padre, il mio faro, il mio pilastro, l’uomo che mi teneva in braccio da bambina, che mi portava a Parigi per la prima volta, che fotocopiava le mie verifiche di greco insufficienti per poi bruciarle in una sorta di rito voodoo. Lo stesso uomo dalla battuta pronta, sempre pronto a partire per andare ovunque, che provava tutto perché di vita ne aveva una sola e la considerava sacra, anche quando i tempi si sono fatti difficili e non riusciva nemmeno più a bere. Mio padre, il mio modello di vita.

Oggi firmo documenti e in quella firma ci sei tu, quasi identica. Sarà per questo che non riesco a dirti addio, ma sarà sempre per questo che è difficile andare avanti. Per quanto mi ripeta poco per volta, un passo alla volta, a volte sembra di essere sempre lì da dove siamo partiti, io bambina, tu mio padre e questo vento che mi porta a te.

Sunday

Una bella giornata di sole. San Valentino. Una camminata in campagna, fra sterrati e fango.

Forse è normale sentirsi così, un po’ fragili, un po’ nostalgici, un po’ stanchi, un po’ arrabbiati. Mentre le gambe vanno e il sole scalda, dentro è difficile non percepirsi freddi, distaccati o feriti. Il problema non è certamente credere in un sentimento, quanto credere in qualcuno. E ormai da tanto che la sfiducia la fa da padrone, come se mi fossi saturata di falsità e ipocrisia, come se non sapessi più vedere la verità. Ed è forse questo il male peggiore di tutti, quello che non riesce a guarire, che non trova le parole giuste per uscire, che mi chiude sempre di più. Le pugnalate, la costante necessità di guardarmi le spalle, quella ferita continua che è diventata una seconda pelle, il tramite attraverso il quale confrontarmi con il mondo, pensando sempre male, alzando mille barriere.

Non mi fido. Non ci credo.

Mentre cammino il nodo si mostra lentamente, poco a poco. Ed è tempo di guarire, perché non basta solo curare.

Incontri e scontri

Il solito entusiasmo di dover lavorare anche il sabato mattina accompagna il mio arrivo a scuola. Ore 9 varco le porte del cancello, saluto il don di turno, apro le classi, preparo disinfettanti e igienizzanti vari e attendo l’arrivo degli esaminatori. 9:30 precise si presentano, questa volta sono tutte donne, mentre mostro loro le aule per la certificazione, compare l’ultima, sale le scale, inizia a parlarmi in inglese ma non ce n’è bisogno, la conosco da almeno 15 anni, da quel lontano 2005 in cui siamo state licenziate insieme, in una ormai dimenticata sera di maggio. Al tempo sapevo molto meno di oggi da che parte ero girata, inconsapevole della vita e dei suoi amari meccanismi, lontana dalla persona che sono ora, più sicura, più spavalda ma certamente meno matura. Anche lei si ricorda di me, è già venuta diverse volte a esaminare i ragazzi e ogni volta pensa a me. Mi chiede come sto, le racconto di mio padre e lei dice che ricorda molto bene quanto fossi legata a lui. Non ricordo nemmeno di avergliene parlato. Chissà quante altre cose mi sfuggono.

Ci guardiamo, ci scrutiamo, l’ultima volta ci siamo lasciate con una telefonata in cui venivo accusata di essere una persona cattiva, così almeno mi sembra, perché non è la prima volta che succede. Non la capivo, non supportavo le sue scelte, mentre ritengo non sia sempre necessario essere d’accordo con qualcuno per volergli bene. Poi le nostre vite hanno preso strade diverse, così lontane e impraticabili che lei lavora dietro casa mia e fa l’esaminatrice presso la mia scuola. Così decidiamo che quel tempo è passato, che lo mettiamo da parte e che apriamo un altro capitolo, un’altra pagina, sfogliamo un nuovo album di fotografie, in cui forse non siamo più quelle persone o lo siamo ancora, ma più provate dagli eventi. Non servono nemmeno troppe parole per dirselo, bastano giusto poche frasi.

Per quanto il mio cuore sia carico di amarezza, rabbia e sofferenza per relazioni che mi hanno ferito, mi arrendo all’evidenza che la vita ha le sue strade, che poi si ritorna sempre lì, a quel punto non ancora scelto, a quel nodo non ancora sciolto, a quel perché per cui c’è ancora qualcosa da dire, qualcosa da fare. Per quanto non riesca ad arrendermi di fronte a certe evidenze e la mia volontà vorrebbe farla da padrona sempre su tutto, forse questa è l’ennesima riprova che la vita scava il suo tortuoso cammino, smussa gli spigoli, appiana le difficoltà, scava i solchi, permettendoci semplicemente di essere.

Curare

Non ho mai fatto liste di buoni propositi, ma quest’anno per la prima volta ne ho sentito la necessità. Credo sia stato il bisogno di mettere nero su bianco quello che sono effettivamente in grado di fare ed ottenere, e quanto invece mi piacerebbe raggiungere senza possedere ancora gli strumenti necessari. Sarà stata anche la rabbia che ho riversato contro colui a cui tengo tanto che mi ha messo di fronte all’idea, ormai convinzione, che è tempo di curare certe ferite. Così armata di biro ho buttato giù una lista di quattro o cinque buone intenzioni, senza puntare ad obiettivi troppo alti, qualcosa di standard, di ponderato, senza chiedere troppo a me stessa. Ho anche deciso di scrivere quello che facilmente apparterrà ad intenzioni future, a propositi per altri momenti, non per questo.

Ho capito che reagire è innato, è un meccanismo di sopravvivenza che sviluppiamo e che esercitiamo, ma non cancella le ferite e con il tempo, trascurandole, c’è il rischio che si trasformino in piaghe e che non si rimarginino più. Ho realizzato di avere bisogno di tempo per curare la rabbia, per respirare, per lasciare andare e soprattutto per non trattenere in continuazione. Mi sono sentita in apnea, con la richiesta continua di essere performante, all’altezza, affidabile, serena e dentro un turbinio di emozioni inascoltate. Per evitare di attaccare briga e mandare a stendere, ho preso le distanze, ma dentro ho assorbito tutto il marcio che avevo intorno, lentamente, mentre sorridevo e riprendevo in mano la vita, quando il primo desiderio era quello di non alzarsi la mattina.

Ho fatto un favore a tutti, negandolo a me stessa. Mi sono impedita di prendermi davvero cura di me. Adesso non guardo avanti, fiduciosa che andrà tutto bene, perché spesso non dipende da nulla, ma guardo a domani, cercando di ritagliare quello spazio in cui respirare, in cui sola con me stessa, come lo sono stata per lungo tempo, cerco di abbracciarmi, senza la necessità di riprendere le mie forze, perché a volte si vive e basta. Non è necessario fare altro.