Curare

Non ho mai fatto liste di buoni propositi, ma quest’anno per la prima volta ne ho sentito la necessità. Credo sia stato il bisogno di mettere nero su bianco quello che sono effettivamente in grado di fare ed ottenere, e quanto invece mi piacerebbe raggiungere senza possedere ancora gli strumenti necessari. Sarà stata anche la rabbia che ho riversato contro colui a cui tengo tanto che mi ha messo di fronte all’idea, ormai convinzione, che è tempo di curare certe ferite. Così armata di biro ho buttato giù una lista di quattro o cinque buone intenzioni, senza puntare ad obiettivi troppo alti, qualcosa di standard, di ponderato, senza chiedere troppo a me stessa. Ho anche deciso di scrivere quello che facilmente apparterrà ad intenzioni future, a propositi per altri momenti, non per questo.

Ho capito che reagire è innato, è un meccanismo di sopravvivenza che sviluppiamo e che esercitiamo, ma non cancella le ferite e con il tempo, trascurandole, c’è il rischio che si trasformino in piaghe e che non si rimarginino più. Ho realizzato di avere bisogno di tempo per curare la rabbia, per respirare, per lasciare andare e soprattutto per non trattenere in continuazione. Mi sono sentita in apnea, con la richiesta continua di essere performante, all’altezza, affidabile, serena e dentro un turbinio di emozioni inascoltate. Per evitare di attaccare briga e mandare a stendere, ho preso le distanze, ma dentro ho assorbito tutto il marcio che avevo intorno, lentamente, mentre sorridevo e riprendevo in mano la vita, quando il primo desiderio era quello di non alzarsi la mattina.

Ho fatto un favore a tutti, negandolo a me stessa. Mi sono impedita di prendermi davvero cura di me. Adesso non guardo avanti, fiduciosa che andrà tutto bene, perché spesso non dipende da nulla, ma guardo a domani, cercando di ritagliare quello spazio in cui respirare, in cui sola con me stessa, come lo sono stata per lungo tempo, cerco di abbracciarmi, senza la necessità di riprendere le mie forze, perché a volte si vive e basta. Non è necessario fare altro.

Home sweet home!

Chi, come me, si è trovato spesso scagliato all’angolo della propria vita, in mezzo a malattie che creano schiavitù e ad equilibri che saltano continuamente in aria, non potrà sottovalutare il potere immenso e salvifico della propria casa. Proprio oggi, rientrata dopo quattro giorni di servizio badante a mia madre, vedova con tendenze costanti alla depressione, mi sono sentita come quelle vecchie signore che non vedono l’ora di farsi riaccogliere tra le loro quattro mura domestiche. A chi questa fortuna ancora non ce l’ha, auguro comunque di trovare un luogo simile nel quale potersi rifugiare. Perché di questi tempi un riparo sicuro è proprio la cura migliore.

Dopo essere approdata in una Torino spenta e cupa, da romanzo noir, ho deciso di rendere completo il mio rientro con una passeggiata tra le vie del quartiere in cui vivo, costeggiando il Parco del Valentino e immergendomi poi in esso. Uno dei propositi del nuovo anno è quello di riprendere di nuovo la mia sana abitudine a lunghe passeggiate, non tanto spinta da effettive necessità di dimagrire, ma dal bisogno di smaltire quei pesi sullo stomaco, che ormai mi costringono da mesi a intensi momenti di dolore.

Sono ormai 10 anni che abito questa città, che amo assolutamente. Difficile starle lontana per troppo a lungo, specie se costretta in maglie familiari che anziché rendere liberi, costringono a piegarsi alle necessità altrui. Forse, più di qualsiasi altra cosa, amo proprio sentire l’aria fresca in faccia, camminare comoda, a mio agio, magari senza meta, ma guidata dai colori e dagli spazi. Tutto questo per inseguire la via di fuga migliore, per non sentirmi più schiava di quanto sono stata fino ad ora. Perché è sicuramente necessario rinascere di nuovo, ma ugualmente lo è farlo nelle condizioni migliori.

L’anno che verrà

La sensazione è proprio quella di non voler appartenere a niente e a nessuno, ma semplicemente a me stessa, perché ormai da tempo la condizione che conosco fin troppo bene è quella di solitudine. Abbasso quindi la testa all’anno che verrà, in cui mi sforzerò di lottare di meno, di farmi meno forza, di impormi di non affrontare sempre tutto, perché non è strettamente necessario. Si vive ugualmente bene sguazzando nei problemi, sfogando sugli altri i fallimenti, senza fare nulla per reagire, ma anzi innescando così certi meccanismi di sofferenza e di autocompiacimento.

L’anno che verrà non sarà tanto diverso da quello trascorso. Non mi porterà indietro mio padre. Non renderà meno dolorosa la sua assenza. Non saranno libri, viaggi o balletti a distrarmi, perché imperterrite le veglie notturne me lo faranno ancora piangere, con un vortice di dispiaceri crescenti.

Non sarà necessario sempre essere in prima linea, forse anche una seconda o un’ ultima può bastare, o anche starsene ben rintanati dietro le quinte di una vita, di cui da troppo tempo non sono più la regista. Non è neanche necessario trovare una ragione per andare avanti, perché la vita accade comunque e magari si sta pure meglio, con meno rabbia verso progetti mai realizzati, pur mettendocela tutta. Non dovrebbe neanche essere necessario sempre trovare qualcosa di cui essere felici, perché ormai sembra di stare a ramazzare tra l’immondizia, ringraziando di quello che si ha, quando è stato portato via tanto. Soprattutto quel senso di felicità, che ormai sono anni non bussa più alla mia porta, pur avendoci sempre creduto.

Forse mi farò un favore lasciandomi vivere. Eviterò di rispondere a quel messaggio che compare in icona. Cercherò di essere meno affidabile, di non essere così pronta a farmi portare via tempo, ritagli di serenità venendo incontro alle necessità di tutti. Cercherò di darmi del tempo, di dirmi che non posso fare tutto con efficienza, che esistono delle priorità e che prima fra tutte ci sono io. Io e il mio sistema nervoso. Mi sforzerò di non ascoltare chi mi dice che sono forte, con la scusa di rifilarmi gatte da pelare e mal di stomaco inutili, mi ripeterò invece che anche io sono fragile, che anche io sono un essere umano, che non sono in grado di reggere tutto. Imparerò che spesso la miglior difesa è la fuga e in questo sarò resiliente. E soprattutto, se mai dovesse succedere che qualcosa di buono bussi alla mia porta, me lo terrò per me, gelosa di quanto credo ormai di meritare.

La vita rovesciata

C’è come una tristezza che mi assale. O forse solo il bisogno di mollare gli ormeggi, di lasciare andare, di mollare la presa, perché tutto è troppo.

E troppo essere all’altezza di ogni situazione, sentirne il peso su di sé, mentre l’unico desiderio rimane quello di lasciarsi alle spalle quanto più possibile, gustare un buon bicchiere di vino, scegliere con calma lo smalto da stendere e attendere con trepidazione l’appuntamento dalla parrucchiera, perché tutto chiama una normalità, mai più uguale a prima, ma ugualmente necessaria.

Il sollievo è che un altro mese è trascorso, come se rientrasse nella lista della spesa, dei compiti svolti, senza mai amarli troppo. Settimane e settimane di doveri da svolgere, senza mai perdere il ritmo, senza abbassare la guardia, senza concedersi altro che non fosse uguale al giorno precedente. Difficile non domandarsi se esiste ancora una scorta di forza, di speranza. Quasi impossibile non porsi domande, alle quali non esiste mai una risposta certa.

Sarebbe invece così bello scomparire, non rispettare le aspettative, essere qualcosa che non si è mai stati prima, deludendo tutti, trasmettendo quel senso di vuoto, subito fin troppo spesso, invertendo i ruoli, lasciando ad altri il compito di meditare su quanto siamo stati insensibili e superficiali, su quanto poco abbiamo considerato chi ci era a fianco. Sarebbe bello non capire, non sentire, non provare emozioni, ma soprattutto mettere di fronte a tutto l’incapacità di cambiare, di mostrarsi duttile alle situazioni, di chiudere gli occhi e vedere solo i propri orizzonti.

Lockdown

Punto e a capo, come essere tornati indietro nel tempo, mentre fugace quel quasi senso di serenità sfugge ormai. Per chi, come me, naviga tra lavoro e familiari anziani, bisognosi di attenzioni, il lockdown ha un significato più o meno intenso, poco cambia tra le mansioni ordinarie del mio tempo. Lavoro, casa e poi nulla. Tutto azzerato, tant’è che per un attimo gli occhi si riempiono di lacrime perché non va, non funziona. Questa pace casalinga, che mai lieve non è, rappresenta ormai uno standard di vita al quale non è possibile abituarsi, neanche con tanto impegno. L’amore ha il limite dell’amore per se stessi, quando arriva quel momento in cui dire basta, non ce la faccio, è troppo, perché la smisuratezza è solo dimenticarsi di sé. Forse questo ho imparato a mio discapito. Così oggi sogno di momenti per me, di spazi che un giorno torneranno, mi auguro. Sogno di tempi, sguardi, odori, carezze, senza la paura di contagio, di mani sporche ma sane, di momenti in cui tirare un sospiro di sollievo, senza la costante sensazione di non avere fatto abbastanza. Sogno di un tempo senza screen, senza mail, senza device, senza comunicazioni a tarda serata, riunioni crepuscolari e un rincorrersi attraverso il filo della tecnologia. Utile ma alienante. Tornerà forse quel momento in cui progettare viaggi, in cui ballare senza distanziamento, in cui scoprire il volto e sfoggiare il colore di rossetto preferito, perché anche il più piccolo gesto ormai assume un suo valore, un suo senso. Il rumore stesso di una classe, mentre seduta, guardo i loro visi inquadrati da una telecamera e li sogno qui, presenti, vicini, umani.

Matera

In questa fine estate, mentre il mattino regala il primo vento freddo e le montagne già si imbiancano, penso a Matera. Ripercorro con la mente le strade tortuose di un Sud Italia sconosciuto. Amore a prima vista, come sempre, come quelle grandi passioni estive che lasciano il segno, e questa volta è la bellezza a farla da padrona. Perché se c’è davvero qualcosa che potrà salvare il mondo, non potrà essere che il bello, l’unico, l’irripetibile. Così, l’immagine di questa città rimane viva nella mia memoria, proprio ora che le sono lontana, nel momento stesso in cui le giornate cambiano d’accento, quando è ormai chiaro che l’estate non può essere che un ricordo, almeno questa. Ma un po’ mi sento ancora lì, con i pensieri avvolti da tanti dubbi sul domani, mentre percorro strade che a prima vista sembrerebbero lisce e pianeggianti, ma che in fondo nascondono tortuosità. Il cielo sotto il quale cammino è diverso, ma l’animo no. Ancora imprigionata in una regnatela di perché, a mille kilometri di distanza da una vita che non riconosco, se non per esserci passata più volte accanto. Affascinata da quel bianco accecante, da quel sole dirompente, da quelle strade che si intersecano in una storia che non mi appartiene, ma che tanto mi assomiglia, perché in fondo questo salire e scendere è un cammino che conosco. Ed è forse anche familiare ritrovarsi in mezzo al nulla, in una terra bruciata, arsa dal sole, dove tutto è stato spazzato via dal vento. Niente sarà più uguale a prima, niente avrà lo stesso sapore, la stessa immagine, la stessa intensità. Arriveranno le piogge, la stagione cederà il posto alle malinconie e sarà bello pensare a un posto unico al mondo, per sfuggire, per sentirsi ancora in vacanza, lontani. Ma sarà anche facile pensare di essere simile a una città che nasce da se stessa, dalla sua stessa storia, che si reinventa e cambia forma. Una città che nasce in mezzo al nulla e che eroicamente si staglia contro il cielo, che sopravvive alle stagioni, agli anni e alle intemperie. Un po’ forse quello che tutti tentiamo di fare, per non perderci, per ritrovarci diversi ma uguali, e magari anche un po’ cresciuti.

domenica

Rientro con una borsata di libri. L’oroscopo di Rob mi invita ad essere gratificante e riconoscente verso me stessa. Effettivamente non è qualcosa che mi riesce bene. Il più delle volte recrimino tra me e me per non essere all’altezza, per non aver fatto, detto, per essere stata troppo indulgente verso le mie debolezze. Non sono brava a parlare di me, a creare amicizie o relazioni gratificanti, forse per questo mi piace il silenzio della libreria e delle pagine in cui mi tuffo, non sono obbligata a raccontare, a dire, a mostrarmi. Sarebbe bello passare inosservata, mentre rimanere inascoltata è già un risultato consolidato.

Non mi ricordo quando è stata l’ultima volta in cui mi sono sentita davvero felice ed accettata, anche se non è questo il tempo per piangermi addosso, ma credo che sia trascorso davvero tanto tempo perché all’improvviso mi sembra strano venire notata, ricevere gesti di gentilezza o sentirmi sollevata perché qualcuno pensa a me. Succede da qualche settimana, un nuovo posto di lavoro, nuovi colleghi, la sensazione di essermi allontanata per un attimo da un luogo che mi ha asfissiata e amareggiata. La promessa che mi sono fatta è quella di non cadere in trappole nascoste da tanti bei sorrisi, di non credermi in salvo, specie da quell’innata tendenza che coltivo di pensare di essere arrivata, di avere raggiunto un luogo di pace e di tranquillità. Piuttosto sarebbe meglio pensare a me stessa, riservare davvero qualche carezza in più al mio amor proprio. Io che ormai mi sento una vagabonda di legami che si sono spezzati, frantumati, che mi hanno delusa e che mi hanno messa all’angolo. Forse sarebbe opportuno cambiare per un attimo prospettiva. Vedere un nuovo posto di lavoro come un’occasione per crescere, per definirsi meglio in un momento di passaggio, per prendere le distanze, per rimettersi in discussione, ma non necessariamente per decisioni definitive, per rincorrere ancora una volta quell’idea di stabilità che fino ad ora non ha condotto proprio a nulla.

Avevo in mano le redini della mia vita, una casa, un fidanzato, un lavoro, delle amicizie. Pensavo di non dover mettere in discussione nulla, credevo, immaginavo, consideravo, ma mi sono rimasta solo io. Con quello che avevo, allora, ho costruito, pur alimentando sempre quel desiderio di non bastare a me stessa, perché non si può sempre essere un’isola. Ma nonostante tutto, continuo ad esserlo, circondata da un mare di parole, per lo più destabilizzanti. A volte basterebbe davvero poco, un gesto, una parola incauta, ma quando non avviene, forse è meglio evitare di attendere.

I ponti

Un’estate dal sapore strano, un’estate in allarme virus, un’estate che sa di malinconia. Parla la lingua della mancanza dove tutto si fa più pesante e dove ti domandi in quale misura è lecito amare, fino a che punto è giusto spingersi oltre, fare disfare e ancora rifare per trovare una quadra, senza arrendersi. Perché in fondo sarebbe così bello piangersi addosso, trovare il capro espiatorio e dirsi non ce la faccio, non c’è soluzione. Sarebbe semplice inondare il web di lamenti, di resoconti disastrosi, urlare il dolore e incolpare la vita.

Perché allora non si fa? Perché nonostante si dica mille volte no, poi alla fine c’è sempre quel sì che ha il sopravvento, che contrasta il malessere, la stanchezza, la sfiducia? In quale misura è lecito amare per amare, senza ricevere niente in cambio, pronti anche a ricevere l’ennesima delusione? Sarebbe utile imparare dagli errori, ma così come si impara ad accettare i limiti degli altri, le loro fragilità, il loro non esserci per come ce li saremmo aspettati, forse si può anche pensare di abbassare lo sguardo di fronte a se stessi, allungando quell’invisibile mano che ci accarezzerà, dicendoci che in fondo andiamo comunque bene. Andiamo bene anche se cadiamo vittima delle nostre emozioni, anche se non veniamo capiti o ascoltati o addirittura messi da parte.

Non è facile essere se stessi quando non si viene capiti o quando diventa più semplice guardare altrove, inseguendo le risposte nei mali altrui, nelle alchimie giocate dall’egoismo, dalla superficialità o semplicemente dalla soluzione più semplice, quella a portata di mano, che non richiede troppo sforzo. E per quanto si giri sempre intorno all’annosa questione del pensare a se stessi, forse per un attimo diventa evidente che quel pensare a chi sta accanto sia proprio la chiave per entrare davvero in contatto con se stessi e che forse non è vero che servono spazi, ma ponti che sappiano innalzarci sopra le strutture che ci siamo creati per godere di una prospettiva diversa, nuova ma sempre uguale. Strade che sappiano accogliere noi e i passanti che carichiamo a bordo della nostra esistenza, quelli che rimarranno o che se ne andranno, quelli che non avranno mai il tempo per ascoltare, che guarderanno pressati l’orologio reclamando un fantomatico appuntamento già preso senza lasciarci il tempo di aggiungere altro. Li ameremo comunque ma impareremo anche che come sono stati parte del nostro equipaggio, possono diventare anche la compagnia di altri, lasciandoci il tempo non di pensare a noi stessi, ma al vero valore di quel legame, alla sua essenza o meglio ancora alla sua assenza.

La mail

Il cambiamento arriva all’improvviso, non attende che tu lo accolga. È la mail che preannuncia il tuo nuovo posto di lavoro, sono gli impegni già calendarizzati mentre tu sei ancora in vacanza e programmi i prossimi spostamenti. Così mentre ti immergi nel nuovo giallo a sfondo ligure, qualcuno ti ricorda che sei stata proprio tu a mettere in moto il meccanismo, dicendo quel “sì accetto” proprio nel giorno in cui, di fronte ai tuoi colleghi in meet, piangevi la perdita di tuo padre e desideravi essere altrove, non più lì, di fronte a visi sconosciuti e incapaci di accoglierti nella tua fragilità. Perché è questa un po’ la tua recriminazione, essere stata lasciata a te stessa, nonostante il momento delicato, consapevole che è un destino ineluttabile per tutti. Hai solo voglia di mostrare debolezza, stanchezza, tristezza mentre tutto lascia presupporre che non sia così. Forse per questo diventa impossibile ascoltare come una volta, porgere l’orecchio, essere paziente, mettere a disposizione il proprio tempo per cercare di comprendere, provando a sfuggire a quegli schemi che non hanno fatto altro che fagocitarti, restituendoti ben poco. Il cambiamento arriva a suggerirti che è tempo di smuovere le acque, te lo indica anche il tuo CV che ti ricorda che sono ben 8 anni che sei ferma nello stesso posto di lavoro e che forse per una natura come la tua, ogni tanto è bene guardare altrove, distogliere lo sguardo, imparare qualcosa di nuovo. Sei stata fedele al tuo dovere ma qualcuno lo è stato meno verso di te. Hai messo in gioco la tua forza, la tua resistenza ma non dipende sempre tutto da te, ogni tanto è bene ricevere, sentirsi riconosciuti e invitati a mostrare lacrime e amarezza. Ogni tanto poi è bene dire no, reagire, interrompere l’abitudine, accettare di avere bisogno di tenerezza, di parole gentili, di pensieri belli, di carezze, di qualcosa che non ti obblighi sempre ad essere aggressiva, testarda e maleducata.

Pillules de sagesse

Le pillules de sagesse corrispondono a quelle brevi frasi che, nel corso degli anni, hanno scandito il mio percorso di crescita, insegnandomi ad accettare quello che la vita mi offre o se non altro a sforzarmi di farlo. Nascono da un anno di grande impegno lavorativo e di studio, uno di quei momenti topici in cui sei costretto ad abbassare la testa per raggiungere un obiettivo, ma che allo stesso tempo ti rivelano che la chiave di tutto è non prendersi troppo sul serio.

Così durante la mia settimana di mare, alle prese con il mio ruolo di figlia-badante, sollecitata dalle onde del mare e dall’aiuto del mio amico Totanototano, ho cercato di esorcizzare le ferite che da tanto mi porto dentro.

  • Non si possono forzare i sentimenti altrui.

Penso questo mentre osservo il mare, affaticata dalla calura che imperversa, smaniosa di un tuffo nell’acqua blu. Me lo ripeto come un mantra, con il peso di una grande delusione nel cuore verso qualcuno su cui avevo riposto molte aspettative.

  • A volte è bene fermarsi prima.

Sarebbe giusto valutare i propri limiti, senza spingersi mai oltre ad essi, ma ahimè la strada è ancora lunga e non credo che imparerò, ma tanto vale segnarselo.

  • Non temere di allontanarsi.

Questo credo sia il passo più difficile, la separazione anche solo per poco tempo, come se portasse sempre in sé comunque una ferita, anziché una forma di libertà, un abbandono di pesi indesiderati.

  • Occorre credere in qualcosa.

Da troppo tempo ormai non esprimo desideri, non ho il coraggio di fare progetti, schivo le persone, spaventata, spesso le evito per paura di venire ancora ferita o presa in giro.

  • Ho bisogno di un po’ di luce.

Più che essere una pillule, è il desiderio più intenso che in questo momento riesco ad elaborare. Una luce che illumini i pensieri bui che si fanno strada, la tristezza che mi porto appresso e quel senso di smarrimento che mi lascia in balia delle onde senza avere alcuna idea della direzione da seguire.

  • Guardare avanti, guardare oltre

La necessità sempre costante di non mollare, di essere più forte di me stessa, ma anche di accogliere la mia fragilità nel proseguire comunque un cammino non proprio in discesa e decisamente poco favorevole.

  • L’amore non va giudicato, ma vissuto.

Così mi viene suggerito, mentre del tutto inaspettatamente racconto la mia delusione affettiva all’ultima persona a cui avrei pensato, perché a volte quello sguardo distaccato, diverso, nuovo, insegna a vedere con altri occhi, a dare una nuova chiave di lettura alla sofferenza. Così imparo che quando ci sono di mezzo i sentimenti, non contano quelli altrui ma quelli che ci muovono nella direzione dell’altro. Penso anche che in cuor mio, pur appartenendo fin dalla nascita alla pianura padana, giace una terrona d’altri tempi, che vorrebbe il proprio uomo tutto per sè e che, come un fatto d’onore, non accetta di essere messa da parte.

  • Non è detto che tutto ciò che si è seminato, sia destinato a fiorire.

Imparo dalla natura, da mio fratello che semina e raccoglie ortaggi, ma che ogni tanto non raccoglie proprio nulla, o peggio ancora si ritrova a lottare contro insetti che attaccano piante e frutti, distruggendoli.

È sicuramente un’estate diversa, risento della mancanza di mio padre che incide su tutto, rimandandomi un’immagine a tinte forti delle persone che ho intorno, di me e  di quanto costruito fino ad ora. Sarà per questo che sopporto poco, che la mia capacità di comprensione è limitata, che riesco solo a fare un passo dopo l’altro, cercando di non inciamparmi. Scrivere è sempre la cura migliore, così come leggere o impegnare le proprie energie per raccogliere risultati quasi certi, ma è certo che alcune nature come la mia, vivono perennemente nell’attesa di quelle emozioni che li scaglieranno ancora verso una nuova dimensione di se stessi.

“Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza.”  Emily Brontë