L’istologico ha dato risultati negativi, questo vuol dire che si passa alla radioterapia o alla chemioterapia. La risonanza magnetica evidenzierà la presenza di un tumore o meno, ma è indubbio che vadano presi dei provvedimenti e che la vita mi mette di nuovo a dura prova. Non è giusto. E’ un’ingiustizia bella e buona, un sopruso, una merda. Me ne stavo tranquilla senza fare del male a nessuno e mi è successo. Non ho colpe, non ho fatto nulla, forse me la sono presa troppo, ho dato troppo peso, sicuramente, questo è certo. Ho messo troppe cose sulla bilancia, senza risparmiarmi, questa credo sia la responsabilità più grande che ho. Dovessi tornare indietro, farei molte cose diversamente, rivedrei la mia intera esistenza in prospettiva, ma questo è il prezzo da pagare e lo si paga. Questa è la mia battaglia personale, è il mio urlo di rabbia. Non ho intenzione di darmi per vinta tra lacrime e mille emozioni che mi sovrastano, sono incazzata, incazzata nera e forse conta questo, niente altro. Vorrei saper dare spiegazioni diverse ma non ce ne sono: ho sbagliato, non mi sono salvaguardata. Adesso lo so.
Grazie
Grazie a chi mi ha salvato la vita, intuendo che c’era qualcosa che non andava nella mia testa, c’era una massa che premeva e che mi impediva di fare qualsiasi cosa. Grazie a chi mi è stato vicino: mio fratello, i miei cugini per primi. Grazie a quella caduta che mi ha salvato la vita, che mi ha transitato all’ospedale di Moncalieri per poi filare dritta a Torino dove sono stata salvata. Grazie alle mie amiche, angeli venuti dal cielo, che si sono precipitate in ospedale. Grazie agli infermieri, alle OS, a tutto il personale che mi ha fatto sentire a casa ma soprattutto grazie ai chirurghi, persone imperscrutabili, dalla missione non semplice.
Adesso sono a casa da una settimana tra alti e bassi, i primi giorni ho tirato fuori tutto o quasi, non realizzo ancora, ci sono ancora molte cose che mi sfuggono ma a grandi linee la situazione mi è chiara. Guido, sono autonoma, ma non mi posso permettere di fare molto da sola. Ci vorrà del tempo, molto, poco, si vedrà. E’ indubbio che è iniziato una parte nuova della mia vita, qualcosa che non avevo pianificato, qualcosa di inaspettato, qualcosa di inatteso. Non so l’effetto che fa dal di fuori, non ne ho idea. Continuo a pensare di essere capitata in un incubo ma in quest’incubo ci sto con tutti e due i piedi, con la testa, con il cuore, con ogni parte del mio essere.
Lui&Lei
Avevano atteso quei tre giorni. Erano mesi che le cose andavano avanti. Si erano parlati al telefono per ore, mentre lui continuava a guardarsi intorno e lei cercava di venire a capo del suo lavoro, che le toglieva sempre più serenità. Si erano pure visti ma le cose non erano andate bene, lei se n’era andata al mattino indispettita per non essere stata considerata, lui l’aveva cacciata dalla stanza. Sembrava tutto finito, ma poi lei aveva capito di essere stata troppo impetuosa, di aver ceduto alla paura ed era tornata sui suoi passi. Aveva chiesto scusa, convinta di non interessargli ma lui l’aveva cercata, avevano ripreso a parlarsi a qualsiasi ora del giorno e della notte e lui le aveva detto: raggiungimi in Sardegna. Lei non se lo era fatto ripetere due volte, aveva prenotato un volo aereo ma si sarebbero visti solo dopo due mesi, un’attesa eterna che lui non era in grado di reggere. Spirito libero, si chiedeva che cosa lo attraesse così tanto a lei, che cosa lo avesse attirato nella rete. Lei lo prendeva di testa, lo faceva fantasticare ma senza grandi sforzi, lei si nascondeva, non amava esporsi. Lui ricercava il divertimento ma poi c’era lei che lo riportava a se stesso, a quella parte di sé che in pochi conoscevano, sapendo perfettamente quanto fosse complicato e imprevedibile. Lei gli riconosceva questa natura, lo sapeva, ma non realizzava fino a che punto avrebbe saputo tenere testa a una persona del genere, quanto poteva essere forte e caparbia, perché se da una parte amava le nature irrequiete, conosceva anche i risvolti più drammatici e quanto la pazienza, il tempo e il silenzio contavano per smuovere l’animo umano.
Si incontrarono. Lei arrivò di notte, lui lavorava di notte. Tre giorni. Tre giorni in cui condivisero letto, scooter, pranzi, cene, vita, racconti, spiaggia. Dopo lei partì. Era arrivata e già ripartiva, difficile capire che cosa era successo, se non fosse stato per qualcuno che sosteneva che lei aveva operato una sorta di miracolo nel tranquillizzarlo. Ma i miracoli non esistono. Lui era rimasto stupito e spaventato, sospeso e poi riapprodato a terra, nella sua solita routine, difficile capirci qualcosa. Ma la verità è che non c’è nulla da capire. A volte occorre solo il tempo, lasciarsi vivere, assecondare se stessi, non avere fretta, accettare anche quelle sfumature grigie tendenti al nero. Lei no. Lei sapeva di volerlo, sapeva da mesi di volerlo, ma non aveva mai considerato che le cose avrebbero potuto andare bene, perché abituata da sempre al fallimento in amore, non si aspettava nient’altro. Non avrebbe mai pensato di poter stare così bene con una persona, essere trattata con rispetto e tutto questo forse esercitava un potente sortilegio su di lei. Magari non sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe dipanato le pieghe del suo cuore ma certamente lasciava una bella impronta di sé. Lui non si fece più sentire, lei non gli scrisse più, era inutile inseguire qualcuno che non era pronto per lei. Forse lo sarebbe stato, forse no, difficile dirlo ma in fondo al suo cuore lei sperava che in mezzo a quelle telefonate notturne, a quelle chiacchiere infinite, a quel litigare e poi fare pace, a quel lanciarsi sguardi qualcosa fosse rimasto anche solo per poter riprendere un dialogo, per potersi rivedere, per non perdersi di vista, magari complici quegli asciugamani che lei gli aveva lasciato.
not my cup of tea
Avete presente quando per tutta la vita desiderate diventare madre? No, magari non avete presente perché già siete madre, ma ecco, la sottoscritta ha sognato per tutta la sua esistenza di poter mettere al mondo un figlio. Mi immaginavo con il pancione a raccontare storie a mio figlio oppure mia figlia ancora in grembo. Li vedevo nascere e intanto spingevo per partorirli, riuscendo solo ad espellere fibromi sul mio utero che diventava sempre più grande. Immaginavo di allattare, di dormire con loro, vedevo il mio desiderio prendere corpo come se diventassi una cosa sola con loro. L’ho desiderato da quando ero ragazzina, mettevo un cuscino sotto il pigiama e facevo le prove, arcuavo la schiena, poi ho iniziato a guardarmi intorno in cerca di un compagno per procreare, ma nonostante il numero di teste di c…. che ho incontrato, non ho mai perso la fiducia che lo avrei trovato. A un certo punto ho anche realizzato che se volevo un seme forse dovevo tenere le arie un po’ più basse e accontentarmi senza per forza pensare al compagno che mi sarebbe piaciuto. Immaginavo che per diventare madre si dovesse in automatico diventare donne infelici, che fosse un po’ il prezzo da pagare perché in fondo gli esempi che avevo intorno mi rimandavano la stessa immagine. Coppie non particolarmente entusiaste con uomini poco pronti ad assolvere l’incarico di padri, madri isteriche, scontente, irrealizzate, che mettevano da parte il proprio futuro in nome della famiglia. Ecco per me la famiglia è sempre stata tutto, un po’ al centro del mio mondo. Sarà per questo che ho cercato di fare la stessa cosa nel mio piccolo. Volevo un figlio e l’avrei avuto.
Lavoravo in azienda, circondata da ingegneri e tecnici, persone dedite al ragionamento. Non ho mai avuto preconcetti nei confronti degli ingegneri e devo dire che in fondo mi trovavo bene lì dov’ero. Sentivo di non essere fatta per quel lavoro ma quando ho incontrato Riccardo e poi con il tempo ho approfondito la conoscenza, pensavo di aver trovato davvero l’uomo giusto. Ingegnere, piemontese, di buona famiglia, pure nobile, educato, di buone maniere, un po’ problematico nella relazione familiare, con una madre a cui non ribatteva mai e che la faceva un po’ da padrona, un padre, remissivo ma simpatico, un fratello obbediente e un po’ inquadrato con una moglie tutto sommato normale, se non fosse stato per la sua tendenza a farsi sottomettere da una madre troppo presente. Un quadretto familiare come ce ne sono tanti, non molto distante dal mio, non molto pittoresco, ma che in fondo mi sembrava rassicurante, come in quei film horror in cui tutto nasce dalla normalità. Ecco lì, in quel quadretto io mi raccontavo felice ma non lo ero. Non stavo bene, ero nevrastenica, ansiosa, nervosa, guardavo al mio futuro senza realizzare nulla di quello che desideravo perché non c’erano nemmeno i presupposti per fare un figlio visto che di sesso ce n’era poco e di volontà ancora meno. Ma soprattutto, dopo anni di terapia e di lavoro su me stessa, io non ero contenta di me. Non davo la colpa agli altri ma mi credevo sbagliata, diversa, inadeguata, ogni osservazione del mio compagno era un’accusa, qualcosa che feriva il mio amor proprio. Non so come ma a un certo punto ho avuto la fortuna di capire che non poteva continuare così, che quella persona accanto a me non sarebbe mai riuscito a farmi diventare la donna che desideravo essere. Credo sia stato il mio più grande colpo di fortuna, anche se allora non lo sapevo e non lo capivo. Volevo, desideravo ma era tutto vano come se non fosse destinato a me.
Ho deciso di lasciare Riccardo, al tempo in modo del tutto inconsapevole. Mettevo in gioco me, il mio desiderio di maternità, la donna che ero, senza sapere dove sarei andata e che cosa sarebbe stato di me. Nel frattempo la mia famiglia si allargava. Mio fratello diventava padre per ben due volte e, per quanto all’inizio non fosse tra i suoi desideri, nel tempo è diventato la boa che lo ha tenuto a galla nei suoi momenti più bui, il motore della sua forza. Due figli che voleva che diventassero parte della mia vita, perché nel frattempo venivo operata e perdevo la possibilità di procreare. Non ho mai accettato di buon grado il suo ragionamento. I figli erano suoi e della sua compagna, che li avrebbero cresciuti come meglio ritenevano, non avevo contemplato l’idea che si sarebbero separati, che lui avrebbe perso il lavoro, che mio padre sarebbe morto, lasciandoci una madre molto problematica da seguire. Vivevo in una sorta di limbo in cui la mia vita continuava dolorosamente, ma andava avanti, con un lavoro che tutto sommato mi piaceva e mi dava soddisfazioni, un ambiente di lavoro che invece non mi stimolava, ma un’esistenza che non è cambiata molto negli ultimi 10 anni: il lavoro è sempre quello, le materie pure, le richieste non molto diverse. Ecco, io non ho vissuto il trauma del COVID, non so cosa voglia dire rimanere fermi per mesi senza lavorare, in questo senso la vita ha continuato a scorrere, modificata ma è andata avanti. Anche io sono andata avanti. Mi sono abilitata, ho avuto un contratto a tempo indeterminato, ho cambiato scuola, colleghi e preside, ma sono sempre la stessa persona. Nel tempo non essere diventata madre ha assunto sempre meno un carattere fondamentale, anche se comunque discriminante. Io ero sola, single, senza figli, libera, come potevo essere felice? Non avevo impegni di coppia, perché la mia vita ha continuato a riempirsi di personaggi di sempre più dubbia reputazione che incontravo a qualsiasi ora del giorno e della notte. E mentre guardavo intorno a me le coppie che mi sembravano felici, ho imparato anche a cogliere la sfumatura della loro infelicità. Nel mio piccolo ho visto unioni in cui lui vive con la famiglia sei mesi all’anno e gli altri sei li passa a Dubai; sono stata testimone di orecchini incastrati su sedie in camera da letto, che non appartenevano a nessuna donna della famiglia; mi sono confrontata con coppie simbiotiche che vivono in dipendenza l’uno dall’altra; ho ascoltato di legami in cui lei sa di avere accanto un uomo problematico ma decide comunque di diventare madre, senza citare loro, lui in vacanza mentre lei accompagna una vacanza studio. Insomma chi più ne ha più ne metta, ma in sostanza not my cup of tea.
Con oggi credo ancora di aver fatto un passo avanti e di avere chiuso almeno altri due cerchi rimasti aperti. Ho capito che il bravo ragazzo, dall’aspetto impeccabile nasconde invece l’adulto problematico che non sa accettare un no come risposta. Ho realizzato che l’ingegnere non è davvero la razza migliore di persone per me ma soprattutto che, per quanto ami i miei nipoti, una notte e una mattinata insieme per me sono sufficienti. Come ci sono arrivata? Non lo so. Forse il tonfo della bottiglia per terra mentre mia nipote apriva il frigo per la seconda volta con la grazia di un camionista, oppure la richiesta di una porzione di sashimi e nighiri di salmone ieri sera, che forse mi sarebbe costata di più la consegna che non il cibo, oppure il desiderio del mio silenzio per scrivere, per dedicarmi a qualcosa di mio, al mio vero figlio. Ma in tutto questo l’ennesimo messaggio dell’ingegnere con cui ero andata a letto lo scorso anno con mia grande delusione e con lui che dopo un anno ancora mi cerca (ora è bloccato) e ancora mi chiede se sono rimasta delusa dall’incontro.
Non so che cosa abbia acceso la lampadina dentro di me, che cosa abbia fatto scattare l’allarme. Forse un sintomo lo avevo già avuto all’inizio dell’estate quando, ospite di Luca, mi ritrovavo a perfetto mio agio in una situazione non mia, ma che mi appagava, facendomi passare qualsiasi forma di appetito, un po’ come mi capita quando vado a Parigi. Ma oggi, mentre aspettavo un altro Luca, mio fratello, che venisse a prendere sua figlia, facendo il conto alla rovescia e diventando sempre più nervosa, ho capito che sono guarita. Non piango per non essere madre, non piango per non avere una famiglia, non piango per essere sola. Non piango per aver perso la possibilità di procreare. Non piango perché non ho un compagno accanto che non mi ama e non mi vuole. Non piango per me. Con l’animo sollevato, ringrazio di poter essere in parte artefice del mio destino, di avere avuto la forza di prendere certe decisioni, supportata forse da un padre che non mi ha mai fermato, pur consapevole di quanto fossi incauta. Oggi respiro, incerta del mio futuro, ma chi in fondo non lo è? Osservo la mia casa, la libreria, il mio disordine che mi appaga e che mi fa sentire me stessa. Quella che scrive, che racconta, che svela un po’ di sé sono davvero io e non riesco a fare altro che piangere e sorridere. This is me.
Chiedimi se sono felice
L’esercizio di oggi prevede essere tristi. Ho deciso che non voglio essere di buon umore, voglio stare nel mio grigiore, nella mia sfera negativa, the dark side of the moon, perché in fondo ce l’ho anche io. Voglio vedere tutto nero, tutto che incombe nella mia vita a regalarmi attimi di tristezza, momenti di infelicità, voglio abbrutirmi nel mio malessere, non lasciare spazio a niente altro. Mi ci ha fatto pensare ieri sera Daniela, mentre commentava il comportamento di Silvia, osservando che in fondo per lei sono una carica di energia positiva ma che lei di suo non ci mette nulla. E’ vero, Silvia non ci ha mai messo nulla, non ha mai provato ad uscire dalla sua black comfort zone per mettersi in gioco, per misurarsi con il buon umore, con la soddisfazione di se stessi, con l’amore verso di sé. Diciamocela tutta, tenere alte le energie è un lavoraccio infame. Quando la vita va male, non ti sorride, non c’è niente che ti porti gioia, cercare di mantenere alto l’umore, trovare una ragione per sperare ed esercitarsi a mantenerla è una vera fatica. E’ meglio alzarsi la mattina, fustigarsi di cattive notizie, stare fermi al centro del proprio piccolo mondo, non guardare avanti, non impegnarsi per obiettivi che ci arricchiranno e sfruttare le persone che abbiamo intorno che, vedendoci tristi e depressi si attiveranno per portarci il buon umore, organizzando feste a sorpresa, invitandoci ogni tre per due a cene o avvenimenti che non potranno che farci bene, ma no! se stai bene, rischi che la gente si scordi di te, rischi di passare inosservato, di essere quella persona che in fondo riesce sempre a cavarsela anche quando la tempesta arriva e spazza via tutto. Essere tristi è il comodo rifugio in cui accoccolarsi e non permettere a nessuno di entrare. Vedere sempre tutto nero è comodo perché le sfumature di colore risulterebbero troppo faticose, rischierebbero addirittura di fare male agli occhi non abituati alla luce. Il piccolo mondo è un antro felice per persone che amano attirare l’attenzione su di sé, lamentandosi, piangendosi addosso, vedendo tutto sempre nero e senza speranza. Allora mi domando: se la vita vi fa tanto schifo perché state ancora al mondo? perché non avete trovato una comoda soluzione per farvi fuori lentamente senza che nessuno se ne accorga? perché continuate a far sapere a tutti che la vita è una merda e non mettete una parola fine a tanta infelicità? E no, perché dietro la mentalità del pessimista si annidano altri retroscena. Il pessimista ama le acque torbide in cui sguazzare. Ama tutto ciò che lo rende triste. Ama lamentarsi di ogni malessere. Ama non vedere mai il lato positivo. Ama vivere e lavorare in posti che lo intristiscono, lo obbligano a non alzare mai la testa per cercare la luce, perché è troppo rischioso, tutto ciò lo spingerebbe a cercare soluzioni diverse, magari provare ad essere una persona diversa da quella che tutti si aspettano. Quando suggerisci a un pessimista di parlare con qualcuno, ti risponderà sempre di no, perché dovrebbe? perché è così necessario trovare la luce dentro quando è così comodo rimanere al buio, nel proprio antro nascosto, lamentarsi, non sorridere mai, vestirsi sempre di nero tanto per ribadire l’umore? Oggi non so se riuscirò a raggiungere certi livelli di negatività perché mi sembra piuttosto impegnativo. Rimanere in ombra può essere una momentanea soluzione ma in fondo la luce è un posto bello in cui stare, in cui forse non si attira particolarmente l’attenzione ma in cui è possibile trovare uno spazio per sé, per il proprio amor proprio, per vivere senza fare del male a nessuno e godersi il bello che la vita può offrire. Sarà per questo che sono ancora qui a rimpiangere l’aperitivo dello scorso anno, quello in cui sono stata portata via perché era tutto troppo caro, non si poteva spendere la sconsiderata cifra di 15 euro e godersi la situazione, no! Vietato! Forbidden! #mainagioia! Dobbiamo flagellarci e vivere la vita come una punizione, mai goderci quello che abbiamo, mai!
Madre
Dovevano essere due settimane di tranquillità. Fin dal primo giorno mio fratello mi invitava a godere del silenzio della casa e della mancanza assoluta di negative vibes nell’aria. Io sarei partita nel giro di un paio di giorni, approfittando del fatto che lei era al golf con le amiche, questa struttura in aperta campagna che le accoglie ogni anno e dove per qualsiasi problema c’è un medico a disposizione. Lei è mia madre, il peso morto che da cinque anni affligge la nostra esistenza. Lei assoluta protagonista, come le piace essere, lei che non molla, lei che a 87 anni compiuti ancora non si rassegna. Ogni anno attendiamo questo momento dell’anno per liberarci della sua presenza, un elemento che ormai è diventato sempre più scomodo e sempre più inquietante e che non riusciamo ad abbandonare al suo destino. Dovevano essere 15 giorni di serenità in cui addentare quella fettina di felicità che spetta ad ognuno senza assilli, senza vergognarsi di essere egoisti, senza di lei ma…
Ero arrivata a Parigi da due giorni e già ricevevo un suo messaggio in cui mi chiedeva notizie della mia esistenza, perché se noi riusciamo a fare a meno di lei per due settimane, lei non può fare a meno di frantumare i coglioni per due giorni. Così le rispondevo educatamente con una foto che testimoniava la mia presenza nella capitale parigina. Dopo altri due giorni un altro messaggio faceva capolino sul mio cellulare: la mamma non esiste più, con una mia gentile risposta che le chiedeva dove era finita. Ma il meglio doveva ancora arrivare, dopo due giorni anche il resoconto di salute: ho la bronchite ma mi stanno curando. Très bien!!! Così, presa da curiosità, chiedo a mio fratello se anche lui, che è rimasto a casa, sta ricevendo il bollettino medico della parente e la risposta è no. Ovvio! Chi si è permesso di andare all’estero senza dirle niente, chi si sta permettendo di prendersi del tempo per se stessa, chi osa fregarsene di lei? Moi!! Ma il meglio doveva ancora capitare. Rientrata il sabato sera, ho dedicato la domenica alla totale pigrizia, complice il fatto che con l’auto lasciata da mio fratello avevo a disposizione un giorno ancora per stemperare, per mettere a posto, per fare e soprattutto non fare. Erano quindi le otto di sera quando una sua amica mi chiama informandomi che mia madre è appena svenuta mentre sale le scale per arrivare in camera, qualcuno avrebbe anche voluto chiamare l’ambulanza. Ha avuto un calo di pressione, la mia amica Gabriella lo definirà poi un malore da manuale del narcisista. Ovviamente si rincorrono una serie di chiamate che mi informano che sta bene, che è ossigenata, che non ha mangiato nulla durante il giorno, con una sottile richiesta di correre da lei e vedere che cosa sta succedendo. Ovvio! Dovevano essere 15 giorni di tranquillità, dovevano, ma è chiaro che non è altro che una illusione. Un vano tentativo di ritrovare la normalità quando purtroppo ormai non c’è più nulla di normale. Arriva quindi il lunedì e noi corriamo a vedere che sta succedendo. La troviamo mentre sta facendo colazione, con la collezione di pastiglie sul tavolo che ama sbandierare davanti a tutti altrimenti come può essere compatita? Sta bene non ha nulla che non va, ma le sue amiche sono preoccupate, la vedono diversa, non l’hanno mai vista così, davvero? E’ un peccato perché potrei raccontarne tanti di momenti in cui siamo stati presi in questa morsa e lei non ha avuto nessuno scrupolo per noi. Stiamo con lei per un po’ e poi la lasciamo lì, in fondo a casa che cosa potremmo fare? Montiamo in auto e mio fratello mi dice che sta facendo tutto questo per papà, che gliel’ha chiesto prima di morire, consapevole che non gli restava più molto, io lo scopro dopo 5 anni.
Come sempre, tutte le volte che c’è una crisi la mia capacità di reazione si mette in atto. Arrivata a casa faccio partire una serie di messaggi alle persone più disparate in cerca di una badante perché è certo che se vogliamo sopravvivere, da soli non possiamo farcela. Abbiamo bisogno di aiuto, non possiamo contare uno sull’altro, ci serve una mano, qualcuno che sappia quello che si fa, che sappia fare con gli anziani ma non si lasci intimorire, qualcuno che conosca il suo lavoro e a cui lasciare questa donna che affligge la nostra vita da sempre, perché di gioie ce ne ha regalate poche. Al mio appello risponde lei, la madre di ciao grazie, la mia ex compagna di liceo, definita così per il suo educato modo di salutare. Viene in mio soccorso, c’è una persona che si chiama Rodza o forse sono io che capisco male, ma la premessa mi sembra ottima, in fondo nomen omen, è disponibile da settembre. E’ albanese, perfetto! mia madre li odia, mi sembra un’ottima punizione. Inizialmente solo il giovedì e il venerdì poi si vedrà. Respiro. Mio fratello obietta che sarà difficile fargliela accettare, io obietto che non me ne frega niente. Ho passato otto giorni a farle da badante e mi è bastato per portare il mio livello di energia sotto i piedi. Se non le piace, finirà in una struttura per anziani perché il prezzo da pagare per tanta disponibilità mi sta sembrando eccessivamente alto. Lui è rassegnato, io no. Io non accetto tutto questo.
Ho accettato i voltafaccia delle amiche, facendomene una ragione, buon viso a cattivo gioco. Ho sopportato un ambiente di lavoro che mi ha svuotato di ogni entusiasmo e nel quale ho capito che mi devo difendere se non voglio rimetterci la salute. Ho ingoiato le delusioni in amore, nonostante certe risposte a distanza di anni non sia ancora riuscita a darmele. Ho messo da parte il mio senso di maternità a favore dell’essere zia, che tutto sommato mi riesce abbastanza bene e senza troppi sforzi. Ho seppellito mio padre che mi manca ogni giorno. Ho accettato, soppesato, valutato, ingoiato ma lei no, non le concederò di sovrastarmi, non le permetterò di intralciarmi, non la autorizzerò a fare in modo che mi schiacci. Non è lei a decidere. Vorrebbe ma non sarà così, almeno questo. Sono consapevole che per una narcisista è intollerabile non essere al centro dell’attenzione, che darà fastidio, che si lamenterà ma quando anche le sue più care amiche, sue coetanee, arrivano a dirti che non può stare da sola e che noi figli abbiamo diritto alla nostra vita, forse significa che siamo arrivati a un punto che abbiamo rimandato troppo a lungo. Forse non siamo stati abbastanza coraggiosi, forse ho permesso che fosse mio fratello a gestire senza rendermi conto che è un uomo, che la capacità decisionale da parte sua arriva quando ormai le cose stanno per precipitare. Forse l’ho lasciato troppo solo nelle mani di una donna manipolatrice e amante del suo ego che lo ha imbambolato, una Circe rugosa e insopportabile che lo ha incantato con un canto a cui io ormai non presto più attenzione. Poi arriva la notte che negli ultimi tempi è un po’ un terno al lotto. Mi manca l’aria, non è la prima volta che mi succede, spalanco le finestre per ritrovare un po’ di fresco della notte e respiro, so che sto chiedendo tanto alla mia testa, le domando di reagire, di non soccombere, di non perdere la speranza, di lottare ancora perché dentro, sotto tutto il dolore che mi porto, c’è una parte di me che vuole vivere, che vuole sentirsi spensierata, che non accetta di sotterrarsi come tanti altri, che ha bisogno ancora di alzare la testa e non perdersi d’animo. E’ un momento che fa male, in cui tua madre non è più tale, ma la donna che semplicemente ti ha generato e ti domandi come sia possibile che le vostre vite siano così diverse, così lontane, e che tu in lei non riesca più a riconoscerti.
Paris
Vorrei essere brava a raccontare quello che i miei occhi hanno visto negli scorsi giorni, ma soprattutto a descrivere quello che ha provato il mio cuore. Spero di riuscirci.
Erano due anni che non mettevo piede a Parigi. L’ultima volta il freddo era stato intenso e pungente, insieme alla pioggia, forse per questo nella valigia ho valutato diversi spessori adatti ad ogni situazione. Mi ha accolto invece l’estate, che in questa parte del mondo si vive en plein air con un panino in mano o un piatto take away, i piedi scalzi nei prati, sdraiati su un comodo telo o meglio ancora a contatto con l’erba, il tutto accompagnato da una bevanda e perché no, pure un bel prosecco o una birra migliorano il contorno. Una Parigi in cui l’overtourism la fa un po’ da padrone ma nel mio caso alcune mostre di nicchia hanno ovviato al problema. La prima fra tutte è stata l’esperienza immersiva del Piccolo Principe, una carrellata di immagini e disegni, accompagnati da musica e piccole parti narrate da gustare sdraiati a terra, seduti, in piedi, in mezzo a una folla di bimbi che si avvicinavano al mio personaggio preferito per toccarlo credendo fosse vero. Io incantata come una bimba, in lacrime come un’adulta, che fotografavo e piangevo, piangevo e fotografavo, poi piangevo ancora poi mi soffiavo il naso, e piangevo ancora, fortunatamente in tutto questo complice l’oscurità. Credo di avere pure singhiozzato, tanto che una volta fuori, dopo circa due ore in cui ho rivisto la stessa riproduzione tre volte, ho deciso che il mio stomaco aggrovigliato su se stesso aveva già dato abbastanza. Inutile dire che lo andrei ancora a rivedere perché mentre il racconto scorreva pensavo che nella vita amiamo davvero quello di cui ci prendiamo cura, che non bisogna temere la delusione o la perdita perché amare comporta farsi del male e a volte farne, spesso involontariamente. Allontanarsi non significa abbandonare, ma a volte cambiare prospettiva, vedere ma con altri occhi, darsi il tempo per sentire la mancanza o magari non sentirla per nulla. Amare o meglio ancora avere cura, amare senza voler possedere ma permettendo all’altro di rimanere o di andarsene, non sarà mai una perdita o un fallimento, sarà sempre quel qualcosa che ci spingerà ad andare oltre quei limiti che a volte ci costruiamo per paura di rimanere soli. Ed è stato forse in quel momento che è iniziato per me il vero viaggio, qualcosa che mi si è smosso dentro, qualcosa che non avevo mai visto in questa maniera, qualcosa che dovevo imparare. La seconda mostra che avevo prenotato era alla Galérie Dior. Forse qualche anno fa non ci avrei mai messo piede, lo avrei trovato frivolo, ma se si pensa alla moda come a una forma d’arte tutto assume un senso ma l’esperienza Dior è davvero un’esperienza di sensi. La bellezza innanzi tutto, l’incanto di abiti, la perfezione del taglio, la scelta dei colori, la musica, l’atmosfera, tutto in un crescendo estetico di alto livello dove niente è lasciato al caso, neanche la scelta dei materiali dei bagni. Un percorso tra colori, forme e magia, perché è facile sentirsi travolgere, sentirsi parte del tutto. E in quest’ambiente dove il lusso la fa da padrone anche un caffè e una bottiglietta d’acqua hanno fatto il loro, 22 euri, che a detta della mia amica Lucy sono ben spesi perché Dior è Dior, e che cazzo! E allora sì, vale la pena farlo, in fondo anche Carrie Bradshaw faceva la fame ma indossava scarpe da 300 $ e io che di che Carrie non ho nulla se non un numero imprecisato di storie dal dubbio gusto, forse un caffè posso permettermelo, anche se la ragazzina orientale con tanto di piantana da selfie che si fotografa sulle scale che sfumano per colore di abiti e accessori, forse ha qualcosa ancora da insegnarmi. Il bello, il senso estetico, la ricerca di una perfezione effimera, ma che nell’effimero ricerca la sorpresa, il non detto, la meraviglia. Se il mio percorso aveva previsto cibo per il cuore e per gli occhi, la terza mostra mi ha regalato l’appagamento completo dei sensi. Non ero mai stata alla Bourse de Commerce, ma da mesi tenevo d’occhio quest’esperienza artistica delle tazze che si scontravano nell’acqua in una enorme piscina, installata sotto la cupola a vetrata dell’edificio con una serie di affreschi dipinti in cerchio che riprendevano momenti della storia di Francia. Sono stata tra le prime a entrare quel giovedì mattina e credo di aver passato quei buoni 50 minuti seduta per terra ad osservare il movimento dell’acqua, delle tazze di ogni grandezza che si scontravano e producevano un bagno sonoro. Dopo mesi, ero anche io lì a realizzare un desiderio, anche un po’ impaurita all’idea. Perché in fondo sono anni che ho smesso di sognare, di credere, di sperare. Sono anni che cerco di vivere al meglio ma non sempre è stato possibile, specie dopo la perdita di mio padre. Alcune esperienze poco fortunate, certe delusioni e certi atteggiamenti inaspettati mi hanno fatto desistere dal mettermi troppo in gioco ed è forse tutto questo ad avermi amareggiato fin troppo, come se in fondo fosse anche un po’ colpa mia che ci ho creduto e invece avrei dovuto difendermi meglio. Ma forse sono state le parole di Miranda o forse proprio il mio piccolo principe che mi hanno fatto capire che non necessariamente otteniamo qualcosa, a volte ci guadagniamo anche solo il colore del grano o una stella che ride per renderci persone migliori. Ma è anche vero che non è da tutti e non è per tutti, per qualcuno è molto più semplice far sentire il peso della propria aspettativa, valutare in base a quanto si ottiene ed evitare di esporsi troppo perché si rischia di perdere quel sano equilibrio che fa funzionare il meccanismo perfetto di una felicità on demand. Sono stati questi i tanti pensieri che hanno affollato la mia mente mentre seminavo kilometri, mentre entravo in moschea velata e immortalavo piante, fiori e boschi, in mezzo a un Bois de Boulogne davvero suggestivo ma molto selvaggio, in una Cathédrale de Notre-Dame presa d’assalto, salvata ma che ormai ha perso il suo fascino medievale oppure in quella chiesetta che è sempre Saint Germain des Près, in cui è facile ritrovarsi. Ho percorso strade e vie note, senza troppa fatica, visto, assimilato, estasiata, felice, lontana da tutto e da tutti, ma ho anche decelerato, fatto una pausa, lasciato andare il tempo seduta ai Jardins des Tuileries o du Luxembourg, perché Parigi è anche questo, ti permette di trasformarti in una sorta di parigina in prestito a cui chiedere informazioni per strada sentendoti tessere le lodi per l’ottima pronuncia, come se fosse un surplus. Per me che vado veloce, che tengo la testa bassa autoinfliggendomi il dovere di guardare avanti, di non mollare, di essere all’altezza a volte è difficile realizzare quanto capita intorno, se non darlo per scontato. Ma è certo che se non ci si da il tempo di accogliere e di volere trovare il bello, allora difficilmente capiterà, se veniamo fagocitati da qualcosa che vogliamo ottenere subito, facilmente non saremo nemmeno in grado di vederlo arrivare, non sapremo valutarlo perché non corrisponde a come ce lo eravamo immaginato. E’ facile dispensare giudizi, chiudersi nelle proprie certezze, mai cambiare prospettiva, ci rassicura, ci fa vivere sereni ma è anche vero che ci toglie l’opportunità di muoverci verso quello che siamo destinati ad essere.
Lasciare andare
E’ inizio agosto. La città non si è spenta anzi, da qualche anno a questa parte Torino sembra essere rinata dalle sue ceneri operaie. Sono sul treno che mi sta riportando a casa, ho lasciato l’auto da mio fratello e una punta di magone mi assale, come tutte le volte che sto per partire. Lasciare casa, allontanarmi, specie da sola, mi rende più fragile, più vulnerabile ma è anche qualcosa che ricerco e di cui ho veramente bisogno.
Oggi penso a lei, alla mia “fidanzata”, che ormai non lo è più, la magia si è interrotta. Ci siamo incontrate 15 anni fa sullo stesso posto di lavoro. Non sapevamo nulla l’una dell’altra ma ricordo ancora il nostro primo scambio di parole a proposito degli impegni scolastici, io ero arrivata da poco. La sua voce gentile e disponibile. Colleghe che si trovavano spesso a ridere, scherzare, fare battute, Ci trovavamo spesso anche fuori tra di noi, con altre, condividevamo il lavoro ma poco per volta abbiamo anche iniziato a fidarci tanto da condividere i problemi di famiglia, le nostre storie personali e le disgrazie, che a un certo punto piovevano dal cielo. Ci chiamavano le fidanzate perché era sempre un parlottare, uno scambiarci opinioni, un cercarci fino a sentirci tutte le sere. C’era anche lui, non l’ho mai percepito come una presenza minacciosa ma c’era, soprattutto in quei momenti in cui forse sarebbe servita più intimità tra due amiche. Non ci facevo molto caso, capitava non sempre e quindi tutto sembrava filare, finché un giorno non è stato assunto nella nostra stessa scuola su richiesta di lei che tesseva continuamente le sue lodi. Non è successo molto tempo fa, giusto qualche anno. Ricordo la prima persona a farmi obiezione su di lui, Matilde, che mi chiede che tipo è, perché le sembra tanto un coglione e non capisce come possa andare d’accordo con lei, reputata da sempre una ragazza intelligente. Mi fa sapere che alla scuola superiore, dove lavorano entrambi, lui è preso in giro e che ci si pente di averlo assunto. Cado dalle nuvole. Da tempo so come è lui, tanto che le rispondo che se fosse stato il mio compagno, lo avrei già sbattuto fuori di casa da anni, mentre lei se lo è tenuto ma non pensavo che nel giro di un anno si sarebbe fatto conoscere negativamente a livello lavorativo. Pensavo di essere io ad avere un po’ lo sguardo cattivo e accusatorio anche se certe dinamiche non mi sfuggivano. Non so bene come si è arrivati al punto in cui ci troviamo, credo sia stato quando un’ estate volevano cambiare i termini del contratto di lui e lei ha iniziato a fare il diavolo a quattro per difenderlo quando avrebbe dovuto prendere in mano lui la situazione. Lei voleva lasciare la scuola che non riconosceva la professionalità di lui, una scuola che non ha mai amato ma che le offriva la possibilità di farlo lavorare con continuità. Lei che aveva rinunciato ad andarsene e rimaneva lì per lui. Fin quando non è cambiato anche questo. Con mio grande stupore, dopo quasi un anno in cui ci siamo sentite raramente, mi annuncia che ha fatto bene a non andarsene, che rimanere è stata la scelta giusta, dopo più di 15 anni in cui sosteneva che il suo malessere si radicava tra i banchi di scuola, proprio di quella scuola.
Credo sia stato l’anno appena trascorso a darmi la conferma definitiva che la nostra amicizia è giunta al capolinea, proprio l’anno in cui ho iniziato a lavorare definitivamente altrove e in cui i veri sentimenti dovrebbero rinsaldarsi, perché “la lontananza sai è come il vento che fa dimenticare chi non s’ama”. Lei non mi ama, o meglio, ama più lui di me tanto da non avere problemi a scegliere. Non dovrebbe accadere perché si tratta di un’amicizia ma quando la simbiosi con il tuo compagno è così forte da far diventare anche l’amicizia un fatto di coppia, allora non c’è molta scelta e io non sono la scelta, se non ogni tanto con le dovute misure e i dovuti accorgimenti. All’interno della coppia è chiaro che sia lui a scegliere le frequentazioni per tutti e due, lei delega, forse sceglie anche ma la scelta non sono io. Lui crea legami, fa, disfa, triga, briga, se fossi più accondiscendente ci sarebbe posto anche per me, ma così non è e mi accorgo che non sono l’unica a vederla così. Lui è il marito e probabilmente anche il suo migliore amico, i ruoli sono fusi, sempre più inscindibili. Le giornate scorrono come se non potessero fare a meno l’uno dell’altra pur stando insieme 24 ore al giorno. Oltre ad insegnare la stessa materia nella stessa scuola nello stesso grado con gli stessi colleghi, pranzano insieme in mensa, portano avanti un progetto di teatro a cui lavorano insieme con ritmi stancanti ma che portano i loro frutti: il teatro che è la passione di lui viene approvato anche per il prossimo anno, da qui la frase soddisfatta di lei che è rimasta lì, lì con lui.
Ho parlato tanto di lei in questi ultimi mesi, forse anche troppo con persone che non conoscevano bene i fatti e che mi hanno vista intristirmi per una persona a cui tengo e tengo molto. Lei non si rende conto di quello che sta accadendo, pensa che sarò lì, che mi troverà sempre lì, che non me ne andrò, in fondo fino ad ora non l’ho mai fatto. Non pensa di avere bisogno di essere salvata, non riconosce la relazione tossica in cui ormai si trova da tempo e il suo bisogno di lui che è malsano, lui preferisco non definirlo. Forse chi doveva decidere non era lei, ma ero io che da tempo patisco molte cose. Patisco l’idea di voler bene a qualcuno che vedo raramente perché dall’altra parte non c’è mai disponibilità. Patisco il chiedere senza che ci sia mai una vera reciprocità. Patisco il suo costante malumore che mi conferma quanto non sia felice nonostante dica di avere accanto un uomo che la ama. Patisco nel sentirmi estromessa dalla sua vita, come un’amica di serie B che non credo di essere ma che è tale quando a prevalere è la coppia. Patisco tutto quello che non ho il potere di cambiare, perché è vero che non tutti mettiamo gli stessi pesi nelle relazioni ma qualcosa ogni tanto va comunque inserito a fare da aggregante, da cemento per legami che si stanno sfaldando. Patisco perché volere bene è una cosa semplice, specie tra donne, avviene naturalmente, senza sforzo, creando spazi, momenti e soprattutto la stessa intenzione. Patisco perché mi allontano da un pezzo della mia vita, da un’amica a cui darei il cuore, la forza e le giuste intenzioni per fare e reagire, ma so che lei vuole rimanere esattamente lì dove si trova, lì dove c’è lui e lei è infelice, lì dove si annidano i nodi che non vuole risolvere, lì dove è più sola che mai. Se rimanessi ancora, cadrei vittima di questo legame malsano, lo patirei e continuerei a portarmelo dietro, avvelenando quanto di buono ho intorno. Ma dire addio non è facile, allontanarsi ancora meno pur consapevole che non c’è nulla da fare, che in fondo abbiamo scelto strade distanti che non ci accomuneranno. Lascio cadere il silenzio perché non ho nulla da dire o forse è semplicemente meglio tacere, tenersi la tristezza per un’altra separazione, un legame che si interrompe, un affetto che si macchia di malsano, meglio non esserne più complice. Parto sapendo che non tornerò con la voglia di condividere con lei i miei momenti e che lei non mi chiederà nulla. Parto allontanandomi da una persona che sono stata per tanto tempo, perché le circostanze me lo hanno imposto e io non sapevo come fare. Parto salutando un pezzo della mia vita che se ne va e non tornerà più, in cui ho pianto ma ho anche ricordi di risate, di amicizia, di allegria. Parto consapevole che tutto quello che verrà sarà in parte un nuovo inizio e non una continuazione con quello che è stato. Parto separandomi, certa che non ci sarà un ritorno, forse gli auguri di circostanza, le frasi di rito ma mai più quella confidenza che mi ha tenuta legata a lei e che avrei voluto veder continuare. Parto salutando virtualmente la mia fidanzata che rimane lì a guardarmi come se non meritasse di essere felice, perché le cose non accadono, bisogna volerle, inseguirle a volte, lasciarle andare senza mai perdere la speranza. Parto salutando anche quella parte di me che le rimane dentro e che vorrebbe essere raggiunta per nuove esilaranti avventure, ma senza di lui, senza quel macigno che è il loro vivere insieme.
Lascio andare che è quello che so fare peggio, che non ho ancora imparato, nonostante tanta pratica mai davvero voluta. Mi separo, come fosse un lutto momentaneo, un momento triste che non riesco a giustificare ma che devo accettare, dovrei essere brava e più coraggiosa, invece sono sempre la stessa ingenua che pensa che con la volontà tutto si possa fare, consapevole che bisogna metterla in due. Mi allontano, saluto e in fondo non lo accetto, me ne faccio una ragione ma no, non sarà mai il mio pane.
Marziani
Popolano la nostra terra, mangiano il nostro stesso cibo, bevono la stessa acqua e respirano la stessa aria, ma sono diversi da noi. Credo che sia questo il tema del mese appena trascorso. Dopo aver passato tre splendidi giorni, a inizio luglio, in compagnia di un uomo con cui mi ero sentita per mesi, lui scompare. Rientro a casa, dopo avergli generosamente lasciato i miei asciugamani con una semi-promessa di rivederci a settembre, dopo che mi ha fatto conoscere tutto il paese in cui lavora, e lui non si fa sentire. Lo cerco, lo chiamo, gli chiedo spiegazioni e la risposta è: “sto valutando la situazione”. E’ a questo punto che si apre in me una grande voragine, un déjà-vu a cui forse non ero abituata da tempo: gli uomini. Effettivamente era da anni che non vivevo con qualcuno, dormivo nel suo stesso letto, condividevo momenti insieme ma soprattutto non ricordavo quanto fossimo diverse noi venusiane da loro marziani. Chiedo quindi consiglio alle vere esperte, donne che trascorrono ormai da anni la vita con i loro compagni, cerco spiegazioni perché ci sta che io non ci arrivi, ma loro no, loro dovrebbero aver preso il master della tipologia maschile, qualcuna li ha pure partoriti. Sto parlando delle mie amiche, le sagge persone che mi accompagnano ogni giorno facendosi carico dei miei problemi e delle mie preoccupazioni fino a costringermi a dire che forse stiamo un attimo esagerando. Va bene essere partecipi ma se hai un’amica, la sottoscritta, che ne combina sempre qualcuna scombinata forse è il caso di lasciarla al proprio destino perché non migliorerà, neanche con una cura ricostituente. Così racconto loro che no, lui non si sta facendo sentire e loro non sanno aiutarmi, abbozzano qualche idea, ma rimangono anche loro perplesse. Solo Wonder Mira accenna una risposta precisa: “sta riflettendo, si sta prendendo una pausa, lascialo lì”. Forse tanta saggezza le deriva dall’averne concepiti due, oltre che ad averne sposato uno. Anche Daniela dice: “si farà sentire, ma adesso ha da fare, lavora”, a lei fa eco Antonia con la stessa soluzione. E Jessica chiude il cerchio dicendo: “solo una donna è davvero in grado di comprendere un’altra donna”.
Luglio è un mese pesante. Riprendo in mano pensieri lasciati lì, amicizie che si stanno sgretolando, un lavoro che mi ha svuotata, rapporti che mi hanno esasperata e in più c’è lei, la scassapalle, mia madre. E’ così che il mio massaggiatore mi trova, con un livello energetico sotto le scarpe e un blocco emotivo non indifferente che spurgo tra lacrime e muco. Ma il punto rimane: loro, i marziani. Vado quindi alla sorgente, perché si dà il caso che abbia un fratello e un nipote che possono illuminarmi. Nicolò, 15 anni, cresciuto tra le mie braccia, è diventato uno di loro, non so come sia possibile. Si è chiuso in quel silenzio tipicamente maschile della sua stanza, risponde a monosillabi, non mi cerca mai se non per la password di Netflix, ma con grande sicurezza mi dice: “le ragazze, zia, pensano sempre di conoscere la risposta giusta, fanno mille giri mentali e con sicurezza ti vengono a dire che cosa tu pensi, ma in realtà non hanno capito nulla perché si tratta esattamente dell’opposto”. E suo padre, nonché mio fratello, con cui ho in comune uno stesso utero e due genitori, sottolinea: “quando un uomo dice che non pensa, significa che davvero non sta pensando”. Mi lasciano lì, in totale ammirazione perché mai ci sarei arrivata. Non ci provo nemmeno ad esporre loro il mio problema perché la risposta sarebbe: ma che problemi ti fai? non risponde perché avrà da fare, lavora. Perché dopo queste pillules de sagesse, mi si apre un nuovo sguardo. Ma ancora non basta…
Da tempo ormai sono iscritta su chat per appuntamenti, dove per l’appunto ho conosciuto lui ma non solo…. ed ecco che in un attimo, out of the blue, ricompaiono pure loro: i marziani lasciati da parte. Non importa che siano passati mesi, per loro il tempo non ha importanza, non ne hanno percezione come i discalculici, loro scrivono: ti ricordi di me?quando ci vediamo? sei sempre la solita monella? posso parlarti con onestà, ti rivedrei ancora. In questi mesi hanno respirato la mia stessa aria, hanno mangiato, bevuto, dormito, continuato a vivere e poi si sono ricordati che esisto, come se il tempo non fosse mai trascorso, come se avessimo smesso di parlarci ieri. Non solo uno, nemmeno due… molti di più perché loro sono così, marziani. Non chiedono scusa, non portano giustificazioni, perché dovrebbero? in fondo per loro è tutto normale. Ma chi mi lascia senza parole in particolare è lui, con cui ho preso un caffé quattro mesi fa, quattro mesi fa!!!, con cui ho scambiato quattro parole in mezz’ora, o meglio io parlavo lui cercava di interagire e che si dice interessato a me, che lo spavento, ma ovviamente anche lui ha notato le mie tette, la parte del mio cervello che colpisce sempre tutti, e che Gabriella ritiene sia il mio punto forte (non le tette, ovvio!!) e mi chiede di vederci ancora, perché in fondo gli piaccio, gli trasmetto serenità. Certo, per sopravvivere a tutto questo che altro dovrei trasmettere??
Il mio pensiero allora vola ad Alberto Angela, quest’uomo che piace ad adolescenti, nonne, donne mature, milf, che apre bocca affascinandoti con racconti di altri tempi e mondi lontani, anche lui è un marziano. Cerco su Google. Ha una moglie, Monica, non si conosce il cognome, lei è la moglie di Alberto Angela e ha partorito i suoi tre figli. Mi immagino Monica che va dalla panettiera, che le fa i complimenti per suo marito, Monica che va dalla parrucchiera che commenta la trasmissione di suo marito, Monica che parla con le amiche che le chiedono di suo marito, Monica che arriva a casa e dovrà gestire ste tre creature perché Alberto è in giro per reportage, invitato ad eventi, impegnato in ricerche, mentre lei che è venusiana si districa in mille situazioni, cercando di far funzionare tutto. Lui forse ogni tanto atterra sul suo stesso pianeta, ma pur chiamandosi Alberto Angela non credo sia molto diverso dai marziani che ho incontrato, perché in fondo negli ultimi anni ne ho conosciuti davvero tanti, non tutti frequentati per quanto qualcuno insinui che sono una nave scuola. Alberto sarà preso dal suo lavoro, impegnato, forse stanco, lei lo sosterrà, ma chissà se anche Monica non la pensa anche lei come tutte noi.
Capisco quindi perché molte donne affermano che con gli uomini hanno chiuso. In fondo l’ho detto anche io molte volte, occorre pazienza, perseveranza ma anche quella sana dose di indifferenza, di coraggio, pure un po’ di menefreghismo, perché in fondo ci incantano, ci piacciono ma ci fanno incazzare, ci lasciano lì in sospeso e poi quando meno te l’aspetti ritornano, perché poi tornano sempre, tastano il terreno, devono essere sicuri, un marziano non rischia così tanto, deve avere una rete di protezione che lo sostenga, deve sentirsi al sicuro, esporsi ma sapere che potrà correre al riparo nella sua bella caverna dove potrà ristorarsi. Sono socievoli, aperti, ridanciani, sembrano noi, ma sono marziani, non hanno i nostri stessi pensieri, non vivono le nostre stesse emozioni, non amano come noi. Solo una donna è in grado di comprendere davvero un’altra donna, di inoltrarsi insieme a lei nella sua mente contorta, loro no. Loro restano fuori come davanti ai negozi in tempo di shopping, pensano alle partite di calcio, al girone di andata e a quello di ritorno, mentre noi li osserviamo e pensiamo che dietro quel loro assentire assente si nasconda una tresca amorosa.
Quello che non puoi dire
Ci sono delle cose che non possono essere dette. Ha ragione Jessica quando nell’ultimo messaggio mi dice: “prima o poi tu dovrai parlargliene, perché in fondo siete amiche”, è sacrosanta la sua affermazione ma è altrettanto vero che qualcuno non è pronto a ricevere quello che per te sta diventando un peso sempre più pesante. Sarà per quello che stamattina mentre il massaggiatore ti passava il suo diapason, tu non sentivi nulla. Il tuo livello energetico era sotto le scarpe, perché è vero che lui non scrive da settimane ma è anche vero che sono mesi ormai che ti porti appresso le negatività del mondo e che ormai sai leggere le sfumature di cattiveria senza troppi sforzi.
Sono mesi che il famoso intervento chirurgico di cui ti hanno iniziato a parlare a dicembre è ancora lì che aspetta una data di conferma ma intanto lei che si dice amica tua ti ha già fatto dono delle sue cose, ti ha chiesto se l’accompagnavi a comprare le camicie da notte per l’ospedale e nel frattempo ha pianto, ti ha raccontato delle disgrazie che le sono accadute e si permette anche di prendere e andare in vacanza come se fosse immune a tutto e tu? Tu vorresti che l’avessero già operata per scrollarti di dosso il peso della sua esistenza, le sue scortesie nei confronti altrui e tirare un sospiro di sollievo perché tutta questa storia ti ha avvelenata. Hai visto trattare male persone che non se lo meritavano e ti sei trovata in mezzo a tensioni che non volevi provare perché già ti bastava il tuo.
Vogliamo parlare di lei, quella che da un anno ti dice che il padre morirà e adesso si scopre che è la madre quella che sta veramente male? A lei dovresti dire che ci rimani male da un anno perché non ti cerca, se non per raccontarti tutti i suoi mali, tutte le sue tristezze, tutte le sue sfighe, come se fosse una sfida. A lei vorresti urlare che il suo male più grande è quel coglione che si porta dietro da una vita con cui vive un rapporto tossico ormai. A lei dovresti dire che una vera amica quando piange per te poi non compera due biglietti per andare a un concerto con il marito, il secondo biglietto dovrebbe condividerlo con te.
E lui? Che riesce solo a dirti che sei una che si arrende, che si butta giù, senza farsi scrupolo che ad ascoltarlo ci siano i tuoi studenti? Lui che ti dice che devi fare di più e non lamentarti perché sei stanca, perché il tuo lavoro è una missione non importa se mal pagato… in fondo non lavori in una banca. E dopo che hai fatto 31, vorrebbe anche che facessi 32, 33, 34…. e se non riesci a fare 35 allora non ci siamo. Lui che si era venduto come amico tuo, che ancora crede che tu gli voglia bene e tu glielo lasci pensare anche se quella sera alla stazione non ci ha pensato due volte a prendere e ad andarsene lasciandoti sola. A lui non vorresti parlare più, perché ormai senti che non c’è più nulla da dire.
E poi …. e poi… due parole le vorresti pure dire a chi continua a dirti che sei grassa, a tua madre che ringrazia che non hai messo su famiglia perché così puoi accudirla quando fa comodo a lei, a chi ti sega le gambe sminuendo le tue pseudo-relazioni… avresti parole da dire un po’ a chiunque, ma sai che non servirebbe a nulla, ti ritorcerebbero tutto contro, direbbero che sei tu e piangeresti il doppio delle lacrime che hai già versato perché confermerebbero la loro incapacità di accogliere quello che hai da dire. E’ vero, non potrai tenere tutto sempre dentro e forse arriverà quel famoso giorno in cui sarà il momento giusto per parlare. Per come stanno le cose in questo momento cerchi di evitare, di scansare, di incontrarli proprio se necessario, ma senza metterci niente di tuo perché non cambierebbe nulla. Loro ci tengono ad essere amici tuoi, ne prendi atto ma sai perfettamente che l’amicizia è altra cosa, e se davvero ti conoscessero, forse se ne renderebbero conto senza tanti sforzi. Avrebbero quel tatto e quell’accortezza di non darti per scontata, perché è vero sei disponibile, ascolti, non ti tiri indietro ma arriva quel momento in cui il sipario cala, le luci si spengono e in silenzio ti allontani poco per volta senza fare troppo rumore, senza drammi, senza male parole, senza dire loro che te ne vai perché sai che se ne accorgeranno solo quando sarai ormai molto lontana. Vorresti dire loro che l’amicizia è un sentimento che va curato ma non una volta al mese, non quando si ha tempo, ma quando si impara ad ascoltare l’altro, a porsi sulla sua stessa onda di frequenza, facendosi del male a volte. L’amicizia è fatta di parole scomode, di rimproveri, di malintesi, di scuse ma occorre avere il coraggio di ascoltarsi e ascoltare, di parlare e accogliere anche quando quello che si ha da dire esce male. Un amico non ha sempre ragione, non è perfetto ma sai che ha sempre il cuore pronto ad accoglierti… ma che servirebbe? Ti farebbero un bel sorriso, ti direbbero certo! e poi non cambierebbe nulla.