Il punto su di me

Prima o poi arriva quel momento in cui è necessario fermarsi e fare il punto su di sé, non perché lo ordini il medico ma perché lo esige la tua natura. Ascoltare se stessi, prendere coscienza di sé, accettare qualcosa che non si è chiesto, vivere tutta una serie di circostanze che non si sono mai prese in considerazione. E in tutto questo non sentirsi malati. Neanche per sbaglio. E nemmeno invalidi, nonostante quello che dice l’INPS. Forse è proprio questo il punto: accettare. Piegarsi all’evidenza che impone un certo numero di cure e di terapie, i controlli, le visite, ma in tutto questo la testa reagisce e sussurra al corpo: non mollare, non ti puoi ammalare, reagisci, non piangerti addosso, sii forte, indossa l’armatura, combatti. Ricercare il potere delle parole, quelle in altre lingue che descrivono le emozioni, gli stati d’animo, che raccontano una storia, quello che sei. I capelli cadono, ma quanti ne hai??!! Forse è più l’idea che non la realtà, perché ancora una volta devi accettare quello che non hai mai considerato, devi abbassare la testa e prendere atto che se vuoi guarire, devi guardare bene in faccia quello che stai vivendo per non dimenticarlo, per farlo tuo e poi lasciarlo andare, passarci attraverso e non sottrarti. Devi trovare la strada in mezzo al dolore per non tornare indietro, perché una volta che l’avrai fatto tuo, ci saranno ben poche cose che potranno ancora farti del male.

Radioterapia

Affrontare una malattia significa cambiare forma, trasformarsi, diventare una persona che non sei mai stato prima. E’ questo quello che penso mentre passo la mano tra i capelli e mi rimangono in mano delle ciocche. Perché non è vero che solo la chemio li fa cadere, anche la radio quando batte sulla testa, proprio in quel punto in cui c’è una cicatrice, quella che ti è rimasta quando ti hanno aperto la testa per togliere il tumore.

Hai aspettato questo giorno con timore, sperando non arrivasse mai, ma a te che sei fortunona capita pure questo: il danno e poi la beffa. Speravi che non si vedesse il segno della tua malattia, speravi di essere immune, che i tuoi capelli avrebbero resistito e invece… zacchete… sei stata punita! Sei rimasta legata al tuo aspetto per anni, come se fosse un indice di te, come se non dovessi deludere nessuno, forse te per prima. Ma poi arriva quel momento in cui devi abbandonare la tua forma, quella a cui eri abituata, optare per una nuova versione di te, qualcosa che non volevi ma adesso sei costretta ad accettare. Tutto questo è diabolico, specie se è una cosa che non desideri e che devi fare diventare tua.

Il mondo intorno a te fa il tifo per te e tu perdi la testa per dei capelli che cadono? Ebbene sì! Perché in fondo sei vanitosa e quei capelli ti piacciono, sono il tuo ornamento…. ricresceranno, questo è certo, ma non sarà più come prima, tu non sarai più la stessa, non potrai più. Questo dolore ti cambierà dentro, per sempre. Affronterai ogni giorno con una nuova consapevolezza, con quel senso di dolore e ogni giornata sarà una conquista. La vita ti obbliga ad essere guerriera anche quando non vuoi, non sei pronta, vorresti essere altrove. Sai anche che questo è il prezzo da pagare per aver dedicato poco tempo a te, per essere stata troppo poco egoista, per aver dato peso a chi stava intorno a te e non ci teneva. Non è una colpa, ma è una mancanza di cure verso te stessa. Forse per questo le attenzioni delle persone intorno, ti lasciano senza parole, non sei abituata, ne sei quasi intimorita. Ma anche questo fa parte della tua nuova consapevolezza.

Normalità

Un piatto di lasagne, una bottiglia d’acqua, la lavatrice che gira, una doccia, i capelli raccolti nella cuffia (adesso mi ricordo come si fa!), i libri, il letto, sapore di casa mia. Piccola, polverosa, umida, buia, ma casa mia. Non so spiegare la sensazione che provo quando varco la soglia: è casa mia, l’annuso, l’accarezzo, è mia, solo mia. Ogni minimo particolare l’ho deciso io.

Tornare a casa, ritrovare quei luoghi familiari, la normalità. La assaporo come si assapora un piatto succulento, qualcosa che non si mangiava da tanto tempo, il piacere di ritrovarmi in uno spazio mio, in cui vado d’accordo con me stessa. Non importa se qualcuno rimane fuori, se non ce n’è per nessuno. Mi aggrappo a questa sensazione di normalità, perché forse quando tutto crolla intorno a te, è bene avere un luogo che senti tuo in cui non crollare, in cui stai bene con te stessa, in cui sei grata di quello che hai. Sai che passerà, sai che questo è solo un momento che passerà, poi ti rialzerai e sarai più forte di prima, e forse tante cose meriteranno di essere guardate con occhi diversi, i tuoi. Non avrai più filtri, non sentirai di avere bisogno dell’opinione altrui o forse la ricercherai in cerca di conferme.

Devi essere guerriera, ma sotto l’armatura sei femmina. Sai essere femmina, sai anche essere coraggiosa, sai guardare la realtà e darle un nome, non mollare, tenere alte le difese, prendere in mano le situazioni e non avere paura. Forse l’hai sempre fatto ma non ne eri consapevole. Oggi forse qualcosa si muove dentro: la consapevolezza di te, la determinazione, la combattività, guardare avanti, guardare oltre soprattutto.

L’oggi è la tua palestra: non ne avevi bisogno, non l’hai chiesta, non l’hai cercata, ma forse “serviva” ad apprezzare tutto il resto anche quello che forse davi per scontato. Tornerai, sarai più forte, non ne avevi bisogno ma come diceva qualcuno, le persone forti affrontano sfide che altri perderebbero, è proprio lì che si misura la loro tempra.

Come stai?

E’ la domanda tipica che mi viene fatta, quasi che dalla mia risposta dipendesse il benessere di tutti, che se anche stessi male non cambierebbe nulla dall’altra parte. Se dico che è stata una lunga giornata, l’obiezione che mi viene fatta è: sei stata male per la chemio? Come se le due cose avessero una correlazione. Se non prendo l’antinausea mi chiedono il perché, perché una loro amica ha gestito male la chemio e prendeva l’antinausea, perdendo diversi kili. Poi le belle notizie come se piovesse: Debra ha una recidiva, ti hanno fatto la PET?

Ecco, non ho bisogno di tutto questo. Tra tutte spunta Lucia che un tumore l’ha avuto davvero, ha fatto la chemio, la radio, subito due operazioni e a vederla non lo diresti mai. Lei che non legge i bugiardini, lei che affronta le sue giornate con forza e determinazione, lei che non si fa spegnere. Ogni tanto fin sopra le righe, ma il dolore sa cos’è. E quando Antonia scrive che un giorno di terapia intensiva è stata l’esperienza più terribile della sua vita, pensi che a 66 anni deve essere davvero fortunata per affermare una cosa del genere. O quando ti dice che in ospedale da lei sono tutti malati veri e quindi spengono le luci alle 20, ti domandi se non si rende conto di non essere in una discoteca.

Essere malati, malati veri è un’esperienza di merda. Devi mettere da parte tutto, dimenticarti di quello che facevi fino a poco tempo prima ed entrare in un nuovo ordine di idee, in cui tutti vogliono starti vicino ma pochi riescono davvero, tutti sono bravi a dare consigli ma non ci sono mai passati, in cui essere empatici viene duramente testato, anche da chi crede di esserlo davvero. Vorresti avere una routine, ma non ci riesci, perché dipende da come stai, da come ti alzi, da come hai dormito, neanche leggere ti fa staccare la spina, forse camminare, distrarti, non pensare o pensare a cose che ti fanno stare bene, ma quando qualcuno vicino a te ci mette il suo allora il muro si alza, un muro bello alto, prendi le distanze e selezioni. Sai perfettamente che ci sono persone che non sono in grado, non ce la fanno ma rispetto a prima non ce la fai nemmeno tu. Tolleri poco, cerchi quei luoghi in cui trovi luce o quelle persone che sai essere sempre una risorsa, selezioni i film, le serie TV, la musica perché non è semplice essere malati, tu non ti ci senti, non sai cedere a questa evidenza e forse è un bene. Essere malati e rifiutare la malattia, un connubio intrigante, fatto di up and down, di pause, di riprese, di malessere ma anche di luce.

E’ proprio questa luce che stai cercando disperatamente e non la trovi. Ne hai davvero bisogno. Qualcosa che ti guidi oltre, che ti porti avanti rispetto a dove sei partita, in questo viaggio che non hai scelto ma che stai facendo tuo, perché che tu lo voglia o no sarà ancora lungo. E’ appena iniziato e già sei caduta nella rete degli altri, ascoltando le loro voci, le loro scemenze, la loro superficialità, senza difenderti, senza mettere dei paletti, senza fermarli. Loro sono sempre gli stessi, tu no, il mondo ti è finito sottosopra, hai perso i riferimenti, adesso ti tocca iniziare da capo e magari accettare persone e situazioni che prima ti sembravano distanti, o forse erano lì e avevano bisogno di essere guardati in modo diverso.

Non ci sei più

14 anni si getta dal nono piano, un gesto volontario, un gesto senza spiegazione, un gesto che svela un mondo sommerso, qualcosa che non si conosce ancora così bene: il cervello, la mente, la depressione questa malattia oscura.

Non ci sei più Carola, essere fragile e indifeso, non hai retto allo scontro con questo mondo, troppo duro per te, troppo arrogante, troppo sfacciato, troppo di troppo. Ti sei persa i primi amori, le prime cotte, la magia dell’adolescenza, ma è inutile raccontarsi bufale, l’adolescenza crea malessere, crea dipendenze, crea aspettative che spesso non sono le nostre, crea tante situazioni dalle quali impieghiamo poi tutta una vita per staccarci, purtroppo questo è un atto di forza. Essere adeguatamente forte per resistere agli urti della vita e tu non ce l’hai fatta. Ti vedo ancora seduta al tuo banco, i capelli biondi, la coda, gli occhiali, sorridente o forse ci prendevi tutti in giro, perché dentro covavi un malessere più grande di te, così grande che ti ha spinto a salire al nono piano e lanciarti nel vuoto per toglierti la vita. Chissà cosa si nasconde dietro quel gesto, chissà quante parole non dette, chissà. Tutti adesso si chiedono perché, ma non ottengono risposte. Forse risposte non ce ne sono. Hai compiuto un atto che smuove le coscienze, che fa pensare, riflettere, valutare diversamente, ponderare, un gesto che non era da te o forse sì, chi lo sa. Di fronte a questo cade tutto, non ci insegni nulla purtroppo, ci mostri solo la tua disperazione in un gesto insensato. Che immensa tristezza.

Il contenitore

Una telefonata mi comunica che domani inizio le terapie, alle 15:30 mi attende la radio ma ho anche appuntamento alle 11 perché il dottore mi prescriva le pastiglie per la chemioterapia. La Vince mi dice: prenditi un anno sabbatico, ma come? di malattia?? Non ci penso proprio!! Mia madre mi scrive: comprami i grissini integrali, mentre arrivi. Mio fratello mi chiede se dormo da lui. La collega mi chiede se ho iniziato. L’altra mi dice: ma te lo dicono al’ultimo? Ma sarà sempre così? E io rispondo che non lo so, che ne faccio un pezzo per volta ma dentro ho la netta sensazione che non sto vivendo la mia vita e che non la vivrei nemmeno se tornassi a scuola, questa non è la mia vita.

Quando dico che questo tumore ha cambiato tante cose e che la mia vita non sarà mai più la stessa, penso proprio a questo, al fatto che non voglio pesi, che non posso portare il peso di qualcosa superiore alle mie forze, non ce la posso fare. Non è più possibile. Mi manca il fiato al solo pensiero. Perché è vero che una volta superata questa merda che mi obbliga a fermarmi, riprenderò la mia vita, la mia routine, sarò di nuovo nel contenitore, ma non posso pensare di vivere come ho vissuto fino ad ora. E’ necessario che qualcosa cambi, che arrivi un po’ di leggerezza, che le situazioni vengano ridimensionate.

Sono mesi che leggo sulle relazioni mediche riferimenti all’ansia, a prestazioni in cui l’ansia la fa da padrona, in cui si percepisce questa dimensione di stress, nonostante tutto e allora, forse, c’è qualcosa che non va. Ringrazio le mie amiche che mi sono state accanto, che hanno riempito il mio tempo e ancora lo faranno, ma sento di avere bisogno di muovermi altrove, di incontrare nuove persone, di fare esperienze, di non stare ferma. Perché allora non è servito a nulla tutto questo. Non mi ha insegnato niente. Non mi ha portato da nessuna parte. Tutti rispondiamo alle leggi del contenitore, tutti siamo schiavi di qualcosa o di qualcuno, tutti, nessuno si salva, neanche lo spirito più libero. Però ci è data la possibilità di sovvertire certe regole, di mandare al diavolo qualcuno, di renderci irreperibili, di mettere da parte il buon senso e seguire il nostro istinto. Siamo persone, esseri umani che ballano sotto la pioggia, che si emozionano per piccole cose, che cercano di essere felici sempre, nonostante tutto.

Piango perché al momento so solo fare questo, piangere di rabbia, di frustrazione, di ingiustizia, perché cazzo doveva capitare proprio a me questa merda. Ma dentro di me qualcosa va in frantumi, qualcosa che si rompe per sempre, qualcosa che non posso fare a meno di ascoltare, qualcosa di mio, di solo mio, di profondo, di vero. Qualcosa che devo ascoltare per il mio bene, per stare bene sempre.

Nessuno si è accorto.

E’ passata una settimana e ancora non mi capacito dell’affetto che mi è stato dimostrato. Sono arrivata a scuola e, oltre ai miei allievi, i miei colleghi mi sono saltati addosso baciandomi e abbracciandomi, qualcuno in lacrime, molti con gli occhi sgranati, la segretaria addirittura che mi diceva che le avevo migliorato l’umore. Tutto bellissimo! Ma le stesse persone a inizio settembre non si sono rese conto che qualcosa non andava, non parlavo. Nessuno si è accorto di niente, forse qualche amica che ha sottolineato quanto fossero strani certi miei comportamenti, non da me, Gabriella che mi consigliava di andare dalla mia terapeuta e io a malincuore accettavo perché significava avere ancora bisogno di una guida, di un aiuto. Ma anche lì, in una settimana ho visto tre dottoresse, una per la prima volta, preoccupata per il fatto che non mi sapessi esprimere, l’altra che mi conosceva così bene da non capacitarsi del mio stato di prostrazione e l’ultima interdetta dalla mia mancanza di parole, tanto da far intervenire Antonia e poi chiamare mio fratello. Nessuno si è accorto che non parlassi più, che avessi serie complicazioni nell’esprimermi. Era da tre settimane che il mio cervello non funzionava da fine agosto quando ero in Francia a quando sono caduta e allora è emerso che effettivamente c’era qualcosa che non andava. Ma nel frattempo nessuno si è accorto di nulla. Nemmeno Lucia con cui ho passato tutta la giornata o Antonia con la quale parlavo al telefono o Miranda e Marina con cui andavo a pranzo. Nessuno ha avuto percezione che qualcosa non funzionasse. Poi sono caduta, sono stata portata in pronto soccorso e in un attimo è diventato tutto chiaro. La chiamavo escrescenza perché non ero consapevole, pensando che una volta che se ne fosse andata poi sarebbe tutto finito. Poi ho iniziato a darle un nome, l’ho chiamata tumore, poi ho iniziato a comporre la frase: ho avuto un tumore, che poi è diventato: ho avuto un tumore al cervello, una massa tumorale di 6 cm che mi schiacciava il cervello impedendomi di parlare, perché era vicino all’area del linguaggio. Ero senza parole, ma ero anche disprassica, alcuni gesti impossibili da svolgere nella sequenza corretta. Nessuno si è accorto, forse sono stata brava a mascherare ma nessuno si è accorto di nulla e mi sono sentita profondamente sola, nel silenzio della mia parola mancata, nei miei pensieri di cui non importava niente a nessuno. Alcune amiche erano assenti, incastrate nelle loro vite, quando lo hanno saputo è stato bello, ma del tutto inatteso, erano in lacrime ma non ero in grado di raggiungerle nel loro mondo sommerso, fatto di pensieri e di emozioni. Ero altrove, in un altrove mio dove la preoccupazione era non avere strascichi, riposare, dormire, passare il tempo in attesa di. Mercoledì inizierò le terapie e mi auguro che vada tutto bene. L’altro giorno sono caduta, avevo il ginocchio insanguinato, il giorno dopo il braccio destro mi faceva male e non riuscivo a muoverlo; ovviamente anche mia madre è riuscita a cadere e a farsi male al polso destro, lo tiene come tenevo io la mano destra quando era bloccata. Ovviamente erano giorni che nessuno si occupava di lei. Le ho chiesto spiegazioni del perché non si fosse accorta di nulla ma non mi ha saputo rispondere, nessuno mi ha saputo rispondere, nessuno ha avuto consapevolezza di quello che mi stava succedendo, forse Chloé, forse Daniela, forse Gabriella ma nessuno si è reso effettivamente conto. Silvia continuava a chiedermi se mi avessero fatto una PET, lei che ha suo padre che da un anno deve morire, per evidenziare eventuali metastasi ma il tumore al cervello non ne sviluppa. Lei che alla notizia del mio nodulo al seno comprava due biglietti, per lei e suo marito, lei che mi parla di terme quando si sa che suo marito le trova troppo dispendiose, lei che pensava volessi stare per gli affari miei, io che rispondevo a monosillabi e lei che non si accorgeva di nulla come tutti del resto. Ho passato tre settimane in mezzo a persone che pensavano attraversassi un periodo difficile, un momento triste, una fase di depressione e non si sono accorte di nulla. Forse ha fatto loro comodo, in fondo non davo fastidio, me la sarei cavata, ne sarei uscita e così è stato, me la sono cavata, ne sono quasi uscita, ma la mia vita non sarà mai più la stessa. Questa è una realtà evidente, non sarò mai più la stessa persona, recupererò molte parole quelle che ancora mi mancano, ma non sarò mai più come prima. Sarà l’asciugamano con i capelli bagnati a ricordarmelo o il burro cacao sulle labbra o lavare gli occhiali con il detersivo dei piatti. Saranno le visite di controllo, il calvario dei cinque anni, il tempo sospeso ad attendere. Intorno a me si muovono persone, amiche che si preoccupano, famiglie che vogliono farmi sentire la loro vicinanza, ed è tutto bellissimo ma la verità è che se non fossi caduta, se la gamba non avesse ceduto non avrebbero chiamato l’autoambulanza, non sarei stata presa in tempo. I chirurghi non avrebbero potuto intervenire asportando tutto. Il mio corpo mi ha salvata, non la mia testa.

Domenica

E’ la prima domenica che passo da sola dopo molto tempo. E’ una domenica come altre, ma forse un po’ diversa dalle altre. Una domenica in cui la vita scorre e io la guardo perché non ho il coraggio di afferrarla. Mi manca la spinta, le energie, come se fossi ancorata al passato e non riuscissi a sganciarmi. Come se aspettassi di vivere e mi lasciassi vivere. Come se mi aspettassi di fare grandi cose ma riuscissi solo a fare le solite cose. Come se fossi malata da sempre, perché anche prima le mie domeniche erano così, malate. Forse non c’è qualcosa che non va ora, c’è qualcosa che non va da sempre o almeno da che mi ricordo. Tutto parte da molto prima che stessi male, che mi ammalassi; soprattutto tutto parte da me e dal mio atteggiamento, come se questa lezione non la volessi proprio imparare, come se dovessi qualcosa a qualcuno. Come se non riuscissi a concepire di dovermi fermare e di guardare in un’altra direzione, come se non fossi in grado di vivere. L’unica cosa a cui riesco a pensare è il lavoro, mentre dentro di me ci sono mille emozioni che vivo e che vorrei ancora vivere, perché in fondo ne ho voglia. Mi piacerebbe incontrare qualcuno, vorrei sentirmi al centro della mia esistenza, vorrei realizzare dei desideri ma mi accorgo che non ne ho più, li ho schiacciati sotto una serie di malumori, di aspettative, di tradimenti e non ho saputo cogliere il meglio di quello che mi stava capitando. Non so se ho sufficienti forze per superare le terapie che mi aspettano, perché non so come sono, non ne ho idea, lo scoprirò tra dieci giorni ma è certo che dopo non posso più pensare di vivere come ho fatto fino ad ora, anche tornassi al mio lavoro, non potrà mai più essere come prima. A 48 anni non ci si può arrendere alla vita, non si può lasciar correre la domenica in attesa del lunedì, è sbagliato. Il sabato e la domenica sono i giorni in cui si vive, dal lunedì al venerdì si sopravvive. Il lavoro non può essere il centro della mia esistenza. Quando ha cominciato ad essere così? Quando è mancato mio padre, credo. Quando mia madre è diventata un peso quasi insostenibile, non perché sia anziana, perché si lamenta, perché é triste, perché è pretenziosa, perché è una scassapalle. Tutti ci siamo conformati a lei e ne siamo succubi. Vorrei che vivesse ancora a lungo, e sicuramente ce la farà ma questa vita è anche la mia e devo osare viverla altrimenti rischio di morire senza averla davvero vissuta. Devo saper cogliere le occasioni, buttarmi senza farmi del male; ma in fondo ho appena superato un tumore al cervello e mi attendono una radio e una chemio, la combo perfetta, che cosa mi può ancora spaventare?? Ho subito un’operazione al cervello, mi hanno asportato una massa tumorale di 6 cm, che cosa può succedere di così terribile??? Ho smesso di parlare, non sapevo nemmeno come si metteva un asciugamano in testa o il burro cacao sulle labbra, che cosa può accadere di più terribile ancora?? Rientrerò al lavoro, perché succederà, non so ancora quando e come, ma non può più essere come prima, non può e non deve. Non posso permettere che sia come sempre.

La memoria

Poco per volta la memoria si sblocca. Lentamente.

Non ricordavo come mettermi l’asciugamano in testa dopo aver lavato i capelli, ho passato settimane senza ricordarmene e piangevo di fronte a un gesto tanto semplice. Non ricordavo come mettermi il burro cacao sulle labbra e come sciacquare la bocca. Non ricordavo come lavare gli occhiali con il detersivo per i piatti e come asciugarli. Non ricordavo come lavare i piatti. Non era solo una forma di afasia, che già è notevole, c’era pure dell’altro. Mio cugino mi raccontava che continuavo a dire dei nomi propri sbagliati, non ricordavo come mi chiamavo. Il dottore mi chiedeva i giorni della settimana o i mesi dell’anno e poi di dirli al contrario e non lo sapevo fare. Il tumore premeva sul mio cervello impedendomi di fare cose normalissime. Non riuscivo a scrivere dei semplici messaggi, rispondevo a monosillabi, non avevo ricchezza di linguaggio, la mia mente era bloccata.

Non riderò più di quei ragazzini che sono lenti nel fare le cose, non mi prenderò più gioco di loro. Non li guarderò pensando che sono indietro, sono problematici o che altro. Ma è indubbio che il mio cervello ha smesso di funzionare. Volevo ma non potevo.

Sono tornata a casa, nel luogo dove tutto è iniziato. Io che ero padrona della mia vita, ne sono diventata succube. Io che andavo ai cento all’ora mi sono dovuta fermare e accettare di farlo, volente o nolente. Un tumore mi ha dovuto mettere all’angolo, altrimenti cos’altro avrebbe potuto? Che cosa mi avrebbe potuto fermare? Io che non volevo iniziare, non ho iniziato la scuola. Un’estate in cui qualcosa non funzionava ma non sapevo cosa. Incolpavo gli altri, ma la verità è che non era colpa di nessuno, nemmeno mia. Ho perso l’ironia, chissà se la ritroverò, chissà dov’è finita. E in tutto questo nessuno ha capito quello che mi stava succedendo, come poteva, neanche io lo sapevo. Era impossibile, inimmaginabile. Non immaginavo nemmeno esistessero i tumori al cervello, pensavo fosse una leggenda metropolitana, una battuta per far ridere. Adesso lo so.

Sono stanca di essere malata, sono veramente stufa. Ma forse questo è il prezzo da pagare in nome di un cambiamento. Forse una persona va portata fino al punto di rottura con quella che è stata fino a poco tempo prima. Non è una giustificazione ma è vero che se non ti fermi tu, qualcosa ti deve fermare, qualcosa più forte di te, qualcosa che non si ferma ma se lo lasci andare ti cancella. C’è un prezzo da pagare, un prezzo molto alto, ma voglio credere che ci sia una ragione in tutto questo, una ragione profonda, altrimenti non c’è ragione.

Guerriera di Luce

Ho bisogno di luce, della luce più accecante per non soccombere, per non cadere, per non farmi ancora del male. Ho bisogno di tutte le mie energie, di uno sforzo che va oltre me stessa. Dopo giorni sono in grado di affrontare la realtà, la sto guardando bene in faccia.

Come cambiano le cose. Fino all’altro giorno i miei pensieri riguardavano uomini, amici o supposti tali, amicizie in senso più ampio, legami, adesso a malapena ricordo i nomi o le intenzioni. E’ un momento in cui sono ripiegata su me stessa, in cerca di un po’ di luce e di risposte che non arrivano. Attendo, solo questo posso fare e recuperare un po’ di forze per affrontare una nuova fase della mia vita, in cui si affacciano terapie e medicine. Abbandono il mio corpo, lascio che vada, che si trasformi, cerco un pezzo per me, un angolo dove possa darmi un po’ di pace interiore senza cadere più in basso. Ho paura perché se sarà chemio perderò i capelli, sarà per poco ma accadrà. Lo so, è pura vanità, ma è la mia. Così come le mille insidie dietro l’angolo. La chemio in pastiglie che provoca dissenteria, la radio che avrà controindicazioni di altro genere, ogni cura ha il suo e passa tutto dal mio corpo che non mi appartiene più, questo spaventa. Come se il mio corpo si dovesse immolare per la causa, dovesse prendere le misure di se stesso. Tutto questo non è giusto, è profondamente ingiusto, il mio corpo non ha colpe, io non ho colpe. Io pago un prezzo troppo alto, veramente troppo alto. Accetto ma non è detto che sia d’accordo, accetto per quieto vivere, per pura convenienza.

Fino all’altro giorno non avevo idea di cosa mi aspettava, fino al giorno dell’operazione, fino a una settimana dopo. Poi ho preso atto di tante cose, forse di troppe, proprio adesso che inizio a riprendermi, che inizio di nuovo a stare in piedi, che guido, che sono autonoma, che il destino è nelle mie mani. Ho voluto strafare, sono stata ingiusta verso le persone che mi stavano accanto e che davo per scontate ma che non vedevo. E’ stato un modo per farmi prendere atto di chi contava davvero, l’ho capito, adesso basta. E invece no, il gioco continua, ci si diverte ancora, ma io non mi diverto più, voglio scendere da questa giostra infernale, perché l’inferno lo sto vivendo qui, il paradiso non può essere così. Non può fare così male. Se questo era un modo per farmi fermare, per farmi affrontare la realtà, per farmi decidere su me stessa allora va bene ma forse è davvero troppo, un po’ troppo. Non era necessario. O forse sì, forse deve farmi decidere se affrontare strade alternative, percorsi diversi, pensieri mai considerati prima. In fondo una guerriera di luce affronta le tempeste della vita, fa tesoro dei suoi errori, un’inquieta sopravvive alla tempesta e non vive senza. Forse il destino ha scelto una strada molto alternativa per me, diversa, lontana dai soliti circuiti, da quelli più battuti. Forse è il momento di decidere davvero. Forse è il momento di tentare, di buttarsi nella mischia, di non cadere in vittimismi inutili, di accettare quanto non si può cambiare. Forse è questa la parte più difficile: accettare quello che non si può cambiare con grande rassegnazione.