Di COVID e di altri virus

Dopo otto giorni di reclusione vorrei cedere alla tentazione di lamentarmi del destino avverso, ma se devo dirla tutta ho conosciuto periodi decisamente più bui e condizioni di salute ben più gravi, seguiti da depressioni molto più acute e durature. Diciamo che da sempre agosto non rappresenta uno dei miei mesi preferiti, specie nella sua prima parte, mentre riesco ad affrontarlo meglio quando volge al termine e cede il posto a un settembre lavorativo, è vero, ma anche di inizi, di ripresa, di progetti.

In queste giornate un po’ tutte uguali le considerazioni sono state molte, la prima e più importante è che non mi sono sentita sola, se non nella misura che l’isolamento impone. Ho ricevuto messaggi inaspettati e incoraggiamenti. Ho scoperto il valore del cibo consegnato a casa, io che di solito esco a procurarmelo, ho apprezzato l’idea di ordinare e ricevere, spaziando un po’ oltre la spesa consegnata da mio fratello che prevede l’alimentazione base. Ma soprattutto ho rallentato la mia ansia di vita, io che mi aspetto sempre di essere all’altezza, di non venire scalfita, di mostrarmi forte e decisa. Io che vengo ripresa per non mostrare mai le mie fragilità ma che poi è come se dovessi sempre fare, reagire, prendere in mano le situazioni, pure non mie, e risolverle. Perché purtroppo accade di cadere non nella propria comfort zone, ma in quella altrui. Credo che sia questo il vero e proprio virus nel quale sono caduta e per il quale non basta un tampone negativo.

Mi sono sentita dare della persona arida, perché non piango in continuazione per quelle che a mio avviso sono stupidaggini. Sono stata invitata a organizzare vacanze o uscite, quando in realtà il bisogno non era certamente mio. Ho avuto la netta sensazione di tranquillizzare chi mi vede, ma non mi è vicino, di essere quello che si aspettavano da me.

Ecco, se fosse possibile, vorrei dire che le persone agiscono in base a necessità. Ci sono tempi di vita che impongono durezza e controllo, altri in cui è bene non pensare, ma piuttosto lasciare andare, prendere la vita come viene, ed evitare soprattutto. Evitare l’incontro e il possibile scontro, evitare di dover essere, di dover fare, di chiedere troppo a se stessi. Evitare di parlare di chi non merita soprattutto, perché non è necessario sempre mettere tutto sotto osservazione e specularci sopra, a volte è bene soprassedere. Ma tutto questo non dipende dalla forza o dal menefreghismo, dipende solo dal bisogno di vivere, di respirare, di trovare una ricetta per non rendere l’esistenza troppo pesante e a volte indigesta.

Alla solita collega intossicante che parte con le sue speculazioni, il mio monito è quello di vivere, e soprattutto di non rompere i cosiddetti.

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