Ed eccoci qui, in una domenica che cede il posto al lunedì. Una domenica in cui non ho combinato nulla, che ho atteso con trepidazione per non realizzare niente, il mio agognato premio settimanale. Così è stato, soprattutto non ho pianto, non ho rimpianto e ho evitato di cadere nel solito rischio dell’autocommiserazione. Ho ripercorso invece una settimana fitta di impegni e di incontri, il primo dei quali la cena con gli ex compagni di classe. Quasi 50enni che sono rimasti tali e quali, sempre riconoscibili, ma che non disdegnano cambiamenti di genere, di nome e di orientamento sessuale. Vecchie conoscenze che mostrano ancora oggi le proprie fragilità, quel mood che gli era proprio già allora, arricchendo la cena di aneddoti pseudo-sessuali, di foto da novelli instagrammer e di domande che si ripetono con cadenza regolare: ma che fine avrà fatto Tizia? E Caia? Con tanto di controllo su social per venire a capo della situazione attuale di chiunque e qualunque. Una serata arricchita da un semi nubifragio che ha flagellato Torino e dintorni, in quella che è ormai una vera stagione monsonica.
La settimana è proceduta con la cena tra colleghi, in occasione della festa della scuola. A premettere che ormai da diverso tempo il tema lavoro-relazioni-essere umani crea in me un certo malessere, che fino a pochi anni fa vivevo invece con estremo trasporto e allegria, considerando i miei colleghi persone splendide, per poi scoprire che in fondo nessuno lo è davvero. Quando si parla quindi di sedersi tutti intorno a un tavolo per ritrovarsi in amicizia, sento crescere dentro di me muri alti tre metri, porte corazzate e lucchetti a doppia mandata. Felice quindi per aver evitato l’invito del collega all’aperitivo per il suo compleanno, giunto il giorno prima mentre mi incontrava nel corridoio e camminando mi superava, tanto da farmi intendere che lo faceva più per educazione che per piacere, per poi ribadirlo con un messaggio in tarda serata, quando forse aveva già fatto la prenotazione con le persone certe, ho dovuto cedere di fronte al quasi obbligo di dovere essere presente alla serata di fine anno, che già avevo evitato l’anno precedente. Tutto è andato bene finché si è trattato di chiacchierare con studenti miei e non. Tutto è poi continuato tutto sommato bene, quando abbiamo condiviso la distribuzione di bibite e panini ai ragazzi. Ma quando il preside, con grande gentilezza, mi ha invitato a salire al piano superiore per mangiare, avrei davvero voluto evitare.
Amo quello che insegno e mi piace passare il mio tempo in classe. Mi piacciono gli adolescenti, anche se mi fanno sbroccare e mi indispongono. Negli anni credo mi abbiano davvero salvato la vita, specie quando i miei fine settimana erano scanditi dagli avanti e indietro tra casa mia e dei miei, mentre mia madre faceva la chemio, non stava bene, poi la ricoveravano e la intubavano per embolia polmonare, poi la dimettevano, poi la operavano e lei che non aiutava in niente con il suo lasciarsi andare e non reagire. Ancora oggi mi chiedo come ho superato quel periodo, ma credo che la risposta più semplice era che quando entravo in classe, staccavo la spina dai miei problemi. Le voci, le chiacchiere, l’obbligo di dovere rimanere lì presente, mi imponevano di non mollare, di esserci, di non lasciarmi andare. Anche quando in pandemia mio padre è mancato, i messaggi dei ragazzi mi hanno fatto sentire quanto fossero vicini. Se da una parte quindi quello che succede tra me e i miei allievi rappresenta una risorsa che non ha mai smesso di autoalimentarsi, il rapporto con i colleghi è diventato per me il veleno quotidiano, che per un lungo periodo mi ha isolato e mi ha alienato. Nemmeno cambiare scuola, differenziare, vedere facce nuove mi ha sollevato da quel senso di malessere che continuo a provare. Forse è un trauma, forse è diventata una scelta di vita, certamente sono io che ci metto del mio, ma sedermi e iniziare a parlare con qualcuno verso il quale non nutro particolare simpatia, è davvero uno sforzo immane, tanto più se rafforzato dal fatto che neanche lui mi apprezza, e ancora sottolineato dal fatto che non abbiamo nulla in comune se non lo stesso posto di lavoro. Ma a questa mia reticenza, in parte alleviata dal collega con il quale invece nutro un buon rapporto insieme a quello che condividiamo per vino, birra e affini, si è aggiunto il mio stupore. Mentre seduti al tavolo mangiavamo ciò che restava di un (credo) ricco buffet, spolverato dai genitori presenti, la collega trentenne separata adocchiava papà appetibili e pure fratelli maggiori, incalzata dall’altra collega che, pur avendo marito, non disdegnava commenti e apprezzamenti. Ora, va tutto bene. Il genere umano deve procreare, gli esseri umani hanno bisogno di relazioni maschio e femmina, fa tutto parte della natura umana, ma il genere prof non può incontrare la specie genitore in ambiti diversi dai colloqui, dai consigli di classe o dalle riunioni ufficiali. Per quanto il padre della suddetta allieva possa essere un gran pezzo di gnocco, resta sempre un padre, un genitore, una categoria a parte, una specie inaccessibile. Anche nel caso in cui ti ritrovi in classe il figlio della collega, lei smette di esserlo per assumere le sembianze di una madre, di un genitore che in fondo in fondo anche di fronte all’errore, tende a giustificare, a capire, a perdonare, mentre l’insegnante imperturbabile analizza, indaga, cerca di comprendere e non giustifica.
Ancora oggi, passati due giorni, ci ripenso e mi dico che sono severa, che sono stronza, che sono veramente una pessima persona. Mi ripeto che non è il mio compito giudicare il comportamento altrui. Nessuno è perfetto e in fondo non c’è niente di male a puntare, a guardare, a rendersi disponibile, ma tutto questo non mi appartiene, non perché non commetta errori, ma semplicemente perché quando li faccio, forse non amo sbandierarli ai quattro venti, quando esprimo apprezzamenti li comunico al diretto interessato con il rischio di prendermi la porta in faccia, quando la vita smette di sorridermi, stringo i denti e abbasso la testa. Scelgo di passare per stronza, asociale, antipatica piuttosto che cadere in pettegolezzi. E se proprio cedo di fronte a qualcuno, cerco di farlo senza esporlo come trofeo di caccia. E quando arriva l’ennesima iniziativa per il pranzo e la cena dell’ultimo giorno di scuola, sono felice di poter dire che non ci sarò perché quel giorno compie gli anni mio fratello. Detto questo, attendo con ansia che il mio obbligo a socializzare scemi poco per volta con la fine della scuola, con gli esami che stempereranno il tutto e le vacanze che ci allontaneranno per un po’, perché va bene così. Rispetto, educazione ma poi ognuno per i fatti suoi.