Tutto inizia dalla fine

Tutto inizia dalla fine, da quel pensiero che ti attraversa la mente alle sei e mezza del mattino, non perché sia l’inizio di una nuova giornata, ma perché é quello che hai dentro da tanto e solo in quel preciso istante trova la sua espressione. Proprio quando lasci andare le energie, la tensione trattenuta, il peso di quanto sopportato, allora si inizia a ragionare, a vedere, a cogliere quella sfumatura che non avevi considerato. Invii quel messaggio perché ti sei ripromessa che d’ora in avanti non farai più silenzio. Ti rivolgi a quella persona che hai salutato mesi fa con un vaffanculo sonoro e riesci a usare toni più cordiali, più pacati ma non meno duri. Gli dici quello che pensi, perché hai promesso a te stessa di farlo, di non farti più del male, di non trattenere e soffocare. Lo hai capito solo alla fine, con l’intenzione di metterlo in pratica fin dall’inizio di una nuova conoscenza. In silenzio sono maturate sensazioni, pensieri, frustrazioni, ma non ti sei persa d’animo. Hai capito che non puoi piacere a tutti come non tutti piacciono a te. Hai fatto tesoro dei tuoi sforzi per non ferire per fare poi del male a te stessa, senza ottenere nulla. Hai cercato di capire, di afferrare quelle parole che non venivano espresse, dimenticando quelle che avresti voluto dire tu. In quel costante desiderio di voler far funzionare tutto, è andato tutto a rotoli.

Si tirano le somme solo alla fine, dopo un percorso che ci ha tramortiti e schiacciati, perché quando bisogna imparare qualcosa è necessario farsi male. Ma quando il dolore poco a poco passa, allora forse è bene riprendersi cura di se stessi, ascoltarsi, non soccombere, perché alla fine di tutto quello che è stato inizia una nuova fase, un nuovo inizio, dove le immagini si sovrappongono, ma dove un nuovo cammino inizia già a prendere forma.

Probabilmente già da tempo ho iniziato una strada nuova, che si confonde con le altre, il cui cammino non è ancora delineato ma che si stende di fronte a me, in attesa che sia pronta a vederla davvero. Non la riconosco perché è nuova, mai sperimentata prima, lontana da quella da poco terminata, soprattutto dalle abitudini malsane di rincorrere chi non vuole essere preso, chi volta le spalle, chi trova qualcosa di meglio da fare o qualcuno di meglio da conoscere. E’ un giorno strano, si volta pagina, si cambia marcia, si dice addio a quella parte di noi che ha cambiato pelle per rigenerarsi e ricominciare.

Le persone che diventiamo

Ho da sempre l’abitudine di appendere al frigo magneti e foto. Di solito si tratta di immagini che rappresentano esperienze appena trascorse, un sorta di patchwork di scatti appartenenti all’ultimo anno, in cui rivivono situazioni e momenti positivi.

Dopo la perdita di mio padre, nella fase nostalgica che mi ha colpito, ho scelto di riprendere vecchie foto che lo ritraevano, che ci riprendevano, lui sorridente, sereno, io bimba. Per mesi ho riguardato a lungo quelle foto.

Poi la vita ha ripreso il suo lento scorrere, i suoi ritmi, la quotidianità, banale e monotona. Dopo la pausa pandemia, ha ripreso anche toni più accesi, si è colorata di nuovo di uscite, di impegni, di amicizie e di relazioni. Sul frigo sono comparse altre foto, hanno soppiantato la bambina che ero per pormi davanti la donna che sono diventata. Sul quel viso sono comparse espressioni nuove, sorrisi disincantati, ma anche la voglia di guardare avanti, di riprendere degli spazi lasciati vuoti, di immortalare nipoti ormai adolescenti o quasi, e una me che non sarà mai più quella di prima, ma che mantiene intatta una parte di sé.

Forse per la prima volta mi sono davvero riconosciuta, imperfetta, con qualche (molti) chilo in più, i capelli lunghi, biondi, in pose nuove, rubate, o scelte apposta. Mi guardo e so chi sono, per quanto le cose non vadano bene, la vita sia sempre un po’ ingiusta e tortuosa, niente sia mai al suo posto. Quella donna che mi guarda mentre apro il frigo la mattina, sono davvero io. Quella persona che mi sorride o lo accenna è la vera me, non più la bambina, la figlia, o ciò che non sono riuscita ad essere per compiacere qualcuno, ma la me che mi accompagna tutti i giorni, in mezzo alle contrarietà e ai difetti, che spesso e volentieri non imbrocca la porta e che non fa mai la scelta giusta. Quella persona che mi sorride mi guarda fiduciosa, sa quanto è stata dura rinunciare a una vita che avrebbe voluto diversa, ma benevola, mi dice anche che forse va bene così, che non si può avere tutto e che forse si possono raccogliere altre esperienze, apprendere altri stili di vita, o semplicemente lasciarsi vivere per quello che si è.

Quando tutto tace…

Quando tutto tace, quando il mattino è il momento per dormire e per staccare la testa, per riposare corpo e mente, per non correre, per trovare un po’ di pace.

Sono trascorsi dieci mesi. In agosto mio fratello mi comunicava di volersi separare e noi che immaginavamo che tutto avrebbe preso una piega ben diversa, fin quando non sono spuntate lettere di avvocati, udienze in tribunale e rogne con la sua convivente per l’affido dei figli. Avrebbe potuto essere un problema suo, ma è diventato un problema familiare, un problema di proprietà, di casa, di soldi, che ha tirato in mezzo pure noi. E’ diventato un carico emotivo vederlo depresso, stargli accanto, ascoltarlo, consigliarlo, non permettergli di perdersi d’animo. L’anno è trascorso così, in tensione, in attesa, sospesi su un filo del non detto, mentre mia madre mi tormentava con messaggi a ogni ora del giorno, dimostrando di non saper gestire tensioni e problemi, di essere ancora una volta incentrata su se stessa e sul suo malessere, senza riconoscere quello altrui.

A settembre avrei voluto scappare, avrei voluto far perdere traccia di me. Quasi avessi saputo come sarebbero andate le cose. Ho trovato ingiusto essere sovraccaricata ancora una volta di problemi, di situazioni malsane, di tensioni che non mi hanno fatto vivere bene, che hanno inquinato l’aria che respiravo e tolto la spinta per reagire.

A ottobre ci si è messo pure lui. L’uomo a cui tenevo tantissimo, che mi era accanto da più di 10 anni, che amavo senza saperlo, che cercavo e mi cercava, che ha deciso di cambiare strada, di prendere le distanze, di mettermi da parte senza spiegazioni, senza chiarimenti, come se non fosse mai successo nulla tra di noi. Era cominciata per lui una nuova fase della quale non facevo parte. Ho provato la tristezza. Le ore notturne a piangere, a cercare di capire che cosa fosse successo, cercando di farmene una ragione.

I mesi sono trascorsi più o meno simili uno all’altro. Novembre come dicembre, uguale a gennaio e a febbraio. Anche la primavera ha avuto un gusto insipido, quasi impercettibile. Ho salutato la mia vecchia auto, inaugurato quella nuova con una multa salata a Firenze. Sono andata avanti stancamente e ho smesso di voler far perdere le mie tracce, di pianificare l’apertura di un chiringuito in terra spagnola, un viaggio in Egitto prendendo permessi e mettendo nei guai colleghi. Mi sono riabituata alla mia vita, portandomi dietro la mancanza di una persona che non mi cerca più, non mi chiama, mi saluta da distante quando mi vede, manco fossimo due estranei, sottolineando che non si vergogna di me. La vita va avanti. Ne ho seguito stancamente il flusso, le onde, e non da ultimo l’ennesima pioggia torrenziale che l’altra notte ha invaso anche casa, con colate di acqua dal tetto. Ho deciso di lasciare andare, di non opporre resistenza, di farmi prendere da quello che succede, rispettando i miei tempi ma soprattutto parlando quando è il momento. Ho capito di aver sbagliato quando ho smesso di dire quello che pensavo per evitare il conflitto.

In questi dieci mesi ho cercato di avere cura di me, perché il carico emotivo si è fatto sentire con dolori articolari, intestino bloccato, bruxismo notturno, malessere, intolleranza. Ho fatto massaggi regolarmente per risanarmi, ho ballato, ho fatto pilates, ho fatto esercizi a casa, ho camminato. Là dove lo spirito cedeva, ho cercato di risanarlo con il corpo, dedicandogli il riposo dovuto, cadendo anche in una forma di apatia, ma preservandolo.

Come mi hanno fatto notare, a giugno dico sempre che l’anno è stato duro. Sono anni ormai che le cose vanno così, ma quello che più mi spaventa è la mia capacità di sopportazione. Io che non piango quando nel cuore della notte vengo svegliata dall’acqua che mi cola in casa, ma che mi metto a raccoglierla e ad asciugare il pavimento mentre le gocce mi cadono in testa. Io che dormo poche ore e poi corro al lavoro, come se non fosse successo nulla, e nel frattempo ribatto pure quando mi vengono fatte alcune osservazioni. Io che ormai vivo come una guerriera, sempre pronta a difendersi, in allerta, certa che non andrà mai bene, che ne succederà sempre una, che non andrà mai come desiderato. Mentre qualcuno si allontana da me, ringrazio chi mi sta accanto, chi non mi molla, chi mi ascolta, chi mi cerca, chi mi vuole. Un po’ come quelle piante che hanno bisogno che certi rami secchi vengano recisi, per permettere ad altri di rifiorire.

Domenica

Ed eccoci qui, in una domenica che cede il posto al lunedì. Una domenica in cui non ho combinato nulla, che ho atteso con trepidazione per non realizzare niente, il mio agognato premio settimanale. Così è stato, soprattutto non ho pianto, non ho rimpianto e ho evitato di cadere nel solito rischio dell’autocommiserazione. Ho ripercorso invece una settimana fitta di impegni e di incontri, il primo dei quali la cena con gli ex compagni di classe. Quasi 50enni che sono rimasti tali e quali, sempre riconoscibili, ma che non disdegnano cambiamenti di genere, di nome e di orientamento sessuale. Vecchie conoscenze che mostrano ancora oggi le proprie fragilità, quel mood che gli era proprio già allora, arricchendo la cena di aneddoti pseudo-sessuali, di foto da novelli instagrammer e di domande che si ripetono con cadenza regolare: ma che fine avrà fatto Tizia? E Caia? Con tanto di controllo su social per venire a capo della situazione attuale di chiunque e qualunque. Una serata arricchita da un semi nubifragio che ha flagellato Torino e dintorni, in quella che è ormai una vera stagione monsonica.

La settimana è proceduta con la cena tra colleghi, in occasione della festa della scuola. A premettere che ormai da diverso tempo il tema lavoro-relazioni-essere umani crea in me un certo malessere, che fino a pochi anni fa vivevo invece con estremo trasporto e allegria, considerando i miei colleghi persone splendide, per poi scoprire che in fondo nessuno lo è davvero. Quando si parla quindi di sedersi tutti intorno a un tavolo per ritrovarsi in amicizia, sento crescere dentro di me muri alti tre metri, porte corazzate e lucchetti a doppia mandata. Felice quindi per aver evitato l’invito del collega all’aperitivo per il suo compleanno, giunto il giorno prima mentre mi incontrava nel corridoio e camminando mi superava, tanto da farmi intendere che lo faceva più per educazione che per piacere, per poi ribadirlo con un messaggio in tarda serata, quando forse aveva già fatto la prenotazione con le persone certe, ho dovuto cedere di fronte al quasi obbligo di dovere essere presente alla serata di fine anno, che già avevo evitato l’anno precedente. Tutto è andato bene finché si è trattato di chiacchierare con studenti miei e non. Tutto è poi continuato tutto sommato bene, quando abbiamo condiviso la distribuzione di bibite e panini ai ragazzi. Ma quando il preside, con grande gentilezza, mi ha invitato a salire al piano superiore per mangiare, avrei davvero voluto evitare.

Amo quello che insegno e mi piace passare il mio tempo in classe. Mi piacciono gli adolescenti, anche se mi fanno sbroccare e mi indispongono. Negli anni credo mi abbiano davvero salvato la vita, specie quando i miei fine settimana erano scanditi dagli avanti e indietro tra casa mia e dei miei, mentre mia madre faceva la chemio, non stava bene, poi la ricoveravano e la intubavano per embolia polmonare, poi la dimettevano, poi la operavano e lei che non aiutava in niente con il suo lasciarsi andare e non reagire. Ancora oggi mi chiedo come ho superato quel periodo, ma credo che la risposta più semplice era che quando entravo in classe, staccavo la spina dai miei problemi. Le voci, le chiacchiere, l’obbligo di dovere rimanere lì presente, mi imponevano di non mollare, di esserci, di non lasciarmi andare. Anche quando in pandemia mio padre è mancato, i messaggi dei ragazzi mi hanno fatto sentire quanto fossero vicini. Se da una parte quindi quello che succede tra me e i miei allievi rappresenta una risorsa che non ha mai smesso di autoalimentarsi, il rapporto con i colleghi è diventato per me il veleno quotidiano, che per un lungo periodo mi ha isolato e mi ha alienato. Nemmeno cambiare scuola, differenziare, vedere facce nuove mi ha sollevato da quel senso di malessere che continuo a provare. Forse è un trauma, forse è diventata una scelta di vita, certamente sono io che ci metto del mio, ma sedermi e iniziare a parlare con qualcuno verso il quale non nutro particolare simpatia, è davvero uno sforzo immane, tanto più se rafforzato dal fatto che neanche lui mi apprezza, e ancora sottolineato dal fatto che non abbiamo nulla in comune se non lo stesso posto di lavoro. Ma a questa mia reticenza, in parte alleviata dal collega con il quale invece nutro un buon rapporto insieme a quello che condividiamo per vino, birra e affini, si è aggiunto il mio stupore. Mentre seduti al tavolo mangiavamo ciò che restava di un (credo) ricco buffet, spolverato dai genitori presenti, la collega trentenne separata adocchiava papà appetibili e pure fratelli maggiori, incalzata dall’altra collega che, pur avendo marito, non disdegnava commenti e apprezzamenti. Ora, va tutto bene. Il genere umano deve procreare, gli esseri umani hanno bisogno di relazioni maschio e femmina, fa tutto parte della natura umana, ma il genere prof non può incontrare la specie genitore in ambiti diversi dai colloqui, dai consigli di classe o dalle riunioni ufficiali. Per quanto il padre della suddetta allieva possa essere un gran pezzo di gnocco, resta sempre un padre, un genitore, una categoria a parte, una specie inaccessibile. Anche nel caso in cui ti ritrovi in classe il figlio della collega, lei smette di esserlo per assumere le sembianze di una madre, di un genitore che in fondo in fondo anche di fronte all’errore, tende a giustificare, a capire, a perdonare, mentre l’insegnante imperturbabile analizza, indaga, cerca di comprendere e non giustifica.

Ancora oggi, passati due giorni, ci ripenso e mi dico che sono severa, che sono stronza, che sono veramente una pessima persona. Mi ripeto che non è il mio compito giudicare il comportamento altrui. Nessuno è perfetto e in fondo non c’è niente di male a puntare, a guardare, a rendersi disponibile, ma tutto questo non mi appartiene, non perché non commetta errori, ma semplicemente perché quando li faccio, forse non amo sbandierarli ai quattro venti, quando esprimo apprezzamenti li comunico al diretto interessato con il rischio di prendermi la porta in faccia, quando la vita smette di sorridermi, stringo i denti e abbasso la testa. Scelgo di passare per stronza, asociale, antipatica piuttosto che cadere in pettegolezzi. E se proprio cedo di fronte a qualcuno, cerco di farlo senza esporlo come trofeo di caccia. E quando arriva l’ennesima iniziativa per il pranzo e la cena dell’ultimo giorno di scuola, sono felice di poter dire che non ci sarò perché quel giorno compie gli anni mio fratello. Detto questo, attendo con ansia che il mio obbligo a socializzare scemi poco per volta con la fine della scuola, con gli esami che stempereranno il tutto e le vacanze che ci allontaneranno per un po’, perché va bene così. Rispetto, educazione ma poi ognuno per i fatti suoi.

La giusta postura

Che dire? E’ giovedì e tutto va bene! Una giornata che scivola via senza troppi intoppi, senza troppa fatica mentre dentro elaboro. Perché in fondo sono fatta così, il mio silenzio vale molto più di mille parole, quelle che spendo per descrivere il mio fine settimana a Firenze e l’incontro con l’arte contemporanea, oppure quelle che uso per raccontare del collega cafone che mi ha contattato, e non da ultimo per riportare l’ennesima stroncatura ricevuta in sede di prove danzerecce. Perché ormai sono un paio d’anni che dedico tempo, energie e soprattutto denaro all’arte della danza orientale, senza percepire enormi cambiamenti, il che mi fa pensare che probabilmente il piacere non è ricompensato da eguale risultato. Ma ci si mette anche la maestra che si perde in complimenti per le tre compagne presenti, mentre riserva a me che sono la quarta l’ennesima osservazione sulla postura scorretta, sul piede piatto e sull’arco dello stesso poco alto. Insomma, mentre sei lì in attesa di un velato complimento per il tuo impegno, ecco che la porta ti viene sbattuta nuovamente in faccia. Ma non è certamente il fatto di non poter diventare una provetta danzatrice che mi crea stati d’ansia, quanto quella eterna stanchezza nel fare e disfare senza mai ricevere un riconoscimento. A volte basterebbe un: brava, ti stai impegnando, che da insegnante riserbo sempre ai miei allievi per sostenerli, quando vedo che ce la mettono tutta. Ma più in generale, alla soglia dei miei prossimi 46 anni, sono stanca di investire troppo in ciò che mi da così poco.

Questo è stato un anno che mi ha insegnato quanto tante attenzioni dedicate a una persona mi abbiano guidato in una strada cieca, in cui ricercavo il riconoscimento senza ricevere nulla. Un anno in cui ho dedicato energie e pensieri a chi non se n’è fatto nulla e per tutta risposta mi ha comunicato che rappresentavo un qualsiasi nessuno. Ma più ancora in generale ripenso alla fatica fatta per ottenere risultati, per sentirmi all’altezza della richiesta, per rispondere alle esigenze altrui, senza avere neanche la soddisfazione di ricevere qualcosa in cambio. Allora mi dico che non ne vale la pena. No, davvero no.

Tanto per la cronaca la sottoscritta pensa di avere un buon rapporto con la musica e il senso del tempo, e non si sente nemmeno troppo negata per il ballo in generale, quindi al di là della stroncatura, non penso lascerò perdere ma forse smetterò di dedicarci troppo tempo, di perdermi in lezioncine serali nelle quali non mi sento riconosciuta. Perché al di là di passi e posture, l’essere umano che sono chiede di essere visto e considerato, chiede che venga spesa qualche parola buona e qualche incoraggiamento. Altrimenti si rischia di cadere nel tranello del bastare a se stessi. E così non è. Perché quando per tutta risposta si riceve una porta sbattuta in faccia, maldicenze e cattiverie alle spalle, o anche solo il silenzio di un riconoscimento, fa male. Così come duole sentire la mancanza di qualcuno che ti ha fatto percepire che sta benissimo anche senza di te, mentre è difficile capacitarsene, quando fino all’altro giorno si presentava alla tua porta per vederti. E’ difficile accettare non di non essere bravo in qualcosa, ma che sia data per scontata la tua presenza, così scontata che viene anche richiesto uno sforzo in più da parte tua per comprendere le motivazioni dell’altro. E’ stancante dare senza mai ricevere. E’ doloroso non vedersi riconosciuti, quando ormai è il bagaglio che ti porti dietro costantemente e vuoi solo scaricartelo di dosso… e forse quando il collega ti invita ad essere cattiva, non ha tutti i torti, perché magari ha capito che non sai fare male, ma che ti carichi di troppa scontentezza, che non si può sempre essere buoni ma che ogni tanto fare male aiuta a non subirlo continuamente, con la scusa che sai comprendere, sai ascoltare, sai esserci.

La giusta postura è allora non perseguire strade che non portano a nulla. Il passo giusto è fare senza chiedere troppo a se stessi, perché è da lì che nasce quella eterna stanchezza. Muoversi nella direzione di ciò che dà piacere, ma quando esso scompare, fermarsi e darsi il tempo di non andare oltre. Incedere verso il proprio talento, non verso il costante riconoscimento dell’errore, dell’incapacità, del fallimento emotivo. Muoversi nell’incontro di ciò che si vale, non nella costante sconfitta personale.

La porta chiusa

Le nostre strade si separano, si allontanano, così come è già avvenuto in passato. E la sensazione è la stessa: che non sarà ancora un addio, che ci sarà ancora un ritorno, un bisogno di riprendersi. Non ho nulla per dimostrare questo, se non la sensazione netta che andrà così, che ci riaffacceremo sulle nostre rispettive vite, tenendoci ancora per mano senza saperlo. Lo scrivo nero su bianco, perché così è il mio sentire, nessuna sbavatura di grigio, nessuna mezza misura, niente che mi conceda spazio per non essere quello che sono, consapevole che se lo avessi accettato, da tempo ormai avrei rinunciato davvero a vivere.

Per questo forse è difficile mettere il cuore a tacere, distogliere lo sguardo, non pensarci, non valutare tutto quello che è stato. Difficile pensare che qualcosa possa essere sostituito o, voltandosi, cancellare tutto.

Con il tempo farà meno male, ma non sarà mai una cicatrice, sarà quella porta sbattuta in faccia che occorrerà avere il coraggio di riaprire e che non rimarrà chiusa troppo a lungo. Questo è il mio sentire e in questo difficilmente sbaglio.

Natale, Pasqua e affini.

Quando si parla di festività, l’unica soluzione è giocare in ritirata, ignorarle, far finta che non esistano, glissarci sopra come se scivolassero via, senza disturbarci. Sto imparando. Un giorno come un altro, niente feste, niente assembramenti, niente di niente, perché non fa per me. Così come ho rincorso per tanto tempo il desiderio di una famigliola felice, di un marito presente e dei nostri figli, imparando poi ad accantonare pezzo per pezzo l’illusione che mi ero creata nella testa, faccio altrettanto con lo sforzo di essere felice quando la ruota non gira in alcuna maniera in quel verso. Assaporo forse il piacere di liberarmi di certi legami immaginari che mi ero creata nella testa, di certe schiavitù familiari: Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi! Ma io non voglio nessuno, ho bisogno di staccare la testa per un attimo, di fare cose inutili, di non avere orari, di spalmarmi in posizione semiorizzontale e guardare fiction che normalmente non degnerei. Ho bisogno di tempo, un tempo mio, scandito da ritmi miei, dove non necessariamente devo andare veloce, dove riprendo il tempo per dormire, per rallentare, per mangiare quando ho fame, per assecondare la persona che sono.

Natale o Pasqua, o qualsiasi festa comandata è tutti i giorni. Inizia alle 7:40 quando mia madre mi invia il primo whatsapp della giornata per aggiornarmi sulla doccia della compagna di mio fratello, che la disturba mentre ancora sta dormendo. Continua con aggiornamenti giornalieri a seconda delle visite dei nipoti o su fatti salienti, quali: non l’ho vista, non è tornata a dormire, per poi concentrarsi con frasi contorte senza punteggiatura e senza il rispetto di alcuna regola stilistica. Perché il drama è che si stanno separando, che sono in causa, che è in agenda un appuntamento in tribunale. Il mio Natale o la mia Pasqua continua con la spesa una volta alla settimana, al supermercato vicino, al mercato, dal panettiere, dal macellaio, per poi avere un’impennata con compiti, shopping, notti accoccolata e schiacciata dai miei nipoti, che cercano punti fermi mentre la loro vita viene scossa. Per chi, come me, la famiglia rappresenta il proprio mestiere, i giorni di festa diventano una fuga perché di pranzi insieme o di momenti per viverci, forse ne abbiamo fin troppi. Così, quando oggi apro i vari social e scopro grigliatoni e foto di famiglia, ringrazio di aver optato per un tempo per me, lontano, e un po’ più sano, che non lo sforzo di voler sempre far funzionare tutto quando questo tutto non va.

La vie en rose

Una mattinata iniziata con il peso sul cuore. Faticosa, lenta, a mo’ di bradipo, fortuna che il lavoro era già programmato altrimenti avrei avuto difficoltà a recuperare forze e pensieri. Poi è scivolata, andata e ad un tratto era ora di chiuderla. Così sulla scia dei liceali che invadevano la strada, mi sono incamminata verso casa. E lì arriva lui, mi saluta: “Buongiorno, professoressa”, alto, moro, bello come il sole, felpa rosa. “Sono Federico R.” e stralunata non ti capaciti che sia cresciuto così tanto, dopo che 5 anni fa lo hai salutato. “Sono tre anni che cerco di incontrarla…” e il mio cuore si scioglie come un ghiacciolo, pure senza sole, pure in questo inverno del cuore che non accenna a mollare. “Faccio quinta liceo!” Davvero? No, perché io sono ancora al terzo anno di liceo, nonostante siano passati gli anni, e a volte mi sento ancora in terza media. Senza contare quelle volte che ho da poco finito le elementari. Poi mi saluta dopo aver evitato di essere messi sotto un paio di volte, perché nel frattempo ci siamo fermati in mezzo alla strada a chiacchierare. Torno a casa, dopo aver scacciato per un attimo i pensieri bui, le nostalgie, la malinconia, tutto quello che vorrei lasciare più spesso alle mie spalle ma che poi arriva e mi sovrasta. La giornata per un attimo si è rasserenata, qualcosa è rimasto a mia insaputa, un bel ricordo, il desiderio di incontrarmi per salutarmi e per vedere se davvero sono io. Mentre mangio sono così di buon umore che mando pure un messaggio alla collega oldie ma poco goldie per raccontarle del nostro ex allievo. Basta poco, forse davvero poco…. per vedere la vita con una tinta di rosa in più. Forse basterebbe smettere di inseguirla, lasciare che vada senza sprecare inutilmente energie e soprattutto averne cura. Magari abbandonare quella perenna richiesta, quasi sottintesa, che essa debba sempre rispondere alle nostre domande, perché forse siamo noi a dovercene fare alcune, ammettendo che non esistano risposte. Forse andrebbe valutata senza tenere conto del tempo che siamo disposti a concederle, ma su quanto essa proceda per la sua strada senza di noi, ansiosi e preoccupati, senza le nostre aspettative, senza quell’ansia di dover fare, avere e mai concedere o concederci di essere umani, fallibili, stupidi e un po’ smarriti. Una vita che forse andrebbe vista più spesso dalla giusta angolazione, con lo sguardo più giusto, più comprensivo, meno affannato verso il domani.

L’ultima fila

E’ indubbio che il mio ruolo rimanga sempre un po’ quello di ascoltare e di comprendere, ma che poi quando la richiesta diventa la mia, le mancanze si facciano sentire. Lo si deve forse a quel rapporto poco equilibrato che da sempre ho con mia madre che, anche se ormai in età avanzata, non disdegna le buoni abitudini di non chiedermi mai come sto, di non informarsi come vada la mia vita o di non avere nessuna curiosità per una figlia che vede una volta alla settimana e che conduce la sua esistenza in solitaria. Dovrei averci fatto l’abitudine e in parte è così, ma mentirei se dicessi che non mi ferisce.

In questo anno in cui la separazione di mio fratello è diventata l’argomento centrale di ogni nostra conversazione, in cui penso di aver speso più parole per una cognata che non ci ha mai considerato di quante mia madre non ne abbia mai spese per me, forse sono arrivata al limite. Quel limite in cui il telefono da spesso segni di vita per esigenze altrui, per i pianti della domenica di depressione non miei, che di solito lo faccio in silenzio, per le lamentele, per le indicazioni da dare, per le prenotazioni da fare, per gli orari da definire, per le uscite didattiche, per le sostituzioni, per tutto ciò che non ha mai niente a che vedere con me. Ed è anche così che guardo divertita la prima prova dello spettacolo di fine anno, dove compare in prima fila la meno affidabile, quella che ha creato problemi al gruppo, mentre a stento riesco a vedere me in ultima fila, con le braccia che si muovono dietro la compagna centrale, coperta ma sicura dei miei passi, mentre le compagne laterali non hanno ancora capito che cosa devono fare. Rido perché in fondo la mia canzone preferita è “Ironic” ed è così che prendo la vita. Così come lo scorso anno per non coprire la compagna che mi stava dietro, ho ballato per quasi tutto il tempo coperta da quella che mi stava davanti e in parte dietro le quinte, mentre lei non imbroccava mezzo passo. Ma non è sicuramente qui che voglio esprimere il mio disappunto coreografico.

Credo che per quanto cerchiamo di scrollarci di dosso certi retaggi familiari, essi ci restino comunque appiccicati a forza di abitudine. Se non sei mai stata l’argomento principale dei discorsi di tua madre, come potrai pretendere di esserlo nel cuore di qualcun altro? Se il tuo ruolo nella vita non è mai stato messo al centro delle discussioni o nessuno ha mai pensato di darti quell’importanza che meriti, difficilmente farai qualcosa per stare al centro del palco, e quando succederà proverai imbarazzo e ti sentirai impacciata, perché non sai come si fa. Forse per questo la prima fila mi crea il blocco mnemonico, dimentico i passi, perdo il senso dell’orientamento. E in fondo quando mi sarebbe piaciuto che qualcuno mi venisse a vedere e gliel’ho chiesto, la risposta è sempre stata negativa. Allora ho accettato a malincuore, facendomene una ragione, mettendo da parte quello che provavo, ignorando chi faceva altrettanto.

A volte sarebbe bello avere un ruolo, essere al centro non solo di se stessi, ma di un cerchio magico dove confluisce qualcosa di bello, di positivo, di unico. Sarebbe bello forse ballare ed essere notati, al di là di file e di ruoli assunti nel tempo. Sarebbe bello invertire ogni tanto quell’equazione che ti costringe in panni che ogni tanto cominciano a stringere, rovesciare la regola, sentirsi al centro anche solo dell’ultima fila, senza subirne l’eterna condanna.

A perfect Sunday

Si può piangere per amore, ma si può piangere anche per un’auto, quella che 13 anni fa tuo padre ti ha comprato e che non hai mai voluto cambiare. Poi lui è mancato, l’hai ereditata, l’hai intestata solo a tuo nome cancellando il suo accanto al tuo. Il tuo cuore si è spezzato. Allora hai deciso che l’avresti tenuta fino all’ultimo bullone, come se lui potesse vivere in eterno in quella carrozzeria. Ma mentre guidavi 15 giorni fa, il volante si è bloccato e hai capito che forse era tempo di venderla. Come una bambina hai pianto singhiozzando, perché hai realizzato quanto ti mancasse e quanto avessi ancora bisogno di lui, perché niente è stato più lo stesso dal quel 6 maggio 2020. Niente è andato per il verso giusto. Con riluttanza hai chiamato tuo fratello, poi hai smosso pure tuo cugino e il suo amico concessionario e pure tua nipote novenne è arrivata per vederti felice su un’auto nuova e tua. Ti sei mossa con titubanza, abbandonandoti al destino, lasciando che decidesse lui per te, perché hai imparato che a volte è bene lasciare andare.

L’altro giorno ci sei salita sopra. Il fato ha voluto che tu ne scegliessi una in pronta consegna, senza neanche pensarci troppo su. L’hai pagata con la cifra esatta che ti aveva lasciato tre anni fa. E poi è successo qualcosa di strano. Eri contenta, tuo padre era lì a dirti che avevi fatto bene, che finalmente ti eri liberata di un ricordo pesante e inutile. Ti sei sentita abbracciare mentre guidavi, su quelle strade in collina in sui ti insegnava a ripartire in pendenza e tu lo detestavi. Lo hai sentito tra le curve, accanto a te, come se provasse l’auto insieme a te. Era lì. Tua madre dice che sente la sua voce mentre guarda la TV, da quel divano vuoto che ha ancora la sua impronta e tu sai che non ha le visioni. Lui c’è, è presente, è accanto.

Dopo tanto tempo questa è forse una delle prime domeniche di serenità. Il sole splende, porti Lara a fare un giro, lei che ti ha accompagnato e l’ha scelta con te. Poi ti chiama la tua amica di sempre, la tua compagna di banco, la 16enne ormai cresciuta con tanto di figlia adolescente. Vi ritrovate a mangiare il gelato con il sole in faccia. Due ragazze di provincia e pettegolezzi… perché in fondo certe cose non cambiano mai, anche se le rughe e il peso dell’esistenza smentiscono il tutto, mentre la figlia smanetta su Instagram, mostrandovi culetti e tettine di compagnucce di classe. Appartieni a questi luoghi in cui sei cresciuta, che hai amato e detestato, ma che in fondo sono la tua storia, il luogo da cui provieni e a cui torni. Mentre rientri a casa, il sole tramonta sulle montagne, finalmente non sei arrabbiata, sei in pace. Avete battezzato pure l’auto con il nome della protagonista di una serie televisiva e anche lei ti ha confermato che le quattro ruote sanno di viaggio, ti chiamano ad andare da qualche parte che ancora non sai. Ma una cosa è certa, ovunque decidessi di andare, dovrai mettere da parte la rabbia, lo sconforto. Dovrai smettere di essere forte ed essere pronta a farti abbracciare dalle tue fragilità, da quella te che chiede di essere ascoltata, che ha bisogno di deporre le armi e di riposarsi, perché forse è giunto il momento di farlo.

Una domenica perfetta, una domenica qualunque.