So this is Xmas

E’ un attimo. Quelle lacrime che cadono senza che tu possa fermarle, e intorno tutto brilla di luce propria, di famiglie, di bambini, come avevi sognato anche tu, che non puoi fare a meno di nasconderti, di celare di te anche questo aspetto più segreto. Ogni pancione è per te la spada che ferisce, il tuo punto debole, quello che non sarai mai. Piangi, te lo concedi, l’armatura è lì in un angolo, l’hai appoggiata a terra, perché oggi pesa più del solito. Ci sono i ricordi di bambina, tu, di quei Natali coccolosi e viziati, che lasciano presto il posto a quella madre sempre depressa, specie il giorno del 25, sdraiata a letto in lacrime e nessun pranzo per festeggiare, mentre tu cerchi di consolarla. Poi arrivano i Natali da zia, non sono mai facili, equilibri instabili, non scorrono via leggeri ma i tuoi nipoti ti avvolgono, ti scaldano, ti abbracciano e ti amano.

Ieri sera accade che, mentre te ne stai spaparanzata a letto ad ascoltare musica, tuo nipote ti chiama sul cellulare e ti chiede: “dove sei”, è passato da casa di nonna e lei non c’era, “ma tu dove sei?”. “Sono a casa di nonna”, è la tua risposta, “ma come, nonna non c’é?”. Scendi le scale e lei davvero non c’è. Allora arriva il ricordo di quei Natali, immersi nella malattia, quando lei cadeva a terra, semisvenuta, e la paura è di ritrovarla così. Urli, la chiami, lei non risponde, arriva Lara, spaventata e ti aiuta a cercarla, ma nonna non risponde. Le luci sono accese ma di lei non c’è traccia. All’improvviso compare, era uscita a fare due passi, di sera, roba da anziana eccentrica e scoppi a piangere, perché nonostante lei sia la tua scassapalle, lo è del tuo cuore, e non puoi fare a meno di amarla. Come non puoi fare a meno di amare chi ti è intorno, chi si lega a te e poi ti tira un calcio in faccia, allontanandoti, perché la tua natura è questa, amare senza misura. Altrimenti non si spiegherebbe perché ti piacciono quei drammoni strappalacrime che fanno pure impazzire Daniela.

Non la ami questa festività, ma ti dai ragioni per farlo. Il cuore no, non ce la fa, è troppo scarico, hai avuto troppo poco, e non è un capriccio ammetterlo. La speranza l’hai messa da parte, è troppo astratta. Cerchi l’evidenza, devi vedere, devi sentire e sapere che non ti stai sbagliando. Ti sei aggrappata troppo spesso alle parole, ci hai creduto, perché il tuo cuore lo voleva, poi ti sei fatta male, sei caduta, hai battuto la testa, hai passato notti insonni per le quali al mattino indossavi il tuo scudo. Non mostravi nulla, non potevi farlo, non saresti andata avanti. Hai imparato che se vedi non sbagli, che il tuo giudizio non è offuscato. Ma hai capito anche che occorre tempo, quello che volevi rubare, che desideravi accelerare per ottenere tutto e subito. Hai lasciato andare e qualcosa ha iniziato a sistemarsi, poco, per te che sei famelica di vita, che non ti basta mai, che te la mangeresti in un morso, sorseggiando prosecco e muovendo l’anca. La lezione è stata fermarsi, accettare cose che non puoi cambiare, darti un freno, dire basta, fare un passo indietro, imporsi di mancare, di non essere voluta. Sarà per questo che quel messaggio di auguri ieri sera, inaspettato, ti fa comprendere che sei arrivata nel posto giusto per te, il centro della tua vita. Hai le immagini di Parigi davanti agli occhi e lui ti scrive, non hai aspettative, ma è bello scriversi e raccontarsi, per il piacere di farlo. Adesso sai che le persone vanno lasciate andare perché possano tornare da te, se lo vogliono, se lo desiderano, se se la sentono perché in fondo avrai sempre Parigi, avrai te stessa, avrai quello che sei.

12 anni

12 anni. Me li vedo scorrere davanti agli occhi questa notte. L’insonnia è tornata. E’ bastato poco, solo poche parole a quelle due persone che mi hanno visto arrivare 12 anni fa, trentenne, incazzata, innamorata, fiduciosa, speranzosa, convivente e piena di voglia di fare.

Quella persona non esiste più, forse per questo è arrivato il momento di andare, di cambiare aria, di prendere il largo, di staccarsi. Quella persona è morta in un intervento chirurgico che le ha tolto per sempre la possibilità di diventare madre, quella persona ha pianto per amori finiti, per delusioni, per amicizie false, per malattie di famiglia, per amici persi. E’ diventata adulta quando anche il suo unico pilastro è scomparso e si è sentita sola e responsabile di se stessa. Tutto in 12 anni, meglio ancora tutto in 8 anni che le hanno cambiato completamente la vita. Una vita piuttosto ingiusta, un po’ troppo arida, molto crudele, abbastanza ironica. Perché delle tante cose che ho imparato, oltre a cambiare tubi della doccia, farmi una cultura su tubature rotte e perdite nei muri, grondaie intasate e acqua che ti scorre in casa, furti, assicurazioni, auto e cacciaviti, ho anche e soprattutto appreso a dare il giusto peso, a bilanciare, a non farmi schiacciare, a ritrovare me stessa, a non darmi per vinta, a piangere tra le mie quattro mura.

Questa notte piango, vedo i visi di tutti quei ragazzi che ho ascoltato in quel cortile, nel freddo delle 7:30 del mattino, al sole della pausa pranzo, in mezzo alle loro urla, al loro sudore, ascoltando i loro gossip, le loro confidenze, i loro lamenti. E’ come una carrellata di immagini che mi scorre davanti agli occhi: visi, sguardi, risate, incazzature, tristezza, emozioni, abbracci e solitudine. Perché sono state tante le volte che mi sono sentita così, inascoltata e incompresa, giudicata e ingiustamente, criticata e massacrata, presa di mira e allontanata. Se il cuore tante volte ha deciso di rimanere, di restare in un luogo che amava, altrettante volte lo stesso cuore ha guardato altrove, si è fatto domande e ha trovato risposte. Alla fine non ha più retto.

Funziona spesso così. Quando non ricevi, tendi a dare oltre il dovuto, quasi a compensare il fatto che qualcosa manca, che una parte di te deve compensare quanto non c’è. Se da una parte sai di avere dato, tanto, oltre te stessa, oltre la tua stessa salute, di cui nessuno si è curato, oltre il tuo stesso dovere, dall’altra sai che qualcuno è rimasto silenzioso, si è tirato indietro, ha fatto finta di non vedere e non vederti perché era più comodo così. A volte è più semplice voltare le spalle e fare finta che non sia successo nulla di così grave, ma quando qualcosa si spezza dentro, non puoi fare a meno di ascoltarlo. Allora in mezzo a quelle mille emozioni che hai provato, a quelle giornate che erano una fatica insormontabile fin dal primo risveglio, sai che sarebbe bastato un sorriso amico, una spalla su cui piangere, un gesto di affetto o anche solo un minuto per ascoltare. Invece hai visto le spalle e quello è bastato a mettere in moto tutto il resto. Non hai augurato il male a nessuno, ma quel piccolo peso da sopportare, quel malessere che prima o poi arriva ha colpito tutti quanti, non solo te. Non si chiama giustizia, ma semplicemente vita.

Farà male e bisognerà abituarsi, resteranno le cicatrici, che conosci così bene. Arriveranno i ricordi, le lacrime, l’abitudine di un luogo, la routine, poi come sempre tutto si affievolirà lasciando spazio al resto, che non ha ancora forma o contenuto, tempi e modi, luoghi e ricordi, perché in questi anni hai sempre pensato che in fondo saresti rimasta lì dove sei sempre stata, ti sei aggrappata ancora alla speranza che ti dicessero di rimanere. Ma forse, come sempre, hai dato talmente tanto da non vedere quanto poco hai ricevuto e adesso forse è ancora una volta scontato che sia tu a fare quella prima mossa, a metterci del tuo, a decidere di fare quell’ultimo sforzo, che non ti renderà migliore, non ti arricchirà, e non aggiungerà un valore alla tua vita. Perché una cosa è certa, oggi non sei tu che stai perdendo qualcosa.

Il sabato

Capita a fagiuolo. Puntuale ogni mese. Il mio sabato dedicato alla danza, momento nel quale mi tuffo in ritmi orientali e provo danzette con un gruppo folk di donne. Non manca mai la bottiglia di prosecco per festeggiare, a prescindere da ogni ricorrenza, così come la fotografia di rito, la cintura coreografica e quelle 5/6 ore in cui il corpo cerca di assecondare tempi e armonie medio-orientali. Oggi la maestra è appena tornata da Il Cairo, con un bagaglio di sensazioni e insegnamenti, dopo essere stata festeggiata e coccolata in una lingua che sta imparando a parlare. Se nella vita non esistono regole per lei, quando si entra in sala lo si deve fare con puntualità, quando si lavora occorre stare in silenzio ed evitare di commentare. Il gruppo non è dei più disciplinati e lei lo sa, ma in fondo ha imparato a conoscerci e a leggere il nostro corpo. Oggi è tempo di diagonali, di push, di drop e di shimmy, quella vibrazione liberatoria che accompagna ogni passo della danza. Balliamo in cerchio, quasi fosse una sorta di rito al quale veniamo sottoposte una per una, mentre le altre fanno il tifo intorno quando riconoscono il movimento. In un attimo sale l’applauso, il coro di incitamento, la soddisfazione per il risultato dell’altra, perché quando le donne ballano insieme devono imparare ad essere coese, a correggersi e ad aiutarsi, senza calpestarsi l’una con l’altra, insieme è armonia, insieme è forza.

E’ stata una settimana lunga e devastante, ho molto lavoro da svolgere, compiti da correggere, argomenti da approfondire, ma questo sabato è sacro. E’ il mio contatto con me stessa, risana le mie ferite, le delusioni, gli avvenimenti rocamboleschi di questi ultimi giorni, la mia vita che prende strade diverse, ma che lo fa assecondata da movimenti e sinuosità. Gioisco per uno shimmy ben riuscito, per i passi che non ho dimenticato, per la soddisfazione di migliorare e accantono il senso di delusione verso quel genere umano nel quale mi sono ostinata a credere. Perché a volte è davvero necessario lasciare andare, respirare, ascoltare il proprio corpo e smettere di fare qualsiasi cosa. Non sono sempre io a decidere, a volte è il tempo, spesso è la vita stessa e il suo ritmo insieme alle sue pause. In alcuni momenti non è necessario anticiparne i passi, loro arriveranno, sapranno mostrarsi quando è il momento, sceglieranno la forma. A volte si desidera tanto qualcosa per cui non è ancora tempo, o che forse non è destinato a raggiungerci, ma nel frattempo può accadere altro, può essere diverso, può essere ugualmente bello. A volte è un peccato non non avere ottenuto quello che tanto si desiderava, ma averci voluto credere ad ogni costo senza ascoltare davvero tra le parole non dette, nel dubbio di stare sbagliando, nella tensione di non avere ascoltato se stessi.

Ogni mattina…

Ogni mattina la gazzella si sveglia e sa che, per sopravvivere, dovrà correre più veloce del leone. Il leone si sveglia e sa che, per sopravvivere, dovrà correre più veloce della gazzella. Non importa che tu sia leone o gazzella: se vuoi vivere, comincia a correre.

Tanto per la cronaca, non sono né leone né gazzella, e non mi viene minimamente in mente di mettermi a correre la mattina. E’ già tanto se mi alzo senza avere dolori, se mi lavo, mi vesto e riesco a bere un caffellatte senza versarlo sulla tovaglia. E questa non è fantasia, ma realtà allo stato puro. Raggiungere il mio posto di lavoro è la vera sfida del mattino. Nel migliore dei casi, raggiungo l’auto che, non so bene come, guido in modo quasi automatico per arrivare a scuola, in altri sfrutto i mezzi pubblici e proprio quando mi sento nella migliore delle forme vado a piedi. Perché effettivamente ho la fortuna di poter raggiungere una delle due scuole nelle quali lavoro con la forza motrice delle mie gambe, attraversando il parco del Valentino e il Po, con una vista sempre magica sul fiume. Forse è proprio in queste mattine che sento di vivere in pace, di essere davvero dove amo stare. Dura un attimo ma quell’attimo è sufficiente. Tutto il resto è pura conquista.

Forse è davvero questo quello che vorrei dire a chi mi conosce per la prima volta. Vorrei far sapere che non sono un fenomeno, che non sono una donna piena di risorse, ma che fatico, che tutti i giorni sono una conquista: svegliarmi dopo una notte spesso insonne, alzarmi, essere puntuale sul posto di lavoro, insegnare e gestire più classi in una mattinata, spesso dovermi fermare anche al pomeriggio, rientrare a casa con spesa, bucato e vestiti da stirare o pavimenti da pulire, mentre imperversano notifiche di lavoro attraverso messaggi o mail. Spesso uno dei miei desideri più ricorrenti è avere una notte di sonno, senza sveglie notturne, senza incubi, senza lacrime, senza senza. Quando mi guardo attorno per vedere se esiste un uomo che possa andare bene per me, il desiderio è che sia normale. Che anche lui cerchi di fare del suo meglio per gestire la sua vita, che non scali l’Everest, che non si lanci con il paracadute, ma che alla fine di una giornata, sdraiato sul divano, sia comunque in grado di essere grato per quello che ha, nonostante non sia tutto quello che desidera. Non servono superuomini, servono uomini che sappiano ammettere di essere fragili e insicuri. Servono uomini che sappiano affrontare le proprie paure e incertezze.

Per anni ho vissuto accanto a una persona, che ora nega la mia esistenza, che esaltava le sue prodezze in bici. Chilometri macinati attraverso montagne, strade sterrate, sotto il sole cocente o la pioggia battente, ma quando si è trattato di chiedermi scusa, di dirmi che non era interessato a me tutta questa intraprendenza è sparita. E’ riuscito solo a dirmi che la sua presenza non era positiva per me, facendomi passare per la psicopatica, che non sa fermarsi e dire basta, ma deve essere bloccata. Non so se sono più amareggiata per averlo perso o per l’idea malsana di me che mi ha trasmesso.

Forse è tutto questo che mi gira nello stomaco. Le molte cose non dette, le molte che vorrei dire senza esplodere, senza tirare fuori la stronza che c’è in me e che grida vendetta, certo non sanguinaria, ma giustizia, quella Edmond Dantes che chiama la sua parte di ragione, che è stanca di soccombere e di non avere ragione di sé, quella persona che è rimasta intrappolata in una prigione e che lotta da anni per uscirne, senza mai vedere davvero la luce. Che forse quella luce c’è e brilla ma a volte basterebbe anche solo avere il coraggio di guardarla, senza veli.

Novembre

Nella lista dei miei mesi preferiti, novembre non spicca certamente al primo posto. Saranno queste giornate cineree, sarà un inizio non troppo scoppiettante a base di santi e morti, ma insieme a gennaio se la contende come ultimo in classifica. Sarebbe quindi naturale dire che questo tempo uggioso mi mette di cattivo umore, che non vedere il sole mi fa cadere in una sorta di malessere, che la sveglia del mattino quando ancora è buio non mi regala certamente attimi di gioia. Ma per una volta non vorrei cadere in questa gratuità. Vorrei sottolineare invece che nelle ultime settimane mi sono data a un intenso shopping online, che ho ripreso a leggere e che nel frattempo ho iniziato ad avere contatti con appartenenti al genere maschile. Di per sé non è successo nulla di eclatante ma è certo che quell’umore nero di qualche mese fa si è dissolto. Lo dice anche Daniela, sostenendo che trasmetto empatia, il che significa che forse, e dico forse, ho iniziato a togliere l’armatura che indossavo da tempo. Ed effettivamente non ho voglia di lottare, non ho voglia di combattere, non ho voglia di correre o di alterarmi più del dovuto. Quando, in mattinata, mi chiama Chiara per raccontarmi le sue vicissitudini familiari e l’inferno che sta attraversando, la mia mente tende a prendere il largo e una voce interiore, dispiaciuta per lei, ringrazia perché quel periodo è distante. E’ lontano il dolore, la mia seconda pelle per tanto tempo, è lontana la sofferenza, sono lontane quelle lacrime di amarezza e di sconfitta di fronte all’ennesima prova, all’ostacolo superato, alla delusione sentita. La vita non procede liscia, non va tutto bene, forse va semplicemente senza troppi sbalzi, senza creare troppa ansia, senza trascinare via le poche ma chiare certezze. Tra queste, la più lampante è non tornare indietro, non ripercorrere passi fin troppo noti, in cui cadevo vittima di me stessa e di sentimenti che ero la sola a provare. Non avere rimpianti, perché quelli forse li deve avere qualcun altro. Per quanto non vada tutto bene, va tutto decisamente meglio, il che aggiunge un valore anche solo al fatto di ricominciare a vivere. Un anno fa sognavo di scappare e non tornare più, per non dover affrontare l’ennesima prova. Oggi rimango e non mi arrabbio, evito, cerco di essere ragionevole, di sfoderare il meglio di me perché non è più tempo di piangere, forse nemmeno di ridere, ma almeno di sorridere, e dentro una voce mi dice che me lo merito, che ho atteso tanto, che ho superato troppo per non guardare con gratitudine a nuovi inizi, a strade diverse, a incontri casuali, sapendo che seminare non significa necessariamente raccogliere, ma darsi il tempo per godere delle fioriture e dei frutti da assaporare.

Voltare pagina…

Voltare pagina, come se fosse questione di un gesto, lo strusciare della carta, il movimento lento della mano e in un attimo capitolo nuovo, storia nuova, nuove prospettive, tutto dimenticato, alle spalle.

In questo autunno che ha poco di comune, se non la solita umidità su un nuovo muro, si avvicendano nuove fasi, nuove vicende e nuove avventure, perché per una volta vorrei che di questo si trattasse. Vorrei una nuova versione di me, quella emersa dalle ceneri, non diversa da se stessa, ma la versione restaurata di una Elena frantumata, fatta a pezzi e ricomposta, a mo’ di quei vasi cinesi, dove le saldature vengono esaltate dall’oro per evidenziare tutto quello che è accaduto prima, per non dimenticarlo. Mentre le settimane corrono come mesi e l’occhio fatica a rimanere aperto persino per la nuova serie su Beckham o il nuovo giallo sul comodino, è giusto che tutto si ripeta uguale ma che in fondo cambi ampiezza, struttura, prospettiva. In attesa di momenti tra le lenzuola, è giunto il momento di non correre dietro a qualcuno, ma di raggiungerlo, è bene ricordarsi che non mi ritrovo sola e disperata, ma in buona compagnia di amiche che si emozionano con me, come delle scolarette. Ma soprattutto è bene dirsi che sono quel vaso incrinato e ricomposto, che sono colei che si è ricreata, perché è stata obbligata a farlo. Ma sono anche quella persona che si è schiantata contro un muro per testardaggine, che vorrebbe ancora tutte le risposte adesso, che sogna con disincanto.

Ho voglia di ripartire, di guardare avanti, di lasciare andare le malinconie, la nostalgia, sapendo che torneranno in maniera inattesa, ma mentre quietamente si allontanano, provo a non cadere in nuove paranoie, cerco di mettere qualcosa di diverso nell’oggi, un po’ più di me, un po’ meno di tutto il resto. Mi auguro di sapermi sempre sostenere come ho fatto finora e di non affidare invano la mia fiducia, spero di essere amata o almeno apprezzata, consapevole di me, dei miei limiti, ma fiduciosa di quella persona che ancora una volta si è alzata e ha avuto voglia di vedere cosa succedeva nel prendere una strada diversa.

Mi è stato detto di darmi un’opportunità, di essere serena, perché ho costruito troppo per permettere a qualsiasi cosa di distruggerlo. Ed è così, mentre la notte piangevo, dentro di me si accumulavano macerie, avrei potuto gettarle via, invece ho deciso che meritavano una seconda possibilità perché erano mie, perché mi appartenevano, perché su di esse avevo sofferto e non potevo liberarmene troppo facilmente. Ho accettato di essere fragile e stupida e forse posso accettare di essere leggera, impegnata ma smaliziata, morbida e accogliente, musicale per vibrare su accordi nuovi, e che importa se rimarranno o cambieranno, sono già lontana da quel luogo in cui non era più necessario rimanere.

I fantasmi

Si aggirano fantasmi per questa casa. Presenze di storie passate, di compagni di letto, di figure non troppo definite che all’improvviso si mostrano proprio quando hai deciso di guardare avanti, di voltare la pagina, di far entrare qualcuno nella tua vita che non assomiglia loro neanche in foto.

Succede che incontri qualcuno, o meglio inizi a conoscere qualcuno, non sai bene come sia successo, forse quel momento in cui hai evitato di pensare e ti sei lasciata andare all’istinto, hai guardato la foto e qualcosa ti è balenato nel cervello, o forse è stato l’incipit della vostra conversazione, la naturalezza dello scambio di battute, il modo in cui si è approcciato. Poi vi siete visti e vi siete piaciuti, anche se lui non rientra affatto nella casistica macho-coglione, che negli ultimi anni sembra andare per la maggiore nella tua esistenza, manco fosse poi la tua priorità incontrarne uno. Qualcosa ti ha fatto nascere il sorriso: lui, il suo modo buffo di essere, tu e lui, o forse tu che risperimenti il piacere di uscire con qualcuno, dopo tanto troppo tempo. Poi lo inviti a casa tua, perché in fondo sei pure femmina, e lui te lo ricorda. Ma, sul più bello, pensi… pensi a quel cretino che ti ha portato via la serenità, le ore di sonno, la pazienza e il buon umore, lo vedi comparire a fianco della nuova figura, un paragone inaspettato che ti lascia un groppo allo stomaco, un senso di malinconia, come se lasciassi andare una te che si struggeva, quando a lei nessuno pensava. Potresti enumerare ore, giorni, mesi, anni e i centinaia di episodi che si sono avvicendati, che ti hanno tolto più che darti e ti hanno trasformata nella persona che ora sei e che cerca lui. Perché non stai fuggendo da qualcuno che non ti vuole, ma per libera scelta ti avvicini a chi ti desidera, e anche questo è del tutto nuovo. Fino a qualche anno fa, non avresti mai pensato di poter vivere la tua vita senza qualcuno accanto, ma poi ce l’hai fatta, e chi arriva ora è solo la ciliegina sulla torta, il tassello mancante che può completare il quadro già completo.

Ma allora perché sul più bello il tuo sguardo si vela? Forse perché la serenità non è così semplice, non basta voltare pagina, bisogna prenderne consapevolezza, guardarla e saperla vedere, dirsi che fa bene, che è necessaria, darsi la possibilità di accarezzarla senza voler cercare ad ogni costo il difetto o la smorfia. Forse non basta che qualcosa accada, bisogna anche accoglierlo.

Ma di tutto ciò, quello che davvero ti intenerisce sono loro, le tue amiche, che si emozionano per te, attendono un tuo resoconto, vogliono sapere se stai bene, se tutto è andato bene e se anche non fosse così, loro rimarrebbero lì accanto a te, con un bicchiere davanti al naso e la vita andrebbe avanti comunque. Ma oggi ti dicono di darti una possibilità, di prenderti il tuo tempo, di non essere precipitosa. Fanno il tifo per lui, che è già il loro idolo, perché ti sta portando in un luogo più luminoso, dopo quel buio che ha invaso gli ultimi anni. Hai amato persone sbagliate, ritenendo giusto farlo, forse ora vale la pena scacciarle dalla mente, anche se rimbalzano nei tuoi pensieri. Forse quel peso che hai dato loro si è ribaltato su di te, schiacciandoti e impedendoti di vedere attentamente, di soffermarti e di dire no quando era il momento. Ma è anche vero che adesso è arrivata l’occasione per sbattere loro la porta in faccia, come è capitato a te, e dire loro che nessuno ha il diritto di ferirti, nessuno si deve più permettere di farti del male.

Non c’è niente di male…

Indossa un abito rosa, effettivamente di pessimo gusto (come fa notare una di noi), lungo, in pizzo, abbinato ad anfibi più ancora di dubbio gusto per il matrimonio della sorella che, a sua volta, non brilla per eleganza e stile, nonostante sia la sposa. Il gruppo comari profie è decisamente in modalità on questa domenica mattina. Lei è la nostra preferita, ex collega di scienze con velleità inglesi da quando ha deciso che tutto quello che scrive non può più essere in italiano, e soprattutto dal momento che beve tea, fa il brunch e non esiste altro pasto serale dopo l’afternoon tea. Ma se questo non bastasse, realizza stories instagrammiane in cui si inchina di fronte alla statua di Darwin con tanto di love, riprende il suo tiny nest, in cui è andata a vivere da poco, la sua bike con la quale raggiunge la school, sperando che non gliela rubino, dal momento che si trova nei suburbs torinesi, che per lei rappresentano una sfida culturale, tanto che anche ai suoi allievi fa svolgere activities in English, sperando che almeno parlino Italian.

Non è solo lei a lasciarmi senza parole, in questo mondo sempre più social e sempre meno socievole. Da poco approdata su Tinder, sempre ad opera delle profie comari, scorro pagine di profili in cui la fanno da padrone bicipiti, sguardi un po’ arroganti, occhiali da sole, che il Tom Cruise di Top Gun sembra un pivellino a confronto, ma se non bastasse ancora questo, che già per me è troppo, non c’è uomo che non sfidi il mare in barca a vela, si butti giù per le montagne a mo’ di campione mondiale di sci, non coltivi migliaia di passioni e abbia la frase giusta per tenere desta l’attenzione femminile.

Potrei andare avanti ad elencare le centinaia di foto che vedo scorrere sotto i miei occhi, ovunque: pose perfette, corpi scolpiti, trucco impeccabile. L’immagine è tutto.

Probabilmente sono solo io che provo un senso di conquista quando raggiungo il posto di lavoro alle 7:30 del mattino, vestita, lavata e caffettata. Per poi passare la maggior parte della giornata a sbuffare di fronte agli impegni, alle mail, al susseguirsi di informazioni, cercando di rimandare, di fare finta che non mi riguardino, che domani è un altro giorno e sarà pure migliore di quello attuale. Sarà forse la bassa stima di me stessa a farmi pensare che non c’è niente di male ad essere normale, ma che per me esserlo significa sentirmi perennemente la perdente di turno, affaticata, inadeguata e sempre un passo indietro. In questo mondo di sguardi intriganti e pose da femme fatale, la mia vista è diminuita obbligandomi a tenere spesso e volentieri gli occhiali, abbinandoli alla postura del momento, considerando acciacchi, talloniti e rari momenti di benessere. In questa vetrina di personaggi costruiti e in via di rifacimento, vorrei far partire un inno per chi, come Wile Coyote, cade ma non molla mai, prende batoste e si rialza comunque, viene schiaffeggiato ma trova comunque modo di sorridere, di ridere, di non prendersi troppo sul serio, con il rischio di cadere nella rete del social poco socievole. Applaudirei chi si ritrova un po’ in sovrappeso, chi non è bono o bona, chi non si sente mai all’altezza delle aspettative altrui perché in primo luogo non sente la necessità di esserlo per sé. Ringrazierei chi si limita a vivere la propria vita, cercando di fare del proprio meglio, evitando di arrecare danno alla vita altrui, cercando di essere banalmente se stesso o se stessa, utilizzando la propria lingua madre, anche se meno cool, ma facendosi il cul ogni giorno, in pace con il mondo e con quel karma che sembra perennemente remare contro.

Estate

Ci ho messo un po’ per organizzare i pensieri sull’estate che sta trascorrendo….

E’ certo che quella stanchezza che ha accompagnato tutto il mio anno lavorativo ha ceduto il posto alle ore di sonno: quest’estate sono diventata la campionessa dei pisolini pomeridiani; iniziati durante la siesta spagnola, sono proseguiti nella pennichella italiana e nel pisolino piemontese. Io che non sono campionessa di lunghe tirate a letto la mattina e che soprattutto annovero notti insonni, ho scoperto il mio vero talento per il divano pomeridiano, la sdraio sotto il sole o il materasso del dopo pranzo. Ho dormito un po’ ovunque anche su aerei o treni, a comando, su richiesta di un corpo che me lo domandava. Ho così evitato quei malsani mal di testa e quegli isterici nervosismi; a volte sono bastati 10 minuti, altre volte sono state necessarie ore, con mia grande sorpresa.

Ho passato molto tempo con il bicchiere in mano. Dalla prima settimana trascorsa ad Alicante, tra birra servita in boccali ghiacciati a sangria dopo la doccia pomeridiana a vin santo e biscottini prima di coricarmi. Sono passata poi ai soliti aperitivi con le amiche e ce ne sono stati molti, anche nel giro di una serata. Per poi dedicarmi al bicchiere mezzo pieno a casa, perché ritengo di essere una persona tutto sommato piena di speranza verso il futuro.

Ma forse, e più di tutto, è stata l’estate in cui non sono tornata nel solito paese in Liguria, pieno di ricordi e malinconie, con l’aggravante di madre nostalgica e scassapalle. Ho preso un aereo per andare in un posto in cui non ero mai stata ma soprattutto ho preso un treno per ritornare in uno dei miei luoghi del cuore, Parigi. Dopo otto anni sono tornata lì dove un tempo amavo stare ed è stato ancora bello. Lo sguardo e la persona non erano gli stessi. La ragazza di un tempo ha ceduto il passo alla donna, ma nonostante tutto l’ho ancora amata. Ho scelto luoghi poco visitati, poco battuti, in cui evitare code e fracasso, per dedicarmi a passioni più segrete e meno palesi. Ho dormito in quella che era stata la dimora di Toulouse Lautrec, ho visitato la casa di Yves Saint Laurent e del suo primo atelier per poi ricercare Gabrielle Chanel e le sue due C intrecciate attraverso il quartiere della moda di Parigi, per poi soffermarmi su Sarah Bernhardt, attrice e musa di pittori e artisti. In una Montmartre, presa d’assalto dai turisti e battuta dal vento, sono entrata nello studio di Utrillo e Suzanne Veladon, in quello che è il Musée de Montmartre, intimo, protetto, intatto nel tempo. Al Jardin du Luxembourg mi sono dedicata al dolce farniente, sdraiata sulle sedie che costeggiano la fontana principale, ammirando i colori dei fiori, le nuvole basse, la Tour Eiffel in lontananza e prendendo il freddo di un vento che non mollava. Ho costeggiato la Senna seguita dalla gendarmerie in motoscafo per raggiungere il Jardin des Plantes e l’Institut du Monde Arabe, per la gioia della mia insegnante di danza, che mi commissionava libri da Matera. Ho girovagato per il Quartiere Latino, un po’ indisposta dalla coda di fronte a Shakespeare and Co., per ritrovare invece lo shop del Piccolo Principe. Sono stata al Marais, in una delle piazze più belle che è Place des Vosges, e poi mi sono seduta per guardare i bateaux mouches sulla Senna mentre uno sfuggente sole ricordava l’estate. Come dice la mia amica Lucy, ho fatto un tour alla Bale (abbreviazione del mio cognome), sono stata in posti in cui non vanno tutti, visitato luoghi di nicchia e mi sono dedicata a me stessa, complici quei 15 giorni in cui mia madre era in villeggiatura con amiche e mio fratello mi informava di essere al dunque della sua effettiva separazione. Ho ritrovato quella me che ama viaggiare, diversa ma sempre lei, con qualche anno in più, maggiormente consapevole, ma sempre se stessa.

Al mio rientro a Torino ho ritrovato una persona contenta di entrare in casa, di dormire nel proprio letto e del luogo in cui vive. Ho scoperto una me appagata, contenta di essere partita ma anche felice di ritornare, segno che forse non ho il terrore di rimanere, quando sto bene. Ho imparato da me stessa che a un certo punto so lasciare andare chi lo desidera ma che a volte è necessario staccarmi da chi si attacca per trascinarti nel suo mondo di malessere. A volte quel luogo intatto, non intaccato dal fracasso e dalla folla, è utile crearselo dentro e tutto intorno, per non farsi travolgere, per non sentirsi estraneo a se stesso. E poi ho sognato mio padre, giovane, su un’auto gialla, che mi veniva a prendere a scuola e non mi trovava, allora mi telefonava per chiedermi dov’ero e io salivo in auto con lui, senza pianti, senza il terrore che non fosse più accanto a me.

Briançon

Sono le 9 del mattino, esco di casa, passo in panetteria: croissant e panozzo. Salgo in auto. Parto. Nessuno sa dove sto andando, non l’ho detto, ho deciso di farlo. Guido. Vado verso le montagne. L’aria si rinfresca, il sole picchia, me la prendo con comodo. Non ho fretta. Nessuno mi aspetta e non ho appuntamenti. La giornata è per me. Salgo in quota, il primo passo è fatto ma guido ancora, non ci penso nemmeno su. Conosco la strada. L’ho percorsa otto anni fa, ma in realtà da bambina era una tappa di famiglia. Passo il confine, alla dogana trovo pure qualche gendarme, ma non mi fermano, neanche loro sanno che viaggio in segreto. Non sono più in Italia e continuo a guidare. Sono quasi tre ore e raggiungo la mia meta: Briançon. Qualcuno potrebbe obiettare la qualità di questa scelta, ne sono consapevole, ma per me, che non mi muovo da anni, è un traguardo. E’ come un viaggio nel passato, attraverso le tappe della mia vita, una me bambina che odiava passare il tempo in montagna e che ci veniva portata regolarmente. La me adulta che attraversava le stesse per dirigersi ben altrove. E poi io che sono diventata donna, che decido di me, delle mie azioni, che pago per i miei errori, che accetto di perdere, che mi arrendo, ma che non smetto di avere voglia di andare, di vedere, di scoprire, attraversando quel dolore che è ormai la mia seconda pelle. Piango, lo faccio da diversi giorni, mi commuovo per nulla, penso a mio padre, a Carlo che non mi vuole, a chi mi ha incontrato in uno dei periodi peggiori della mia vita. Penso a chi ero e a chi sono dovuta diventare. Penso a Elena che viaggiava ed era felice, prendeva aerei, treni e non le mancava mai la voglia di ricominciare. Penso a lei con tenerezza, perché era inconsapevole, incosciente e rincorreva un’immagine di sé. Le ho voluto bene, fino a quando non sono dovuta entrare in scena io, che indosso l’armatura, mi difendo sempre, non mostro le lacrime e se lo faccio, cerco di nasconderle come un’onta. Ho protetto una me troppo esposta, troppo vulnerabile. Ma in fondo sono sempre Elena, anzi Maria Elena, che porta su di sé l’impronta di un padre forte e indomabile, che non l’ha mai fermata, ma che l’ha lasciata sola. Un padre che non tornerà mai più ma che è vivo come non mai. Mentre il vento soffia, mentre l’auto va e gli parlo. Vorrei non essere così fragile, ma non posso farne a meno. Solo adesso riesco a piangerlo davvero. So che è contento, che se potesse si farebbe pure un giro lui sull’auto nuova, e poi commenterebbe la prestazione, il tempo, le strade, poi mi direbbe di bere qualcosa e mangiare un boccone, perché in fondo sono figlia d’arte e riempo il baule di birra artigianale e sidro. Gli piacerebbe questo bel sole, le giornate lunghe, qualcosa di fresco da mandare giù. Se la godrebbe. Mi manca il mio vero genitore, la persona alla quale assomiglio, quella che firma alla mia stessa maniera, che ama viaggiare e andare, senza pensare alla meta. Mi manca l’uomo al quale assomiglio, da cui ho ereditato gli occhi, le espressioni del viso, le gambe lunghe, il tono polemico e il piacere del cibo e del vino. Mi manca non avere il suo giudizio, la sua opinione sul lavoro, i suoi suggerimenti su come gestire i lavori a casa. Mi manca non vederlo seduto su quel divano, davanti alla TV, non sentirlo al telefono, non andarlo a trovare. Ho temuto tutta la vita di perderlo e poi è accaduto e me la sono pure presa con lui quando non reagiva, si lasciava andare e non mangiava, mentre si stava solo spegnendo. Forse pretendevo che vivesse più di quanto gli è stato concesso, forse non avevo il coraggio di lasciarlo andare. Da quando non c’è più sono cambiate molte cose, ma a volte mi sembra che la gioia sia scomparsa, che i problemi ci abbiano travolti, e che fatichiamo a trovare una luce, che credo esista da qualche parte. Me lo auguro almeno. Sono spesso triste e stanca, disillusa e incazzata, non una bella immagine di me. Forse mi riprenderò…. nel frattempo il sidro si è raffreddato e attende di essere gustato.