Roma

Piove, ma non in casa. Non come qualche mese fa, quando mi ritrovavo con i piedi a mollo durante la notte, per una mancanza da parte del mio amato amministratore. Piove, ma ieri c’era il sole, così almeno era il tempo a Roma.

Roma capitale, Roma caput mundi, Roma che cura le ferite o almeno risana in parte il mio malessere, perché da quella mattina la percezione di me non è più la stessa. Io che spesso ho tirato, ho chiesto a me stessa più del dovuto, ho dovuto cedere al mio cuore che batteva all’impazzata, che mi chiedeva di fermarmi. Io che sentivo il bisogno di fare oltre me stessa, sono stata messa in panchina dalla stessa me che smetteva di avere il controllo di sé.

Non so quanti chilometri ho percorso in tre giorni, sono però certa di avere camminato tanto, mentre i ragazzi intorno urlavano, nel caos di Roma, tra le sue lingue, i suoi mille volti e la sua magia. Ho fotografato, riso, ballato e ho ascoltato il battito del mio cuore, mentre salivo le scale per raggiungere la cupola di San Pietro, mentre mangiavo, mentre la stanchezza si faceva avanti. Mi sono messa in ascolto e ho deciso di dormire, di smettere di pensare, di eliminare le ore di veglia, ho deciso che mancano quattro mesi e poi chiuderò una parte importante della mia vita, così come ne ho chiuse altre. Vorrei però che se ne aprisse qualcuna importante. Ho realizzato che sono stanca di chiudere per poter pensare di andare avanti. Questa volta vorrei che non fosse necessario lasciare andare ma permettere a qualcosa di accadere per poi farlo rimanere. Ho reciso rami, potato, assottigliato, diserbato, adesso vorrei piantare e veder crescere, permettermi di amare e di essere amata, accogliere ma ugualmente essere accolta, evitando le ferite, provando a curare, senza più cadere vittima delle mie scelte.

In un anno che mi chiede di nuovo un grande cambiamento, vorrei che qualcosa rimanesse e mi stesse accanto, che mi facesse del bene, perché si cresce attraverso il dolore, ma si fiorisce attraverso le cure, e ogni tanto si mette da parte tutto il resto quando il tempo ci concede di essere almeno un po’ felici.

Tachicardia

Respirare. E’ da un po’ che non lo faccio. O non come dovrei.

Corro, sempre, non mi fermo. Forse per questo mi manca il fiato.

Salgo in auto, guido, giro a destra e il cuore inizia a battere velocemente. Mi è già successo, ma solo per alcuni secondi, oggi continua. Guido perché non posso accostare. Respiro profondamente ma lui non si ferma. Passano alcuni minuti. Poi si placa.

Arrivo a scuola, parcheggio, entro in sala prof, parlo con il rappresentante della casa editrice, poi la vedo, seduta al computer, come tutte le mattine, mi avvicino, la saluto e le racconto quello che mi è appena successo. Scoppio a piangere, perché mi sono spaventata. Cerca di tranquillizzarmi: “non ti preoccupare, è l’adrenalina, hai mantenuto il controllo, adesso è scesa. Stai qui, prendo io la tua classe.”

Vorrei entrare in classe ma non ci riesco. Non riesco nemmeno a entrarci le ore successive perché vengo mandata a casa. Io che non perdo mai un giorno di lavoro. La dottoressa mi prescrive qualche ansiolitico e mi obbliga al riposo: “oggi e domani, lei spegne il cervello”. Ed effettivamente lo spengo. Non faccio nulla, dormo, riposo, guardo la TV. Non ho pensieri, solo per il mio cuore.

Decido che sabato andrò comunque a Genova con Antonia. Era già stato deciso. Devo portare delle borse, per conto di, a Letizia, facciamo un giro, mangiamo il pesce e cambiamo aria. Con calma, perché è questa la nuova parola che si affaccia alla mia mente. Io che cammino da rimanere senza fiato, io che non mi risparmio, io che difficilmente mi tiro indietro, io che crollo come tutti.

Saranno le vie di Genova, sarà l’aria di mare, saranno le borse di Letizia, o forse le innumerevoli prostitute sudamericane che invadono la sua zona, ma poco per volta mi sciolgo. Sarà il cibo, delizioso, come non mai… l’atmosfera, quel bicchiere di vino o forse quel gelo di ananas che si scioglie in bocca e forse scioglie anche me, food lover da sempre. Iniziamo a ridere, è dal mattino che non siamo noi, un po’ tese, un po’ frastornate, un po’ incupite. Ridiamo e ci fotografiamo. Letizia arriva in negozio e ci chiede quanto abbiamo bevuto ma per una volta abbiamo permesso al tempo di cancellare il malessere. Ci sono volute ore, perché i pensieri abitavano la nostra testa, pesanti e intensi.

Il cuore batte intensamente mentre la testa va per la sua strada. Lei viaggia, lui rimane, ancorato al corpo. Ti parla, ti dice delle cose, ti racconta la tua storia. Ti dice che sono settimane ormai che non dormi degnamente, ma anche anni che non ti risparmi. Ti dice che vorrebbe vederti più serena di quello che puoi sembrare, senza farti continuamente troppe domande. Ti dice che non c’è nulla di male se non ce la fai, se non rendi come dovresti, se anche non corri, perché prima o poi arriverai comunque. Quegli innumerevoli messaggi che ricevi, nell’arco di due giorni, ti fanno anche capire che sei stata male, se ne sono accorti tutti, non è da te, ma quante volte è accaduto senza che nessuno se ne rendesse conto. Non lo hai raccontato, lo hai tenuto per te, ma è successo. Sei stata male, ti sei fatta male, ti sei rotta, pure spezzata, e il tuo cuore ne tiene traccia.

L’opinione che hai di te

Con una certa fierezza le mostro il pezzo ballato dove per una volta compaio, visibile, non coperta, esposta e tutto sommato non così male. Lei osserva, la musica termina, il video si stoppa e non parla. Non dice nulla. Non ha commenti su di me. Non le piaccio, da sempre. Fino a qualche minuto prima, elogiava, quando non ci sarebbe neanche stato motivo. Poi appaio e non mi dice nulla.

La domanda giusta in tutto ciò è: perché ti ostini, Elena? Perché dopo 46 anni che sei a questo mondo, cerchi ancora la sua opinione? La sua approvazione? Quando sai perfettamente che non accadrà mai? Quando sai che non ti sta nemmeno guardando, mentre si limita a dirti che la musica non le piace, che preferisce altro.. perché lì, di fronte a lei, ci sei tu, ma lei non ti riconosce. Tu non esisti, o ti limiti ad esserci nella misura in cui fai comodo a lei. Qual è il prezzo di tutto questo? Che, nonostante tutto, ti guardi ancora con il suo sguardo. Non sei ancora buona con te stessa, come dovresti ormai da tempo avere imparato. Lei non ti ama, tu la vorresti quella maledetta approvazione, la desideri più di ogni cosa, ma non arriverà mai. E dentro di te, in un angolo, c’è quella bimba che non si ama, che non si vede, oscurata da una madre troppo presente, troppo presa da se stessa, che ti dice che non sarai mai abbastanza.

Dei due, se n’è andato lui. Lei è rimasta, la tua spada di Damocle, la tua penitenza per essere stata una figlia troppo affettuosa e troppo presente. Colpevole di averla assecondata, di averla amata, più di quanto lei ha fatto con te. Con il tempo hai smesso anche tu, quello slancio si è placato, ti sei data tempo. L’hai allontanata, ma non quanto vorresti davvero, perché è sempre lì, in quell’angolo remoto del tuo cervello, prende il controllo e ti fa sentire inutile, brutta, grassa e incapace. E’ lei il tuo malessere, è lei la tua prima nemica, lei e le sue parole, o meglio ancora i suoi silenzi. Lei non ti ama, non come una madre dovrebbe. Lei non sarà mai dalla tua parte. Lei non ti ascolterà mai davvero.

Potrai conquistare l’affetto e l’amore di chiunque, potrai sentirti fiera di te, potrai migliorare e ricevere complimenti, ma in quell’angolo remoto di te, ci saranno sempre la sua voce, il suo silenzio, o il suo sguardo distaccato a ricordarti che non sei la figlia che lei avrebbe voluto, che il tuo corpo è motivo del suo imbarazzo, che tu, instabile e spesso incontrollata, non sei degna del suo amore. Tu non andrai mai bene.

La verità ti fa male…

Domanda. Perché é così difficile ammettere la verità? Perché é così faticoso mostrarsi per quello che si é?

Mi pongo ormai la stessa domanda da più di un anno. Da quando cioè ho scoperto tramite foto sui social di legami tra persone, di cui non ero a conoscenza. Non perché debba essere informata di tutto quello che accade, ma perché certe relazioni debbano essermi tenute nascoste proprio non saprei. Nonostante la rabbia ormai mi sia passata e abbia gettato le basi per muovere i passi in nuove direzioni, ancora non capisco.

Ho visto lui che esce con lei, che all’improvviso compare nella vita di lui, mentre fino a qualche tempo prima lui stava con me. Sembra il tema di un nuovo polpettone nazional musicale. Ma potrei anche poetare dicendo: lei che critica l’altra, ma quando le si chiede rinnega tutto, poi ricompare per dirmi parliamone. Insomma, non c’è niente da fare, più in là non si va. Inutile scavare. Niente altro da aggiungere.

Eppure ho passato del tempo ad inseguire chi rigirava la verità, la nascondeva, mi faceva anche sentire in colpa se non l’accettavo. Ne ho ascoltate tante, fin troppe. Quella di lui che mi diceva che ero io, quella di lei che mi sottolineava quanto era lei, quella di lui che faceva sembrare altro. I minestroni che neanche in Gossip Girl si arriverebbe a tanto. E la sensazione era quella di marcio, di malsano, di malato. Era da tempo che non mi capitava. Perché ormai da un anno a questa parte navigo in acque agitate ma non così malsane, frequento persone, combino cazzate ma non mi sento più trascinare nel gorgo del contorto. Così quando, dopo essermi disintossicata, mi capita di incontrare nuovamente tutto quello da cui ho preso le distanze, penso che non mi è mancato chiedermi se chi mi sta di fronte è sincero. Non mi è mancato condividere il mio tempo con qualcuno che non sai mai che cosa pensa davvero. Non ho sentito la necessità di frequentare persone così deboli da sentire la necessità di mentirmi per essere accettate.

Una cosa è vera e me la sento spesso ripetere. Sono forte. Sono così forte che non ho paura di dire quello che penso, di isolarmi, di stare da sola. Non temo di soffrire. E forse, dopo tanti mali e tanto dolore, ho trovato dentro di me il luogo più sicuro in cui stare, senza aver paura di mentirmi.

Lunedì

Sono le 6 di mattina. Ancora buio fuori. Mi vesto velocemente, la patente, il cellulare, il cioccolato. Salgo in auto. Per strada la città ha iniziato a svegliarsi. Poche macchine, strade semi deserte. Il primo messaggio è arrivato alle 6:10, il solito buongiorno, il secondo per chiedere se ci sono dei problemi. La risposta è la mia voce addormentata che sussurra di essere appena partita. Guido con quella solita agitazione, non riesco ancora a togliermela di dosso. Eppure è passato un mese, addirittura due dalla prima volta in cui ci siamo incontrati. Avrei dovuto lasciar perdere, dare retta alla ragione, evitare, non farmi coinvolgere, lasciare andare. Ma si sa, sbaglio sempre.

E’ il mio appuntamento del lunedì, la settimana inizia e scivolo nella debolezza, nell’essere umano che sono e che vorrebbe dimenticarsi di quella me che vuole controllare tutto, accanendosi contro se stessa quando non ci riesce. Le due parti di me che si fanno la guerra da sempre, senza trovare il giusto compromesso. Più forte lotto contro me che abbasso le difese, più forte sento la necessità di farlo, di liberarmi da quel senso di oppressione che sono io la prima a infliggermi. Mi concedo un incontro clandestino, neanche troppo, perché a conoscerlo siamo almeno in cinque: lui, io, loro. Lui che mi aspetta, i baci che ci avvolgono, i corpi che si incontrano. Non penso, non ne ho il tempo. E’ un momento nostro, una fuga dal mondo, dalle regole, dalle decisioni, dalle responsabilità. Il tempo di lasciarci prendere e poi lasciarci andare, riaffacciandoci alla vita di sempre. Lui è quella persona che dovevo incontrare, senza un motivo, senza un perché, una questione di sguardi, di complicità, di parole, ma soprattutto di tanti silenzi.

Mi chiede se le ho chiamate, ci salutiamo e torno verso casa. Mangio un pezzo di cioccolato, prendo il telefono e mando i soliti messaggi: sto bene, tutto a posto. Oggi ho dimenticato lei, che puntuale alle 7:40 mi chiede se va tutto bene. Lei non si è dimenticata. Ha accolto le mie follie e non mi ha giudicato. Così hanno fatto le altre, divertite da questa mia nuova fase, in cui per una volta non succede niente di brutto. Hanno ascoltato i miei racconti dell’orrore, mentre mi vedevano uscire da periodi bui e senza via di uscita. Oggi sorridono, divertite da me che non metto la testa a posto, che proprio non ce la faccio ad essere ragionevole, ma che inseguo quello che provo, con la paura di farmi male, esitando ma poi lasciandomi andare.

Per una volta non penso a che cosa accadrà domani, a quello che sarà il futuro. Mentre rientro in città, è ormai giorno, le strade si sono popolate di auto, il solito rumore di sempre. Riprendo la mia vita, consapevole che non mi basterà mai essere quella che tutti si aspettano, rassicurante, affidabile, presente, efficiente. Rimarrà sempre quell’angolo di me che sfugge al controllo, che vive con le sue regole, delle sue trasgressioni, quel posto sicuro in cui trovo conforto perché mi obbliga ad essere me stessa, anche a costo di sbagliare, cadere e poi dover ricominciare.

Tutto chiede salvezza

Esiste un tempo per ogni libro. Non sempre è il momento giusto, a volte bisogna permettersi di ascoltare e attendere che sia lui a parlarci, a farsi aprire e leggere. Sarà perché è Febbraio, perché fra pochi giorni sarebbero otto anni che Simone non c’è più, strano che si tratti di una pura fatalità.

L’autore è Daniele Mencarelli, il suo romanzo è stato acclamato da lettori e critica, ma fino a due giorni fa non sentivo la necessità di leggerlo. Comprato d’occasione al Libraccio, l’ho iniziato. Non sapevo nemmeno di che cosa parlasse. Autobiografico. Sottoposto a TSO, Daniele si ritrova rinchiuso tra le pareti di un reparto psichiatrico, in mezzo ad altri malati mentali per una settimana. La narrazione è incentrata sullo scorrere delle giornate mentre, attraverso flash-back, l’autore ci riporta a prima che tutto accadesse, a quando già qualcosa dentro di lui si stava sgretolando, ma ancora non ne aveva coscienza. Compaiono le figure dei suoi compagni di stanza: Gianluca, Giorgio, Mario, Alessandro. I medici e gli infermieri che si alternano, la voce al telefono della madre, il padre, la sorella, il fratello, lo zio.

E’ un racconto che già conosco. E’ una storia che si è affacciata per ben due volte nella mia vita. L’ho ascoltata come uditore, mentre Carlo me ne parlava, ma io l’avevo già vista. E’ la storia di Simone, colpito da bipolarismo, dichiarato matto. E’ la storia di una persona che non c’è più e che non ho potuto nemmeno salutare, come se il suo ricordo fosse sospeso nel vento, nella brezza dei ricordi, in questo Febbraio breve ma intenso. Lui, che con una dose di medicinali, ha deciso di eliminarsi da questo mondo. Lui che sentiva più di altri, che viveva senza schemi, che ha smesso di crederci, solo con se stesso, senza trovare nulla a cui aggrapparsi. Ci aveva provato per ben tre volte, alla quarta ci è riuscito.

Conservo le sue lettere, il suo bigliettino dagli Stati Uniti, durante quell’anno che l’ha spinto oltre, allontanandolo da me, che percorrevo una strada ben diversa. Ma l’affetto nel tempo è rimasto, quel volersi bene di poche parole, di tante non dette, di pensieri rubati.

Leggo e qualcosa si spezza dentro. La rabbia cede il passo a quello che davvero conta. Perché a volte ci si fa del male, tanto che è difficile cedere e perdonare, o anche solo accettare. In quell’angolo ci sono stata anche io, spalle al muro, e a volte mi ci ritrovo ancora. Non è facile posare sugli altri uno sguardo compassionevole, quando non te lo sei sentita addosso. Non è facile considerare l’altro quando qualcuno ti è passato accanto senza considerare la tua presenza, perché faceva più comodo così. Non è facile rialzarsi quando non sai nemmeno da che parte iniziare. Conosco anche io quella fragilità, quel punto in cui qualcosa si spezza dentro e niente sarà più come prima. Il dolore, il suo gusto, le sue lacrime, quando scava dentro e ti viene a prendere e non c’è consolazione, non c’è rimedio.

A volte c’è davvero bisogno di essere salvati da se stessi, da quel malessere che rema contro, da quel pensiero che si insinua nella testa e non ti dà scampo. Ma capita anche che la vita ti metta accanto persone che ti vogliono bene, che ti accettano per quello che sei, che ascoltano tutte le cazzate che fai, senza giudizio, senza sovrastrutture, solo perché sei tu. Allora forse vale la pena salvarsi. Con testardaggine ti si parano davanti, forse non le avresti mai scelte, non le avresti mai volute accanto, ma loro non demordono, rimangono ferme, non cambiano idea su di te. Vengono a salvarti dai tuoi demoni, da te che non ti sei mai amata troppo.

Gennaio

Non mi sei mai piaciuto, caro Gennaio. Lungo, infinito, pieno di spese, scadenze, inizi, il tutto avvolto dallo spirito dell’inverno, in cui si spengono le luci Natalizie, si attende il Carnevale e si pensa già alle prossime vacanze. Perché per me da sempre sei quel mese che devo superare, quello scoglio intenso che grava sulla mia testa, tu che mi ricordi momenti poco sereni, scadenze scolastiche e propositi che non ho voglia di considerare.

E’ in questi giorni, mon cher ami, che decido, che considero, che valuto il mio domani, sempre con quell’occhiata su ciò che è già accaduto, sugli errori che si assommano, su una me che aspramente scrolla le spalle e si volta dall’altra parte, che prova ancora il senso di colpa, ma poi basta… non è più tempo! Molti entusiasmi sono già sfumati, molte malinconie hanno lasciato spazio a una nuova coscienza. Prendere atto, caro Gennaio, affrontare la vita, mettere da parte quella me che è stata, pensare a me stessa, sapermi fermare senza inseguire, mettermi in pausa, prendere il distacco, annuire e poi fare finta di niente.

Sei un mese duro, da sempre, freddo come le mattine all’alba, avvolto da nebbie e cieli cupi, instancabile, irremovibile, inconciliabile. Non molli, non smetti di scorrere, non hai pause, non ti plachi. Ma lo vorrei davvero che avessi compassione, che mi guardassi magnanimo e mi concedessi di essere fragile e debole. insicura e frivola. Vorrei che avessi una buona parola per me, che mi accontentassi ogni tanto, che mi permettessi di essere di nuovo qualcuna che ero un tempo e per la quale sembra che ormai non ci sia più spazio. Una me che ha piacere di riprendersi quella parte di sé accantonata e messa da parte. Una me che in fondo ci crede ancora.

Non ritrovarsi più.

C’è stato un tempo in cui l’uomo che avevo accanto mi denigrava. Vivevo con un uomo che mi definiva: bella signora di mezza età (e di anni ne avevo 35). Viveva con me ma non gli piacevo, non ero mai quello che lui si aspettava. Il mio corpo non lo soddisfaceva, il mio modo di fare lo annoiava, la casa in cui vivevamo lo soffocava, il mio modo di amare non andava bene. Ci siamo lasciati. O meglio, mi sono ammalata e poco per volta il mio slancio d’amore è scemato di fronte alla sua costante passione nello sminuirmi.

Ho passato tanto tempo da sola, senza rimettermi davvero in gioco, accontentandomi delle briciole che qualcun altro mi regalava, relegandomi in un angolo della sua vita. Mi sono accontentata, credendo di non avere diritto di essere felice con un uomo. Ho imparato a volermi bene, convinta che gli uomini non me ne volessero. Certa di non piacere, di non essere all’altezza, di non poter far perdere la testa a qualcuno. Con la complicità di un’amica, sicura del fatto di non essere gradita, mi sono iscritta su uno di quei siti per appuntamenti, curiosa di scoprire, ancora una volta, di non piacere.

Così non è stato. I complimenti sono arrivati, insieme a foto non proprio pubblicabili. Sono arrivati commenti che sottolineano quanto sia bella, sia sensuale, sia desiderabile. Ed ecco che da improvvisa bella donna di mezza età mi ritrovo ad essere una sensuale donna a cui nessuno interessa nemmeno l’età. La prima domanda che pongo è: non ti crea problemi il fatto che sia più grande di te? E la risposta arriva puntuale: è solo un numero. Potrei sentirmi appagata da tutto questo e così mi sento. Ma poi arriva quella vocina che sussurra e dice: perché hai permesso a un uomo di sotterrarti? perché gli hai permesso di dirti le peggio cose, di farti credere che non eri all’altezza quando il primo a non esserlo era lui? perché ti sei fatta schiacciare? perché ti sei sentita la sua vittima? perché non ti sei ribellata? Per colpa sua, hai pagato tu stessa, ti sei chiusa nelle tue insicurezze e paure, hai escluso tanto dalla tua vita. Ti sei data il tempo per guarire, ma hai anche chiuso porte e finestre per farlo. Perché è stato così facile credere a qualcuno che ti sotterrava, mentre fatichi ad accettare di essere desiderata e voluta? Perché è sempre più facile cedere alla critica e non al complimento?

Spesso e volentieri veniamo cresciute in contesti familiari che non ci accettano per quello che siamo. Non ho mai sentito mia madre farmi un complimento. Non ho mai ricevuto apprezzamenti per la persona che ero, ma solo per quella che dovevo essere. La brava bambina che ubbidiva, che ascoltava, che faceva quello che le si chiedeva. Ma quando la bambina alzava il tono della voce, indossava quello che le piaceva, frequentava le persone che voleva o scriveva usando il proprio linguaggio, non era più amabile, non era più lodabile, non era più quella che ci si aspettava. Diventava un essere un umano fuori dal controllo, con la sua testa e le sue scelte, che al 90% erano l’esatto contrario di quanto le era stato insegnato. Così quando ho scelto chi tenere accanto a me, chi portare tra le mura familiari, ho scelto la persona che sembrava più sensata, più adeguata a quel linguaggio in cui non contava la mia lingua o il mio pensiero, ma che andasse bene, che si inserisse bene. Ma non è andata bene comunque, non andava bene. Non era all’altezza. Così nel conflitto con me stessa, ho aggiunto anche l’ennesima tessera scombinata della mia vita.

Vorrei cancellare certi fantasmi del passato, ma credo rimarranno sempre a ricordarmi che c’è stato un tempo in cui ero una persona diversa. Sottomessa, ubbidiente, insicura, a tratti lo sono ancora ma ho anche lavorato tanto per fare in modo che non mi segnasse come in passato. Rimango ancora interdetta quando un uomo si dice attratto da me, e mi chiedo come sia possibile. Difficile accettare di piacere quando in automatico la prima a non piacersi sono io. Ma esiste anche quel desiderio nel fare in modo che non finisca sempre alla stessa maniera. A volte, per quanto difficile, è bene che il cambiamento venga imposto, senza avere il tempo di contestarlo, di permettere alla paura di avere il sopravvento. A volte è semplicemente bene lasciarsi vivere.

Bonne année!

Mentre celebro questo inizio anno con la seconda ruota bucata nel giro di due settimane, saluto anche queste meritate vacanze che tanto hanno portato benessere al mio stato mentale.

Saluto le mattinate lente, le colazioni pigre, la lettura di prima mattina, le giornate senza orari, i pasti quando capita, le giornate scalza in casa. Saluto i pisolini pomeridiani, le amiche per un caffè, un aperitivo o una cena e gli incontri insoliti di questo inizio d’anno.

Forse è tempo anche di salutare qualcuno che da tempo non chiamo, non cerco e che dal canto suo ha deciso di cancellarmi definitivamente dalla sua vita. Qualcuno che ho sempre reputato importante nella mia di vita ma che ha mostrato solo di essere una brutta copia di un essere vivente. Qualcuno che ho caricato di valore e di significato, senza valutare che forse il mio punto di vista era errato. Qualcuno per cui fino ad ora ho speso fin troppe parole e che merita di essere messo da parte con un bel calcio sonoro.

Non credo che l’anno che si apre davanti a me sarà migliore di altri. Sarà come tanti lasciati alle spalle ma forse troverà una me diversa, più serena, meno negativa, sicuramente più disposta a mettersi in gioco. Una me che non fa programmi ma che ha voglia di lasciarsi un po’ vivere, di vedere quello che accade, di lasciare che a volte qualcosa succeda o magari che non capiti nulla. Una me che con il tempo ha imparato a non agire, a non forzare, ad attendere, a diventare consapevole che a volte è bene lasciarsi vivere. Non diventerò migliore né peggiore di quella che ora sono e la vita non si rivelerà in tutto il suo splendore. Ci saranno giornate in cui sarà bene tenere la testa bassa, altre in cui potersi rilassare, altre in cui sopravvivere.

La certezza è che con il tempo le risposte arrivano, i cambiamenti si attuano. Esistono forze che sono già in moto, a cui dover concedere il tempo e lo spazio per realizzarsi. Mai come oggi il tempo rappresenta per me la vera forza, lento, contrario, avverso, fortuito, favorevole, rigenerante, comunque esso decida di svelarsi.

Un anno dopo…

Sono stata stupida! Gli elementi erano davanti ai miei occhi, ma non volevo vedere. Ho ascoltato, ho creduto alle parole, ma non coincidevano con la realtà. Era tornato solo perché era solo, perché era spaventato, perché non era in grado di affrontare la realtà.

Dopo un anno, vorrei cancellare questa parte della mia vita, questo errore nel credere in qualcuno a cui non importava nulla di me. Vorrei alzarmi la mattina senza pensare a quanto sono stata accomodante, accogliente, acconsenziente. Vorrei dimenticare per sempre quanto ho dato e quanto poco ho ricevuto. Vorrei cancellare dalla mia testa tante, troppe cose che sono accadute ma che poi sono state negate.

E’ difficile alzare nuovamente la testa, quando tanto di te è stato dato e forse non hai più il coraggio di riprovarci, di crederci di nuovo. La mente fa strani scherzi. Ti obbliga a pensare che andrà sempre alla stessa maniera, che cadrai nuovamente nella stessa trappola, che non hai imparato nulla dai tuoi errori, perché in certi casi riesci solo ad avere cuore e il resto passa in secondo piano. L’unica cosa certa è che qualcuno il cuore non l’ha messo proprio, non sa nemmeno che cosa sia. Qualcuno cammina avanti a sé imperturbabile e questo fa rabbia. Niente ha cambiato la sua direzione, non ha avuto cedimenti, ti ha fatto sapere anzi di essere tranquillo, di stare bene, mentre con un calcio ti ha allontanato dalla sua vita, a rimarcare il fatto che di te non gli importava nulla. Non ha dato spiegazioni se non che eri tu la parte sbagliata.

Dopo un anno, la ferita riemerge, ma non per ricordarti quanto ti manca, ma per ricordare a te stessa quanto tu ti manchi, quanto tu hai schiacciato dentro, hai bloccato, hai messo da parte, hai lasciato perdere. Il tuo cervello ti ricorda un dolore che non sei stata tu a provocarti, ma qualcuno che si è approfittato della tua disponibilità e che si faceva paladino di correttezza. E poi dov’è finita? Non si è vista, non si è palesata, non c’era. L’hai attesa per tanto tempo. Non c’era. Paghi le conseguenze dell’errore di altri, del male di altri, del malessere altrui. Forse quello che più ferisce ora, è dover ritrovare ancora te stessa, sotterrata sotto le macerie altrui, sotto tutto quello che ti è stato detto e a cui hai creduto.