Guerriera

Probabilmente funziona così. Tu aggiusti una cosa, la sistemi, la metti a posto, ma lei non rimarrà lì così. Non resterà perfetta come la vorresti tu. Succederà qualcosa che la romperà nuovamente, che la rovinerà, che cambierà lo stato di cose che tu cerchi disperatamente di sistemare. Accadranno e si succederanno situazioni che tu non potrai controllare. Forse non riuscirai sempre a reagire come vorresti perché non sei nata guerriera. Non sei nata per difenderti quotidianamente, per stare in allerta. Sei una persona, un essere umano. Vorresti dire questo a tua madre che ti cerca mentre visiti il Musée de Beaux Arts di Dijon e ti dice che alla banca serve il PIN, ma lei non sa che numero inserire. Vorresti dirlo a quell’amica che ti osserva da lontano e vede solo una parte della tua vita, mai quello che sta dietro, mai il retroscena della tua esistenza, tanto da permettersi di prenderti in giro, di promettere e di non mantenere, regalandoti la sensazione di solitudine. Ma sai che in fondo nessuna di loro due capirebbe, l’empatia non è propriamente un dono che è stato fatto loro. Ma forse la prima e unica a cui devi ripeterlo sei tu: non sei guerriera. Sei stata obbligata a diventare tale, le prove della vita ti hanno messo di fronte a quest’unica possibilità. Sei stata obbligata e messa nelle condizioni di non avere altra scelta. Sarà per questo che ti ritrovi impacciata quando, sulla tua strada, incontri un ragazzo che ti porta nei suoi labirinti e per un attimo ti chiede di abbandonare il controllo. Ti vergogni quasi ad ammettere di non averlo saputo mantenere, tu che di solito ce l’hai sempre e lo mantieni pure per chi si permette il lusso di fare quello che le passa per la testa. Tu, che sei affidabile, decidi per un attimo di smettere di pensare e di permettere a qualcuno di farti strada. Fa paura, ma è anche bello. Non sei obbligata a difenderti, non ci si aspetta da te nulla, se non che tu partecipi. Non sei la solita persona di sempre. Mentre lo racconti a quell’unica persona che sa ascoltarti e di cui ti fidi ciecamente, lei tranquillamente ti risponde: non c’è nulla di male, Elena! E’ una cosa bella per te che ti prendi sempre cura di tutti. Per una volta, non hai dovuto fare nulla, ti sei lasciata andare e tu non sai più che cosa significa. Perché da una guerriera ci si aspetta che ci sia sempre, che non molli la presa, che si rialzi sempre, che sia superiore alle situazioni, che sia imperscrutabile, che sappia reagire ma nessuno si domanda se è felice, se è innamorata, se ha voglia di lasciarsi andare o di cadere vittima del romanticismo che la vita ogni giorno offre. Nessuno le chiede se sta bene, basta dirle quanto è bella, quanto è brava e tutto si aggiusta. Basta farle quattro moine per poi pretendere o almeno aspettarsi che ci sia.

Quanto a lungo ti sei dovuta difendere? Quanto hai dovuto fare per metterti in salvo? Per rimanere in piedi? Per non essere spazzata via? Chi vuole il tuo bene dovrebbe così tanto tenere a te da non fare nulla per ferirti, per metterti in difficoltà, per farti perdere fiducia in quanto faticosamente hai conquistato. Chi ti vuole bene non dovrebbe promettere e poi rimangiarsi tutto. Chi ti vuole bene sei tu, che a volte dovresti saperti guardare con occhi un po’ diversi, meno severi, meno duri, meno, molto meno.

Dimissioni

Eccoci qui, il sito dell’INPS, le credenziali, la password scaduta, le istruzioni della segretaria, il modulo che compare. Io e la pagina internet, io il mio contratto a tempo indeterminato e le dimissioni volontarie, io e il dubbio che dura un secondo (sei sicura di volerlo fare?), poi salva e in un attimo la comunicazione è già arrivata. Dal 1 settembre non sarò più lì. Piango, perché con il cuore sarei voluta rimanere, ma a volte non basta, forse fin troppo spesso. Forse è per questo che è tutto il giorno che la testa mi gira. Come sentire un senso di liberazione, la testa che fluttua, qualcosa che se ne va, il senso di vertigine ma anche di incertezza, che fino a poco fa non ho mai più provato. La porta si è chiusa e non si aprirà più.

Non guardo più indietro, l’ho fatto e rifatto in questi ultimi mesi. Ho ripercorso strade, ricordi, risate, lacrime, innumerevoli salite, poche discese, ho vivisezionato momenti, salutato persone e luoghi. Adesso è davvero successo e sembra quasi un sogno. Ho attribuito pesi a situazioni che potevano lievitare come piume. Ho visto il buio senza sapere che ci sarebbe stata ancora luce. Ho vissuto notti insonni per poi ritrovare il sonno ristoratore e non averne abbastanza. Ho conosciuto la solitudine ma ho trovato l’amicizia. E dentro ricomincio di nuovo a scorgere i segni del bisogno di amore.

Un ambiente tossico, che mi ha fagocitato e soffocato. Persone che mi hanno tolto il saluto, si sono voltate come se non fossi mai esistita. La loro vita non è certo diventata migliore della mia.

Basta un click e tutto diventa definitivo. Tutto arriva a una fine. Qualcosa si ferma e qualcosa invece si sblocca, come se fosse più facile respirare, ma soprattutto guardare avanti.

la meta

Scegliere una meta, pianificare il viaggio, prenotare una struttura. E’ sempre una bella emozione! Un viaggio verso qualcosa di sconosciuto, perché quest’anno ho deciso così: un percorso lento, una meta ignota, un posto dove dormire comodo ma particolare. Gli ingredienti per un 6 giorni lontano da tutto. Potrà andare bene, potrà andare male, chi lo sa. Dopo aver passato mesi a rimuginare sul passato, su quello che è stato, a rivedere foto vecchie ancora ieri sera, guardo avanti. Leggo la mail della segretaria che mi dà indicazioni per il licenziamento volontario sul sito dell’INPS e un leggero senso di vertigine mi prende, perché in fondo ho bisogno davvero di questo, di mete sconosciute, di un futuro da costruire, della speranza da tenere viva, di sentirmi ancora in grado di fare, di inventare, con la voglia ancora di sperimentare, di mettermi in gioco, perché in fondo la scoperta è davvero la mia felicità, una porta che si apre sul mondo, che mi porta lontano ma che mi guida verso me stessa. Forse è questo di cui avrei voluto davvero parlare ieri, mentre Silvia mi raccontava del suo anno scolastico, dei colleghi poco limpidi, delle liti e delle discussioni, per poi dirmi che ci è uscita a cena, che è andata pure a ballare, e che passerà anche qualche giorno di vacanza con loro. Avrei voluto dirle che sto bene, che non mi pesa prendermi cura dei miei nipoti, che non lo trovo tempo non dedicato a me. Avrei voluto raccontarle delle mie avventure Tinder, degli scalcagnati che incontro ma che tutto sommato, riesco a gestire. Avrei voluto dirle che non sono arrabbiata se la vita non mi ha dato quello che volevo, anche se le cose non vanno come desidero e non rispondono perfettamente alle mie esigenze. Avrei voluto dirle che se al parco ci fossero stati dei bimbi non sarebbe stato un problema. Ma il mio pomeriggio e parte della serata li ho passati ad ascoltare lei, con qualche intermezzo in cui raccontavo qualche aneddoto mio, tanto che alla sua proposta di raggiungerla fuori città per una giornata in piscina, la mia mente ha reagito con un no. A volte l’affetto non basta, e nemmeno l’interesse. Bisogna avere voglia, sentire quella molla che scatta dentro e ti spinge a raggiungere l’altro. Bisogna sentire il desiderio di mettersi in contatto, di incontrarsi su un terreno comune ed ascoltarsi. A volte sarebbe opportuno guardare nella stessa direzione, trovare momenti di condivisione, mettere da parte il passato e ascoltare il presente. Ed è ancora più vero che l’incontro dell’altro può essere un viaggio, una meta da cercare, da lasciare in attesa, da disertare per un po’ per poi tornarci con più voglia e più energia, oppure scoprendo che qualcosa si è spento per sempre. Facciamo viaggi nei sentimenti ma non sempre sono fortunati, o portano dove avremmo sperato, è certamente più semplice lasciare andare che non cercare insieme ma è anche vero che è inutile forzare, a volte si rischia di spegnere definitivamente quel buono che ancora può esserci.

Il porto sicuro

Per anni ho ricercato negli altri il mio porto sicuro. Costruivo relazioni intorno alle persone. Incontravo uomini e in un attimo la mia vita girava intorno a loro. Nutrivo amicizie in cui le protagoniste erano le altre, i loro racconti, le loro avventure e rimanevo nel mio. Ogni volta la mia aspettativa veniva riposta nell’amica di turno, nel fidanzato del momento o nella figura di mio padre. Probabilmente è sempre stato lui il luogo davvero sicuro a cui affidarmi. Colui che non ha mai tradito la mia aspettativa, che non mi ha mai lasciata indietro, che mi ha accompagnata per più di 40 anni. Sono stata fortunata. Diversamente, credo mi sarei persa per strada, senza un modello forte e saldo. La sua assenza ha cambiato gli assetti, mi ha obbligato a diventare adulta, a non chiedere nulla, proprio come faceva lui. Sono stata costretta a prendere atto di una parte di me che non voleva crescere. Il mio porto sicuro sono diventate le scelte che compio ogni giorno, la mia casa che mi accoglie, l’equilibrio che ho dovuto ricercare dentro e che chiede costantemente energia. Ma, quando tutto questo è accaduto, o ha iniziato a succedere, poco per volta molte relazioni si sono appianate. Ricercare l’altro non è più stata la mia priorità. Gli equilibri si sono invertiti, tutto quello che rivolgevo verso l’esterno ha iniziato ad essere la forza che tenevo per me. Quella forza di cui avevo bisogno per stare a galla, per resistere, perché il porto sicuro se n’era andato. Sono diventata io il mio porto sicuro. Intorno a me hanno allora iniziato a costruirsi le maglie di amicizie nuove, persone prive di giudizio nei confronti delle mie scelte, persone che mi hanno accettato per quella che davvero sono, imperfetta. Mi hanno insegnato e fatto comprendere che si può volere bene a qualcuno, anche se non lo si condivide fino in fondo, che a volte non è necessario mettersi sotto processo per ogni cosa, ma basta accettarsi per quello che si è, che non bisogna sempre arrabbiarsi, a volte basta solo esternare quello che si ha da dire, perché a tenerlo dentro può fare danni maggiori. Con gesti semplici mi hanno fatto vedere i miei errori, i miei atteggiamenti, grazie a loro il mio porto sicuro è diventato un po’ più bello, un po’ più colorato, più rumoroso e più disordinato. A volte in fondo avere un po’ di caos dentro, non significa non riconoscere la luce o non vedere quello che si ha intorno, vuole soltanto dire che si ha bisogno che la vita faccia rumore per sentirla veramente viva. In questi anni di drastici cambiamenti ho capito anche che l’armatura è necessaria, ma che non mi proteggerà sempre da tutto, che quel famoso tallone d’Achille rimarrà scoperto a ricordarmi che sono un essere umano, prima di tutto, che non può avere il controllo di tutto, sempre, che non può farcela ad essere sempre all’altezza dell’aspettativa. Fare le scelte sbagliate non significa necessariamente sbagliare tutto, forse vuole stare semplicemente a significare che c’è ancora margine di miglioramento, che c’è bisogno di tempo, che è necessario amarsi, soprattutto quando siamo gli unici rimasti a farlo.

mainagioia

Forse servirebbe una buona dose di buon umore, un’overdose, quella sensazione di gioia totale per cancellare il malessere che covo dentro già da un po’, già da troppo. Servirebbe quella parola detta al momento giusto, quel gesto fatto al momento opportuno, servirebbe dimenticare il male subito, non sentire quella ferita che costringe. Servirebbe guardare avanti senza oppressione. Avere fiducia nel futuro, sentirsi amati e supportati, non cercati per essere schiacciati o soffocati dai problemi altrui. Credo che a volte basterebbe poco, ma sarebbe un poco apprezzato e grato. Sarebbe un modo per lasciarsi alle spalle il malessere per sempre. Sarebbe bello.

Invece oggi mi sento la demolitrice, quella che non riesce a stare da nessuna parte, che ha solo voglia di andarsene, che vorrebbe fare una strage. Ed è vero, voglio starmene per conto mio, voglio leccarmi le ferite, voglio staccare la spina, voglio prendere le distanze perché stare troppo, esserci troppo mi ha fatto male. Allora è meglio allontanarsi. Mettere una distanza materiale ed emotiva da tutto. Perché c’è bisogno di un po’ di pace, di un po’ di calma… di un po’ di benessere.

L’attesa

Mi accompagna ormai da diverso tempo il pensiero che non sia sempre necessario fare.

Ho lavorato per un lunghissimo periodo, interrogandomi sul valore del mio operato, chiedendomi se ero qualificata, se ero all’altezza, se bastava quanto stavo facendo. Mi guardavo intorno e cercavo riscontro di me stessa ma non trovavo nessuno disposto a darmi la risposta corretta. Un bel giorno ho cambiato strada, conosciuto persone nuove, mi sono interfacciata con chi vedeva il mio lavoro e lo apprezzava. Io ero la stessa persona di sempre, facevo quello che avevo sempre fatto ma qualcuno dall’altra parte aveva gli strumenti per comprendere. E’ arrivato senza che io facessi alcuno sforzo. Non ho dovuto cambiare niente di me, nemmeno fare di più. Ero riconosciuta.

Il tran tran della vita porta via certe sensazioni, ma prima o poi tornano sempre. Arrivata al termine di questo nuovo anno, la stanchezza la fa da padrona, ma quel senso di soddisfazione è tornato, appagante. Un lavoro che metto di nuovo in discussione, ma che non mostra cedimenti, tanto che la domanda è se riuscirò a reggerlo.

Allora forse può essere così. Le persone vedono quando hanno gli strumenti per farlo ma soprattutto quando si dà modo all’altro di emergere e di mostrare, senza strafare, senza esagerare, perché in quell’atto di voler metterci anche di più c’è tutta l’insicurezza di non sentirsi mai all’altezza.

Forse non è necessario esserci sempre, specie se non ci sentiamo chiamati in causa, se è facile rimpiazzarci, se è più semplice sminuire, chiudere in un angolo o mettere da parte. A volte è bene lasciarsi vivere, non agire, non dire, non parlare, non, perché in pochi davvero capiranno di che cosa abbiamo bisogno, che cosa stiamo cercando e dove stiamo andando. La maggior parte saprà solo vedere quello che vorrebbe realizzato da noi, senza tenere conto dello sforzo messo, della fatica e del dolore. Perché sono settimane in fondo che alcuni pensieri vengono a galla, un po’ turbolenti, un po’ malinconici, tristi, ma nessuno lo vede o tantomeno lo sente, ovvio, come possono? Quando sono io la prima che lo nasconde, che aspetta che passi, che cerca una soluzione quando proprio non c’è. Non esiste il rimedio per tutto, tantomeno per quello che non siamo noi a decidere o a fare. Allora per quanto difficile, forse è bene imparare a starsene tranquilli, ad accettare di non poter cambiare noi stessi per primi, a guardare le ferite che emergono e a non agire, perché per poter guarire a volte è semplicemente necessario attendere.

Il sipario

Arriva quel momento dell’anno in cui cala il sipario, in cui lo spettacolo sta per terminare, in cui il tempo dedicato si interrompe. Funziona così il mio lavoro. Le ultime verifiche da correggere, le riunioni, le relazioni, i programmi, i giorni d’esame. Poco per volta si rallenta. Quest’anno cala un nuovo sipario, una recita durata a lungo. Uno spettacolo iniziato 12 anni fa a settembre, quando la sottoscritta era alla ricerca di certezze e di opportunità di lavoro. Quando sognavo di costruire una vita insieme al mio lui, il coglione, di avere un figlio, di cambiare casa, di creare qualcosa di mio. Non è successo nulla di tutto questo. Forse, come una maledizione, invece di creare, tutto è andato in frantumi poco per volta. Penso spesso alla me piena di speranze, a quella me che ci credeva, che non mollava, che chiedeva a se stessa. Penso con malinconia e anche un po’ di rabbia a quella persona che non si è data per vinta, se non quando è stata costretta. Col senno di poi, le suggerirei da dietro le quinte di prendersela con calma, di non desiderare a tutti i costi, di lasciare andare chi non vuole rimanere e di non chiedere così tanto a se stessa. Ma si sa il senno è di poi.

L’unica cosa che sono in grado di fare quest’anno è di chiudere davvero lo spettacolo iniziato 12 anni fa, di salutare con tanta tristezza un capitolo della mia vita che mi ha tolto, che non mi ha reso migliore, che mi ha schiacciato e a volte impedito di respirare. Sono rimasta perché pensavo di essere sbagliata, pensavo di essere io a non funzionare e in certi momenti è stato davvero così. Sono rimasta perché non ho guardato quello che ricevevo ma badavo a quello che facevo. Sono rimasta e ho avuto le mie buone ragioni per farlo. Volevo andarmene, ma non sapevo come. Poi un giorno mio padre è morto. Un giorno mi hanno chiesto se volevo provare ad insegnare anche altrove, e quell’altrove, quell’altro luogo sconosciuto mi è sembrato più stimolante, forse anche meno ostile. E’ diventato addirittura un luogo ospitale, un luogo in cui non ero parte dell’arredamento, in cui venivo valutata per quello che facevo. E quella me che ero non mi è più piaciuta così tanto. La rabbia, covata per tanto tempo, il malessere, l’ansia, non credere più in nulla. Sentirsi isolata, allontanata, disprezzata. Probabilmente per decidermi avevo bisogno di tutto questo, diversamente sarei rimasta ancora lì. Sento ancora la sensazione addosso del dito puntato contro, delle battute alle mie spalle, dei silenzi di facciata.

La vera me invece è triste, perché si conclude un periodo della sua vita. E’ triste perché ne sentirà la mancanza, perché tanto è andato male, perché ha dovuto salutare una parte della sua vita per sempre, perché ha sofferto e le persone l’hanno ferita con la loro indifferenza e superficialità. E’ triste perché il tempo scorre e inevitabilmente regala ma toglie anche tanto. Piange perché quella strada nota non lo sarà più. Perché separarsi non è mai un bel momento. Non guarda al futuro perché ha solo voglia di farsi avvolgere dalla tristezza, percepirla addosso e poi lasciarla andare, senza tornarci sopra. La donna che sono oggi saluta la ragazzina di allora, le dice comunque grazie per averci creduto, per averla portata lontano, in salvo, attraverso mille peripezie, mentre il mondo le crollava addosso e non c’era modo per difendersi. La perdona per non essersi voluta abbastanza bene, il tempo ha lasciato cicatrici profonde. Nulla tornerà più come era prima e questo è molto triste.

Il sipario cala, gli attori se ne vanno, ora è il momento di accettare le critiche del pubblico, i fischi, gli elogi e di godersi il meritato riposo dopo tanta fatica.

La luna

Non riesco a comprendere il senso, ma forse mi mancano le basi, mi perdo dei passaggi, o forse non ho davvero gli strumenti per capire.

Camilla si dice preoccupata per me, mentre le racconto dell’ago aspirato e del nodulo benigno che hanno comunque deciso di analizzare. Dice di avere addirittura pianto per me. Poi mi chiama il giorno dopo per farmi sapere che ha fatto una follia, ha comprato i biglietti per ben due concerti, ma io non c’entro nulla, sono per lei.

Agata è depressa, sono mesi che è coinvolta in affari di famiglia che la consumano. Mi è tanto vicina e per tirarsi su e rompere con la routine, ha deciso di andare a ballare ma ovviamente tutto questo non prevede me, così come non vengo coinvolta in altre gite o altre uscite che ha deciso di regalarsi per tirarsi su il morale.

Marco dice di essere preso da me. Mi chiede di vederci, se sono libera, ma poi passa l’intera giornata senza farsi sentire.

Uso nomi fittizi, perché è inutile dare un nome vero a sentimenti o interessi che non lo sono. E’ inutile dare un peso a chi questo peso non te lo dà. Io poi sono esperta nell’ascoltare chi non ascolta me. Sono la regina delle relazioni che non vanno da nessuna parte. Sono esperta in amiche che ti rubano l’ossigeno ma non lo alimentano mai, o in uomini che prendono quello che fa loro comodo ma non vogliono avere niente a che fare con te.

Sono quella cosa verso la quale non esiste nessun vero interesse. Sono l’intrattenimento, ma non il valore aggiunto. Sono quella persona che fa comodo quando non c’è niente altro, quando la sera non c’è niente da fare, quando si ha voglia di uscire ma nessuno è disponibile o quando il peso da sopportare è troppo pesante e allora fa comodo scaricarsi con qualcuno. Io sono quel qualcuno, ma potrei essere qualsiasi altra persona, non cambierebbe nulla.

Però poi si arriva a un punto e quello diventa il punto morto. Il punto in cui il giallo che attende di essere letto diventa più importante di Camilla, Agata o Marco. Il punto in cui non ti va più tanto di esporti, di metterti in gioco, perché alla fine resti da sola. A nessuno va di giocare con te. Forse non sei abbastanza interessante o forse sono loro a non avere abbastanza interesse per te, perché in fondo sei interscambiabile, sei sostituibile, in fondo pecchi sempre nel tuo difetto più grande: essere affidabile. Perché di fronte a un’amica in difficoltà non hai mai detto di no, per poi vederti voltare le spalle, quando quella in difficoltà eri tu. Non sai essere troppo diversa da te stessa, ma è anche vero che in certi momenti è bene dare un taglio, anche se non vorresti, anche se va contro la tua natura, perché a lungo andare quel sentimento sbandierato troppo a lungo è diventata l’arma con la quale ti sei fatta troppo male. La pazienza non è stata premiata e nemmeno l’ascolto. Neanche essere affidabile. Nemmeno mostrare sentimenti veri. Nessuno ha davvero avuto compassione di te o ti è stato vicino, te l’hanno detto, ma tu eri da sola mentre soffrivi, mentre qualcosa di te si spezzava. Loro non ti hanno ascoltata. E a questo punto ti domandi se è davvero esistita la parola amicizia e se le avete dato lo stesso significato.

Vorresti qualcosa di più. Camilla che ti dice: ho fatto una follia, ho preso anche per te i biglietti, ci sei vero? Agata che va a ballare e ti chiede se vai anche tu. Marco che ti cerca e poi si fa pure vedere, perché ha voglia di provare per vedere come va. In fondo non chiedi la luna.

I can buy myself flowers

Impariamo dagli errori, dalle porte sbattute in faccia, dalle persone che ci mortificano mentre facciamo il nostro lavoro. Impariamo dalle amicizie perdute, dalle persone che abbiamo accolto nella nostra vita e che poi scompaiono da un giorno all’altro. Impariamo perché abbiamo voglia di farlo, perché ci mettiamo in gioco, perché ci piace capire, sapere fin dove possiamo spingerci. Ma poi arriva quel momento in cui non è più così necessario esporsi fino a farsi tanto male, in cui è bene salvaguardarsi, in cui abbiamo imparato e forse è bene fare tesoro di quanto appreso. Ci sono momenti in cui non è necessario trattenere, riprovare, tentare ma anzi è consigliabile lasciare andare, mettere da parte, dimenticare, perché tanto basterà aprire quel cassetto perché tutto riprenda forma, come se ieri fosse esattamente oggi.

Avanti, dice il mio oroscopo oggi. E’ l’oroscopo che scrivo io, che decido di ascoltare, il consiglio che do a me stessa in questa giornata di pioggia infinita, di cieli grigi, di lacrime di nostalgia. Avanti, guarda avanti e applaudi a te stessa. C’eri tu in quella sala d’aspetto, mentre l’infermiera ti chiamava. C’eri tu, mentre ti dicevano di aver trovato un nodulo ma che era benigno. C’eri tu nelle tue lacrime, in quell’incubo già vissuto. Applaudi te stessa, perché da qualche parte, dentro di te, trovi sempre la forza per andare avanti. You can buy yourself flowers, write your name in the sand, talk to yourself for hours… you can take yourself dancing and you can hold your hand…

Oggi le stelle, coperte da mille nuvole, mi dicono che è giusto così, che poteva andare diversamente, che ci siamo fatti del male, che il dolore è stato come un mantra, come un’abitudine, ma che è stato anche bello perderla, dimenticarsi di essere nessuno e considerare qualcun altro nessuno. Qualcuno che non ha ancora imparato. Qualcuno che ancora sottolinea il tuo sbagliare, perché se avessi fatto diversamente, le cose avrebbero potuto prendere una piega diversa. Ma forse era la piega giusta, la corretta curvatura, la cosa giusta da fare.

Andarsene, girare le spalle, guardare altrove, cambiare strada, allontanarsi. Era davvero la cosa giusta da fare.

sabato mattina

A volte proprio non ce la fai. Vorresti rialzarti, vorresti uscire da quella fase grigia nella quale sei precipitata. Vorresti che tutto tornasse come prima, perché in fondo non stavi così male. Ma quella sveglia, imperterrita, suona tutte le mattine, e il ritmo non molla, per quanto provi a rallentare. Sei tu che hai fatto clic, sei tu che hai cambiato modulazione di frequenza, sei tu che hai ascoltato il cuore battere, tuo fratello preoccupato. Sei tu che ti alzi di notte, che prendi le gocce e affronti una nuova giornata, un po’ più spenta, un po’ più pacata.

Andavi, un meccanismo perfetto, rodato. Non una piega. O forse le coprivi solo, quelle del tuo cuore, delle tue malinconie, che a primavera tornano tumultuose. Sei tu che avresti voluto delle risposte, ma hai dovuto abbassare la testa ed evitare. Sei tu che conosci te stessa meglio di chiunque altro e sai di te i tuoi silenzi, le tue paure, le tue fatiche.

Vorresti, perché è nella tua natura, ma non ce la fai. Il tuo corpo, ma soprattutto la tua testa dicono: “rallenta, non c’è fretta, non è ancora il momento!”. Devi preservarti fino al termine di questa avventura, di questa fetta della tua vita che se ne va, consumandoti, ma anche regalandoti una persona nuova, diversa, distante da quella che conoscevi un tempo.

Guardati intorno e accetta di te l’essere imperfetto che sei. Accetta di essere Morgana, quella parte più remota di te, che sai di avere. Accetta di non essere amata, di non essere capita, di non essere voluta, di essere messa da parte. Accetta di rimanere immobile e aspettare che arrivino altri tempi, che soffino altri venti, che il mondo ti mostri una faccia migliore. Prenditi il tempo per dormire, per stare ferma, per compiere movimenti lenti, per non alzare la testa, ma stare in un angolo, forse qualcuno ti verrà a cercare, forse qualcuno si ricorderà che esisti. Forse non succederà proprio nulla. Ma a volte non c’è niente di male in tutto questo.

Non è sempre necessario fare qualcosa perché qualcosa accada. Non serve sempre correre per arrivare. La vita scorre lo stesso, rallentando o accelerando, senza che ci adeguiamo ad essa.