Ed eccolo che arriva, l’invito! Puntuale come un orologio svizzero, anzi mi ha già preso il biglietto per evitare che poi non trovi posto. Lui ha scritto uno spettacolo teatrale, bellissimo (avevamo dubbi?), lei lo ha seguito nella stesura del copione, nella scelta degli attori, nella messa in scena, nella produzione, nelle prove, insomma in tutto, e adesso si va in scena! E io non posso mancare. Proprio io che sono stronza e che pensavo di glissare su questa première, un po’ perché sono ignorante, un po’ perché avrei evitato, un po’ perché lui proprio non lo sopporto e nemmeno lei quando parla di lui. Non sono gelosa. Non si tratta del fidanzato che mi ruba l’amica di sempre, si tratta del marito che vive in simbiosi con la propria moglie coinvolgendola in molte cose che a lei non andrebbe di fare e che la fa lavorare quando lei avrebbe bisogno di riposarsi, di godersi la vita, di togliersi di dosso sta depressione che l’affligge. Però… però… sono arrivata anche a pensare che, alla fine, è lei che lo vuole così. In fondo è sempre una lode sperticata nei confronti di lui, essere quasi perfetto, intoccabile, irraggiungibile, ineguagliabile. In fondo sarebbe bello essere amati così, a me sembrerebbe strano, non sono abituata al fatto che le persone non trovino difetti in me, io per prima li enumero con sicurezza. Invece lui no. Lui non fa una piega.
Così mi tocca, a fine mese, il 28 per la precisione, e non ho nemmeno impegni quella sera! Nemmeno un consiglio di classe che finisca troppo tardi, una lezione di danza, la festa di fine anno. Niente! Sono tristemente libera.
Per quasi un anno non si è fatta sentire, non voleva deprimermi con i suoi problemi. Diceva di lavorare e basta, poi ho scoperto che intervallava con aperitivi, cene e uscite con colleghe più o meno note. Non sono gelosa. Ne prendo atto, la mia compagnia non le garbava, ci sta. Non si può sempre andare bene. Poi se c’è lui, ci deve essere anche la parte maschile, infatti mi sembra di non aver più sentito parlare dell’altra amica single della situazione. Mai un caffè, mai una birra, mai un bicchiere di vino. Nel frattempo la mia vita è continuata. Sono uscita con almeno una decina di persone diverse, ho fatto grandi cazzate, commesso molte stupidaggini, forse nemmeno abbastanza. Ho litigato, poi ho fatto pace, poi ho detto basta, poi ho ripreso. Non ho concluso nulla, non ho un compagno accanto, ma il lunedì di Pasqua uscivo a cena (uscita disastrosa!) mentre lei correggeva verifiche e allora qualche domanda me la sono fatta e mi sono risposta: meglio così Elena. Meglio fare tanti casini che depressa e scontenta. Meglio sola che scontata per l’uomo che ti siede accanto. Meglio! Meglio tutto quello che è stato fino ad ora. In fondo quel giorno in ospedale, mentre ti facevano l’ago aspirato perché ti avevano trovato un nodulo, te lo sei detta: quest’anno hai già fatto tante cazzate, forse dovresti farne di più. Lei quel giorno piangeva per me, o forse piangeva per sé, per la paura che potesse capitare anche a lei, oppure no, probabilmente ci tiene davvero, ma non si può sempre tenere un rapporto appeso a un filo con delle mollette tutte sbreccate, facendolo ciondolare al vento e chiamandolo amicizia, perché prima o poi una ventata più decisa o la molletta un po’ molle, lo faranno cadere, facilmente si sporcherà e la macchia magari non andrà nemmeno via a ricordare di quella volta che è stato lasciato lì per mesi, in sospeso. Non si può sempre pensare che la persona che ti ascolta, sia poi sempre disposta a farlo, e a farlo, e a farlo ancora, mentre tu vivi, senza mai renderla partecipe della tua vita.
Sarà per questo che oggi mi sento così, un po’ svuotata, un po’ triste, un po’ malinconica. Sono stata fatta ciondolare al vento per troppo tempo, e non è la prima volta, e non è la prima persona che lo fa. Prima c’era altro, poi venivo io, e ci sta. Non tutti siamo nati per essere amici, e sinceramente di qualcuno che si sforzi di fare l’amico, non ne ho bisogno. Avrebbero potuto esserci occasioni di risate insieme, di momenti condivisi, di ricchi premi e cotillons, ma non sono stata contemplata. Quindi arriverò a teatro, guarderò lo spettacolo estasiata, sorriderò e uscirò. Non uscirò di scena, platealmente, farò quello che faranno tutti senza mostrare particolari emozioni. Saluterò, ringrazierò per l’invito, ma poi qualcosa calerà dentro di me. In fondo mi conosco, certe ferite restano, si possono cicatrizzare, ma stanno sempre lì a ricordarci di quella volta in cui pensavamo, credevamo, eravamo convinte e adesso non lo siamo più.