L’invito

Ed eccolo che arriva, l’invito! Puntuale come un orologio svizzero, anzi mi ha già preso il biglietto per evitare che poi non trovi posto. Lui ha scritto uno spettacolo teatrale, bellissimo (avevamo dubbi?), lei lo ha seguito nella stesura del copione, nella scelta degli attori, nella messa in scena, nella produzione, nelle prove, insomma in tutto, e adesso si va in scena! E io non posso mancare. Proprio io che sono stronza e che pensavo di glissare su questa première, un po’ perché sono ignorante, un po’ perché avrei evitato, un po’ perché lui proprio non lo sopporto e nemmeno lei quando parla di lui. Non sono gelosa. Non si tratta del fidanzato che mi ruba l’amica di sempre, si tratta del marito che vive in simbiosi con la propria moglie coinvolgendola in molte cose che a lei non andrebbe di fare e che la fa lavorare quando lei avrebbe bisogno di riposarsi, di godersi la vita, di togliersi di dosso sta depressione che l’affligge. Però… però… sono arrivata anche a pensare che, alla fine, è lei che lo vuole così. In fondo è sempre una lode sperticata nei confronti di lui, essere quasi perfetto, intoccabile, irraggiungibile, ineguagliabile. In fondo sarebbe bello essere amati così, a me sembrerebbe strano, non sono abituata al fatto che le persone non trovino difetti in me, io per prima li enumero con sicurezza. Invece lui no. Lui non fa una piega.

Così mi tocca, a fine mese, il 28 per la precisione, e non ho nemmeno impegni quella sera! Nemmeno un consiglio di classe che finisca troppo tardi, una lezione di danza, la festa di fine anno. Niente! Sono tristemente libera.

Per quasi un anno non si è fatta sentire, non voleva deprimermi con i suoi problemi. Diceva di lavorare e basta, poi ho scoperto che intervallava con aperitivi, cene e uscite con colleghe più o meno note. Non sono gelosa. Ne prendo atto, la mia compagnia non le garbava, ci sta. Non si può sempre andare bene. Poi se c’è lui, ci deve essere anche la parte maschile, infatti mi sembra di non aver più sentito parlare dell’altra amica single della situazione. Mai un caffè, mai una birra, mai un bicchiere di vino. Nel frattempo la mia vita è continuata. Sono uscita con almeno una decina di persone diverse, ho fatto grandi cazzate, commesso molte stupidaggini, forse nemmeno abbastanza. Ho litigato, poi ho fatto pace, poi ho detto basta, poi ho ripreso. Non ho concluso nulla, non ho un compagno accanto, ma il lunedì di Pasqua uscivo a cena (uscita disastrosa!) mentre lei correggeva verifiche e allora qualche domanda me la sono fatta e mi sono risposta: meglio così Elena. Meglio fare tanti casini che depressa e scontenta. Meglio sola che scontata per l’uomo che ti siede accanto. Meglio! Meglio tutto quello che è stato fino ad ora. In fondo quel giorno in ospedale, mentre ti facevano l’ago aspirato perché ti avevano trovato un nodulo, te lo sei detta: quest’anno hai già fatto tante cazzate, forse dovresti farne di più. Lei quel giorno piangeva per me, o forse piangeva per sé, per la paura che potesse capitare anche a lei, oppure no, probabilmente ci tiene davvero, ma non si può sempre tenere un rapporto appeso a un filo con delle mollette tutte sbreccate, facendolo ciondolare al vento e chiamandolo amicizia, perché prima o poi una ventata più decisa o la molletta un po’ molle, lo faranno cadere, facilmente si sporcherà e la macchia magari non andrà nemmeno via a ricordare di quella volta che è stato lasciato lì per mesi, in sospeso. Non si può sempre pensare che la persona che ti ascolta, sia poi sempre disposta a farlo, e a farlo, e a farlo ancora, mentre tu vivi, senza mai renderla partecipe della tua vita.

Sarà per questo che oggi mi sento così, un po’ svuotata, un po’ triste, un po’ malinconica. Sono stata fatta ciondolare al vento per troppo tempo, e non è la prima volta, e non è la prima persona che lo fa. Prima c’era altro, poi venivo io, e ci sta. Non tutti siamo nati per essere amici, e sinceramente di qualcuno che si sforzi di fare l’amico, non ne ho bisogno. Avrebbero potuto esserci occasioni di risate insieme, di momenti condivisi, di ricchi premi e cotillons, ma non sono stata contemplata. Quindi arriverò a teatro, guarderò lo spettacolo estasiata, sorriderò e uscirò. Non uscirò di scena, platealmente, farò quello che faranno tutti senza mostrare particolari emozioni. Saluterò, ringrazierò per l’invito, ma poi qualcosa calerà dentro di me. In fondo mi conosco, certe ferite restano, si possono cicatrizzare, ma stanno sempre lì a ricordarci di quella volta in cui pensavamo, credevamo, eravamo convinte e adesso non lo siamo più.

Assediata

Assediata. definirei così il mio rapporto con il lavoro quest’anno. Io che cerco di difendermi mentre mi viene domandato di svolgere la qualunque. Nove mesi in cui la mia disponibilità è stata scambiata per totale arrendevolezza alle richieste fatte a qualsiasi ora, in qualsiasi situazione, rispondendo sempre di sì. Un sì che è sempre velato da una punta di amarezza e da una rabbia che mi logora dentro. Io che speravo di avere un anno leggero, di poter vivere con più spensieratezza il lavoro, mi sono ritrovata prigioniera, in trappola, senza via d’uscita, con un senso di ansia che mi soffoca. Le pause dal lavoro hanno rappresentato un modo per riprendere fiato e ritrovare la dimensione con me stessa. In questo tempo di ponti e ponticelli, mi sono ricordata delle decine di kilometri macinate lungo il Po, come un ricordo lontano, qualcosa appartenente a un’altra galassia. Ho ripreso a camminare, chiedendomi perché avessi smesso di farlo, rispondendomi che non poteva essere diversamente visto il livello di stanchezza accumulato. Quei diecimila passi che erano diventati il mio mantra quasi giornaliero sono diventati un miraggio a discapito della mia salute, a favore del mio malessere e di ore in cui riprendevo fiato tra attacchi di tachicardia e stanchezza cronica.

Quasi in vista della fine di quest’anno, le considerazioni sono tante e confuse. La prima è che passino veloci i giorni che restano, come se potessi accelerare il tempo. La seconda è che così non va bene, non ci siamo, bisogna rifare nuovamente il punto della situazione. Soprattutto bisogna ridefinire gli spazi, o meglio, allargare i miei e restringere quelli altrui. Rivedere le priorità e chiudere certe porte lasciando aperte quelle di emergenza. Ma soprattutto guardarsi intorno, valutare altro, prendere in considerazione strade che ormai pensavo accantonate.

Aosta

Camminiamo insieme per la città, è una bella giornata di sole. Contro ogni pronostico non piove. Ci accolgono l’aria fresca e le montagne innevate. Lei la conosce bene, ci è stata più volte, fin da ragazza, dice che è uno dei posti che ama di più al mondo, forse perché di mondo ne ha visto molto poco, ma poi aggiunge: ” Era quel periodo della vita in cui credi che sia tutto possibile, in cui sogni. “. Questo me la dice lunga sul periodo che sta attraversando.

Oggi siamo qui per una passione comune, la serie di Rocco Schiavone. Da qualche anno ormai ci siamo appassionate e lui è ormai un nostro eroe immaginario. Percorriamo il decumano che attraversa la piccola città, riconoscendo alcuni luoghi, alcune possibili ambientazioni. Lei mi racconta che ci è stata spesso quando inseguiva i giocatori di calcio e si innamorava di loro. Mi dice di aver letto anche lei sulle rovine romane, al momento non accessibili per restauri. Immancabile è già arrivata la chiamata del marito che la avvisa che può usare la Tessera Musei, ha anche il compito di comprargli la bottiglia di Genepy proprio in quel negozio in cui sono già stati insieme. L’ombra del coniuge anche per oggi non ci abbandonerà.

Aosta è una cittadina tranquilla., molto tranquilla, pure Rocco Schiavone lo sa, lui che ci è stato mandato per punizione, lui romano di Trastevere, lui protagonista di un noir dal sapore mediterraneo, pur ambientato tra i monti. La città non lo sponsorizza, proprio come non lo riconosce nella serie. Si capisce che essa è ambientata qui dalla collezione di romanzi di Manzini presente nelle librerie, ma poi tutto finisce lì. In fondo lui è il vice questore romano circondato dalla sua squadra composta da uomini del centro-sud, in cui l’unico autoctono finirà per essere il poliziotto corrotto. Non una bella pubblicità per una cittadina politicamente corretta ma dove la ‘ndrangheta ha messo comunque le sue mani. Mi ricorda molto il luogo in cui sono nata: molto ordinato, molto educato, dove in fondo mi sono sempre sentita poco a casa.

Mentre camminiamo, lei mi racconta. Non la vedo da agosto, oggi siamo qui perché sono stata io a proporglielo. Pasqua e pasquetta li ha passati a correggere e buttare giù la stesura del bellissimo copione che ha scritto lui, Ale (per me Ale Ale!). Trattengo qualsiasi tipo di commento perché tra moglie e marito non si mette il dito, ma dentro lo mando a fanculo, perché le sta togliendo l’aria. Non solo lavorano nello stesso posto, insegnando le stesse materie nello stesso grado di scuola, incontrando le stesse persone, ma portano avanti lo stesso progetto nelle ore extracurricolari e anche in quelle che dovrebbero essere dedicate al riposo, alla vacanza. Così, accompagnate da una bottiglia di Traminer, lei tira fuori la sua stanchezza, la sua depressione, il suo malumore per una situazione di salute familiare piuttosto incresciosa, condendola con tutte le frustrazioni lavorative del caso, senza mai citare lui, il suo sposo, l’eroe incontrastato della sua vita. Mi racconta di essere sempre stata remissiva con suo padre e suo fratello pur disprezzandoli per il loro modo di fare, ma a me sembra che le cose non siano molto cambiate nel nuovo nucleo familiare che ha creato, forse solo un trasloco.

Probabilmente aiuta il fatto che camminiamo, che giriamo per piccole caffetterie caratteristiche, per negozietti di souvenirs, osservando il paesaggio, fermandoci al sole, assaporando il profumo di primavera e godendoci la compagnia reciproca, perché in fondo ci vogliamo bene. Sarà per questo che passo sopra ai mille racconti di cene con amici, aperitivi con colleghi o serate a teatro, senza mai essere stata coinvolta. D’altronde sono amica sua, non di Ale Ale. Non è nella mia natura portare rancore, ma non posso dire che mi faccia piacere. Ho pensato spesso a lei, cercandola. Ma questa bella giornata credo rappresenti un punto e a capo per me.

Visitiamo il criptoportico, veramente suggestivo. Ci aggiriamo ancora per qualche viuzza più defilata mentre il sole poco a poco scivola dietro le montagne e poi raggiungiamo l’auto. Lei mi propone un’altra gita per le prossime vacanze estive, ma oggi è il 24 aprile e tempo ce ne sarebbe per poter fare molte cose, prima di allora, ma credo che con oggi sia scaduto il mio tempo, il mio momento, la sua giornata d’aria, la speranza di qualcosa di diverso, forse più semplice tornare a qualcosa di più familiare, anche se meno stimolante che provare a sognare ancora, perché in fondo non si finisce mai.

Viaggiamo verso casa e ci accompagna il meraviglioso spettacolo delle Alpi, ma lei non lo guarda, se lo facesse forse respirerebbe, sarebbe bello anche ascoltare della musica, ma forse sarebbe troppo, rischierebbe di pensare che le cose possono cambiare, che ci sono tante cose belle da fare, vedere o scoprire ed eviterebbe di chiudersi a riccio nel suo mondo. Ma in fondo a qualcuno piace crogiolarsi nella propria infelicità, la trova più accogliente, più familiare. Tante volte le ho consigliato di parlare con qualcuno ma Ale Ale non vuole e se lui non vuole non si fa, come andare alle terme che sono troppo care. La riaccompagno a casa e la saluto, sapendo che non è solo una buona serata ma molto di più. Perché a stare lì ed essere testimone della sua infelicità senza poter intervenire, mi si spezza il cuore, e rischierei anche di spezzare Ale Ale, perdendo per sempre lei. La saluto così come ho salutato altre persone, sapendo che non le avrei più riviste o che i nostri incontri sarebbero stati saltuari, condite da argomenti di circostanza, da frasi di cortesia e da brevi momenti di condivisione.

Con Rocco Schiavone condivido la sua anima disincantata, gli amici che non sono quelli che lui credeva, la sua solitudine, il suo mancato romanticismo, il suo sguardo e quella voglia di ribaltare il mondo, di mandare all’aria tutto e di andare avanti senza pesi sul cuore, perdonando anche chi lo ha tanto ferito. So quando è tempo di chiudere una porta, lasciando andare, l’ho imparato da tempo, dandomi del tempo, concedendomi lo spazio per afferrare qualcosa che sfugge, quel particolare che non torna, quell’amica che in fondo non ti ha reso mai partecipe, perché se lo facesse forse dovrebbe rimettere in discussione tutto. In fondo siamo energie, ma non tutti sono disposti a sentirle muovere dentro e intorno a sé, qualcuno preferisce vivere pensando a fare quello che ci si aspetta, puntando il dito su chi non fa quello che dovrebbe, illudendosi di sfuggire sempre a quella verità che spinge da dentro, a quel sentire che ci dice le persone che realmente siamo.

Riparto in auto, accendo la radio a tutto volume, cerco di non attraversare con il rosso, anche io in fondo non posso cambiare me stessa.

Quando un amore finisce

Quando un amore finisce, è inevitabile che, tu lo voglia o meno, inizi a fare la stima dei danni subiti. Superata quella prima fase in cui sembra che in fondo vada tutto bene, faranno poi capolino le insonnie, i pensieri nei momenti di tranquillità, le ansie, la mancanza, il silenzio, quel telefono che non squilla, quel messaggio che non è più per te. Trascorrerai del tempo a valutare le singole parole dette, le frasi e le loro intenzioni, cercando l’errore, la spiegazione del perché da un momento all’altro tutto è finito, quando in fondo sembrava che tutto andasse bene. Quell’uomo che non voleva impegnarsi, eri forse tu la causa di tutto? Era colpa tua? Eri tu che sbagliavi nel pretendere, nel chiedere? E allora che cosa avresti dovuto fare? Evitare?

Non conteggio più il tempo perso a rincorrere i miei pensieri, perché già solo il fatto che lo consideri perso significa che in fondo non era necessario. Sarebbero bastate quelle poche semplici parole per risolvere tutto: “scusa”, “mi dispiace”, “ho sbagliato”, “non volevo ferirti”. Il decalogo perfetto del senso dell’altro, del fatto che non possiamo invadere gli spazi altrui e poi fare finta di nulla, andarcene, voltare le spalle, mettere una distanza.

Esiste poi quella pausa che è quasi naturale, in cui dopo averci messo tanto del tuo, eviti, ti ripari, smetti di esporti, ti schermi, ti difendi. E’ certo che non sarai più la persona di prima, sarai quella d’ora in poi.. per quanto qualche retaggio di te rimanga nell’aria, sarai la persona che ha sofferto, che ha metabolizzato, che rimane la stessa ma dentro qualcosa si è spezzato. Ma non ti sei spezzata tu, si è rotto qualcosa in cui credevi, qualcosa su cui avevi investito, qualcosa che forse avevi pure creato nella tua testa, ma in fondo che senso avrebbe essere innamorati se questo non succedesse. Saremmo delle macchine che rispondono a dei comandi, vivremmo di atti e di conseguenze e non ci lasceremmo andare a quella parte incontrollabile di noi che cerca amore, che lo sogna, che lo desidera e che a volte lo rincorre.

Non sei nemmeno sicura che l’amore esista davvero, perché gli errori si sono assommati, perché le parole ti hanno fatto desistere e le azioni ti hanno fatto capire che forse non era la tua strada, che forse non ne avevi diritto, che forse non fa per te. Ma una mattina ti svegli e decidi che ci vuoi riprovare, che la vuoi vivere bene questa volta, che se anche dovesse andare male avrai imparato qualcosa in più, che quella persona che se n’è andata e che tu pensavi fosse l’amore della tua vita, ha sbagliato, ha commesso un grave errore. Ti ha detto che non avrebbe mai più incontrato una donna che lo amava così tanto, ed è vero, non la incontrerà mai più. Nessuno lo amerà più così ma non perché si tratta di lui, ma perché sei tu, sei stata tu quel valore aggiunto alla sua vita che non era in grado di gestire, di guardare negli occhi ed affrontare, anche solo per dire scusa.

Un amore finisce, lascia il segno, porta cicatrici, soprattutto silenzi ma c’è poi sempre quel ma, quell’inizio, quella voglia di ricominciare, quello sguardo nuovo, disincantato, ferito, che in fondo cerca sempre perché sa di sapere amare, sbagliando, inciampando, provandoci sempre.

Wednesday off

Già qualche anno fa, la mia amica Chiara mi confidava come, in segreto da marito, figlia, genitori, colleghi, si fosse ritagliata un piccolo momento per sé rifugiandosi nella biblioteca della cittadina nella quale vive a leggere la rassegna stampa e a dedicare del tempo al culto del silenzio e del distacco dalla routine, complice la scusa di una visita medica. Il tutto era avvenuto in una tipica mattinata lavorativa. Sarà per questo che spesso e volentieri penso a lei il mercoledì mattina.

Da quest’anno infatti il mio mercoledì si tinge di vacanza. Vorrei dire che categoricamente non lavoro, ma in realtà in un breve conteggio ne ho già dedicati almeno la metà ad esso dall’inizio dell’anno scolastico, con mio profondo disappunto. Fatto sta che quando accade che tutto fila liscio e le cose vanno come dovrebbero andare, effettivamente la mia giornata comincia con un altro atout. Per me che ormai da anni soffro di insonnia, poter dedicare qualche minuto in più tra le coperte significa un beneficio non da poco, se poi ci aggiungo la colazione lenta accompagnata da un libro, il mio inizio sembra perfetto. Amo la socialità, uscire, mangiare fuori, andare a ballare, ma ritengo ormai sacro il tempo da passare con me stessa. Forse per questo mi sconvolge che in corsa alla cena di Natale organizzata dalla scuola il penultimo giorno di lavoro, un gruppo di colleghi ancora proponga di trovarsi insieme il giorno successivo per pranzare insieme. Forse sono entrata a tutti gli effetti del decennio dei quaranta, ma la domanda mi sorge spontanea: ma una vita non ce l’avete? Non sentite il bisogno di dedicare del tempo ai vostri cari? Di passare del tempo facendo delle cose che vi facciano stare bene? Di incontrare persone che non siano i vostri colleghi, ma anche solo i primi sconosciuti che incontrate per strada? Non volete provare l’ebrezza di quell’attimo di solitudine in cui siete a confronto con voi stessi e provate a trovare una ragione per esistere svincolata dal contesto?

Dopo anni di corse tra un posto di lavoro e l’altro, tra casa e ospedale, tra lavoro e persone malate, tra routine e preoccupazioni familiari, che poi a detta di tutti se sei single non hai problemi, sono giorni che guardo con ammirazione il mio albero di Natale, fatto una settimana fa, fuori da ogni tradizione, addobbato con un desiderio che non sentivo da anni, perché fagocitata da dieci, cento, mille pensieri. Così ieri mentre rispondevo al bombardamento di messaggi di mia madre, ho realizzato che la mia irrequietezza mi porta lontano, che il mio malessere mi guida verso nuove strade, che quando mi manca il fiato e sento il bisogno di isolarmi dal contesto, è il momento in cui probabilmente ritrovo me stessa. Probabilmente e nonostante tutto, ho bisogno della tempesta per stare a galla, per essere sospinta verso sponde inimmaginate, per scoprire nuovi lati di me e fare pace con la mia instabilità, la mia incapacità di sottomettermi a tutte le regole imposte e per dare un freno a quello che bene non mi fa.

In questo mercoledì che sa di Natale, ma sa anche di pausa, di libri, di coperte, di coccole ma anche di voglia di scoprire, sento di voler fare pace con me. Con quella persona a cui ne capita sempre una, ma perché in fondo se le va a cercare. Vorrei avere una parola buona per il mio carattere spinoso, per le mie paturnie, per i miei scleri, perché mi hanno obbligato a guardare lontano, a guardare altrove, a cercare vie diverse e a scavare dentro di me. Ho percorso una lunga penosa strada, in alcuni momenti sbattere la testa contro il muro mi sarebbe sembrato meno doloroso, ma grazie a questo forse sono riuscita a raggiungere me e a volermi bene.

Mercoledì

Sono le 12:20, varco il cancello d’entrata, entro, nessuno mi dice nulla. Il corridoio è vuoto, tutti in classe, vado in bagno e quando esco la vedo uscire dalla classe, è Sofia. Mi corre incontro e mi abbraccia. Ha quasi le lacrime. Poi escono altre colleghe dalla sala prof, mi abbracciano e poi mi accompagnano verso la 3E, sempre lì, allo stesso posto. I ragazzi non sapevano che sarei passata a salutarli, sono passati quattro mesi da quando ci siamo visti l’ultima volta, senza che sospettassero che me ne sarei andata. Entro in classe, uno scrosciante applauso mi accoglie, sono venuta per un motivo importante: la consegna dei diplomi DELF A1. Li chiamo uno alla volta, ritirano il loro certificato….. e poi non so come me li ritrovo tutti addosso, non riesco a muovermi, non mi mollano, non mi lasciano andare. Mi chiedono di rimanere lì con loro. Mi libero dalla loro morsa e vado in 2E, devo salutare anche loro. Non faccio in tempo ad entrare in classe che Alice mi si aggrappa al braccio, non mi molla, poi arrivano gli altri, a malapena rimango in piedi, il collega non fa una piega, si gode lo spettacolo mentre cerco di calmarli ma dura poco, una seconda ondata di abbracci mi travolge, mi strozza pure. Non riesco a reagire perché in fondo tutto questo significa che ho costruito, che ho seminato e che adesso sto raccogliendo i frutti. Mi reclamano, mi chiedono di non lasciarli. Non voglio fare la falsa modesta, non voglio nascondermi dietro la maschera del perbenismo, sono una brava prof e i miei allievi mi amano. Loro che mi hanno salvato la vita quando era difficile persino alzarsi la mattina. Loro che mi trascinano oltre il mio livello di pazienza e non mi danno tregua. Loro che assorbono i miei pensieri e che cerco di tenere a distanza, ma che poi mi sovrastano. Oggi raccolgo, ho mietuto il mio grano e ringrazio me stessa per quella che sono, nonostante tutto, perché il loro affetto, la loro riconoscenza sono il balsamo appagante che mi fa dimenticare che non tutto va come vorrei e che forse ci vuole tempo, più di quello che sia disposta ad attendere ma che se qualcosa deve arrivare, beh allora succederà! Accadrà di ritornare in un ambiente tossico, nel quale non sono stata riconosciuta e di ritrovarmi circondata dall’affetto che conta davvero, il più sincero, di vedere le loro lacrime, di sentire i loro abbracci e la loro insistenza e sapere che ho dato, ho costruito, ho modellato, sono rimasta pur arrabbiandomi, pur mostrando i lati più duri di me, non sono stata cancellata. E che mi hanno capita, senza filtri, senza mezze misure, senza finzioni.

Salvezza

E’ così che arriva la tristezza, tutta d’un colpo. La tensione che cala, il weekend che rallenta e lei si affaccia alla porta del tuo cuore. Non bussa, entra e basta, sottile, leggera, malinconica, densa di pensieri, come quelle pioggerelline battenti e costanti, quella perturbazione che non molla, ti impregna le vesti e ti lacera il cuore a poco a poco. Pensi di essere una persona triste, invece è solo quell’emozione che arriva tutta in un momento e che non ami troppo, perché la conosci fin troppo bene. Ti ha accompagnato per fin troppe domeniche ed ora speri che a poco a poco molli perché non è che ti ci trovi poi tanto bene. Tu non sei una persona triste, reagisci, combatti, non molli, non ti dai per vinta, ma non puoi cambiare le persone intorno a te, non puoi sostituirti a loro e non puoi vivere al posto loro. E questo non riesci ad accettarlo, perché ormai sono mesi e forse anche anni che vorresti scuotere lei, la vorresti portare via e farle cadere il velo che tiene davanti agli occhi ostinatamente per non vedere, per non affrontare, per difendersi dalla verità.

Volere bene è desiderare il bene dell’altro, essere disposti a lasciare andare, senza resistenze, ma qui forse quella che si deve un po’ voler bene sei tu, senza lasciarti trascinare da chi non si sa amare. Quella che oggi deve imporsi di fermarsi sei proprio tu e stare a guardare chi non sa farsi altro che male. Devi rimanere immobile e distante, non tendere la mano, non reagire, e con grande dolore perdere un’amica, che sta decidendo di non portarti con sé, ormai da tempo. Le forze che vi hanno avvicinato, remano in senso contrario, lei non ti vuole più con sé e tu la vorresti portare con te, lontano dalla sua infelicità. Non devi fare fatica, non deve essere difficile, deve essere qualcosa che accade, un desiderio condiviso di trovare una quadra, ma sai che quando tutto si fa contorto e troppo pesante, non dipende solo da te, non puoi sbrogliare la matassa, non puoi fare tutto da sola, smettila di chiedertelo. Non sei un’isola deserta, non puoi continuare ad esserlo.

Lei ti ha cercato perché ne aveva bisogno, ricordi ancora quel giorno in cui ti ha detto che le mancavi e in fondo ti sei stupita, ma allora molte forze erano in moto, molti cambiamenti che ti avrebbero scardinata per sempre e forse hai solo voluto prendere per buone le sue parole. Lei ti voleva perché eri infelice come lei, eri la sua compagna ideale, quella a cui non ne andava bene una, facile da gestire perché in fondo non chiedevi nulla. Vi siete accompagnate nell’infelicità, che non era certamente la tua scelta, ma un destino un po’ ingrato, pagato a caro prezzo, anche a costo della tua disillusione. Lei era lì, perché saperti infelice le dava conforto, non era sola. Eri sua sorella di sventura. Poi la zona d’ombra poco a poco si è leggermente spostata, hai ricominciato a respirare, hai addirittura ripreso a rivedere un po’ di luce e ad uscire da quel male comune. Hai chiesto aiuto, ti sei impegnata, sei andata oltre il dolore, dopo averlo abbracciato tutto. Lei no. Lei si è impantanata lì, accompagnata da un uomo che non sa amarla, e questo glielo vorresti urlare, ma in silenzio osservi e non parli. Hai voglia di luce, di calore umano, di colori e di musica che non sempre abbia senso. Hai voglia di momenti scanzonati, di pensieri scompigliati, di una parte di te sotterrata sotto metri di terra, sepolta perché non eri sicura di essere pronta a rinascere, a crederci ancora. Lei non può venire con te, non ce la farebbe a starti accanto, forse te lo sta pure cercando di dire. Lasciala. Siete state compagne di strada, vi siete tenute strette, ma ora è tempo di allentare, di mollare la presa, di guardare avanti con uno sguardo più fiducioso, sei in salvo.

September’s coming

A pochi giorni dal rientro, sento di poter esternare di essere ben felice di aver lasciato il vecchio posto di lavoro. Quella nuvola grigia che ha aleggiato per la maggior parte dell’anno, quel senso di separazione da un luogo noto, quell’incertezza per la mia sorte, beh, tutto questo, hanno lasciato il posto a un senso di liberazione. Non dovrò più vedere certe facce, non dovrò più ascoltare certi discorsi, non dovrò più sentire dentro quel malcontento e quel senso di irriconoscenza per il lavoro svolto in tanti anni. Sono contenta della mia scelta. Ma a questo si accompagnano anche altri pensieri. Il mio posto di lavoro non è la mia vita, i miei colleghi non sono necessariamente i miei amici e non mi interessa piacere a tutti. Mai come oggi, mi sento di affermare che non sento la necessità di avere bisogno dell’approvazione altrui. Sarà questo lungo periodo in cui ho sentito un profondo senso di solitudine ad avermi scaraventata in quell’angolo di me dove per un attimo ho compreso che vado avanti lo stesso, anche se nessuno mi sta a fianco. Supero difficoltà, affronto delusioni, mi cibo di nulla, guardo con estremo disincanto la vita che non mi regala mai una gioia, ma vado comunque avanti. Non me ne va mai dritta una, la mia vita affettiva è un fallimento, ho poche selezionate amiche che non so come mi supportano, ma per il resto è una lotta, sempre e comunque, per qualsiasi cosa. Tutto questo mi spinge a guardare il mondo con occhi più aperti, meno incantati, e pensare che se non piaccio a tutti va molto bene, se in pochi mi amano va ancora meglio, se riesco a tenere lontane le persone maligne forse ho veramente raggiunto uno stato di grazia. Dopo tanto tempo è un po’ come allentare le catene da rapporti malsani, da ambienti tossici e dirsi che anche se soli, un po’ di bene ce lo vogliamo, nonostante tutto.

Domenica

Tornare al proprio posto, proprio quello dal quale si è iniziato, quando non c’era nessuno. Quel posto silenzioso in cui nessuno sarebbe mai venuto a cercarti. Rimpiango un po’ quel momento della mia vita, in cui i giorni erano più o meno tutti simili, lavoravo su me stessa, stavo in un angolo ma ero felice. Imparavo a conoscermi, viaggiavo, non amavo e non ero amata, ma se non altro ero meno ferita, meno esposta, meno. Era molto tempo fa, per me è un tempo breve, perché vivido nella mia memoria. Non esistevano amiche, avevo rari rapporti, mi fidavo delle persone e mai avrei pensato che le persone a me più care potessero farmi tanto male. Non mi sentivo sola, ma in fondo non mi sono mai sentita sola. Nemmeno quando la mia convivenza è finita e tornavo a casa senza trovare nessuno ad accogliermi. A volte mi sarebbe piaciuto essere attesa, ma quella sensazione di non essere voluta o di essere un corpo estraneo al mondo non mi era ancora capitata.

Qualche settimana fa per la prima volta ho capito davvero che cosa vuol dire sentirsi sola. Non si tratta di vivere per conto proprio, di viaggiare in solitaria o di gestire autonomamente la propria esistenza, sta piuttosto nel percepirsi vulnerabili e messi da parte, coinvolti e poi allontanati, è sentirsi dire: vieni! e subito dopo: no! E’ pensare che una persona può cambiare, perché ti mostra il proprio affetto, ma sentire che in fondo non è davvero mai stata con te, perché se così fosse non sarebbe tanto facile per lei rimangiarsi le parole. Un’amica non invita un’altra amica per una breve vacanza a casa propria, proponendoglielo entusiasticamente e poi rimangiandosi tutto nel giro di una settimana. Un’amica invita un’amica per il piacere di averla accanto sapendo di poterle offrire un bel momento insieme. Un’amica chiede scusa. Un’amica non si dice preoccupata per un eventuale incontro al buio dell’altra amica e lasciandola poi a se stessa, dicendo che in questo momento ha altre priorità. Non è amicizia. Non è affetto. Non è sostegno reciproco. Non è volere il bene dell’altro. Dare significa mettersi in gioco, fingere di dare significa non esporsi, tenere sempre una parte di sé ben protetta, non fidarsi dell’altro, forse prendersi anche un po’ gioco di un sentimento. E’ facile sentirsi soli soprattutto perché si scopre che non è stato vero nulla, che quella persona su cui pensavi di poter contare ha tolto la spalla su cui piangere, il gesto di conforto, l’orecchio per ascoltare, ma che soprattutto non c’è mai stato nulla di tutto questo. Mi sono sentita sola perché ho capito di esserlo sempre stata pur avendo qualcuno che a tutti i costi voleva farmi credere di essere vicina. E’ andata bene così. Le pillules de sagesse vengono sempre dalle voci esterne, che non hanno alcun interesse a mentire. Ho fatto quello che ho voluto, non ho dato fastidio a nessuno, non ho disturbato un ménage familiare alquanto instabile, mi sembra, e forse poco felice, in cui l’amore è più un rifugio noioso ma sicuro, ma si sa le donne sole certe cose non le possono capire, anche se c’è stato un tempo in cui accoppiata lo ero anche io e la mia casa ospitava amiche a tempo indeterminato, nonostante lo spazio fosse ristretto e fossimo in due. C’è stato un tempo ma quel tempo è ancora adesso che invitare qualcuno è un atto di cortesia, un gesto bello e inaspettato, far sentire a casa propria l’altro, ma quando ci si tira indietro significa che dietro non c’è niente di tutto questo. Non c’è piacere, non c’è condivisione, forse bastava semplicemente tacere e fare i soliti cortesi. Ed evitare ancora di giocarla sul vieni e rimani con noi due giorni, perché non siamo pacchi Amazon, non siamo in pronta consegna, non siamo amici a pagamento come una serie Netflix, siamo esseri umani, non un ordine JustEat in cui fai la tua comanda e qualcuno te la porta.

E’ che arrivata a un certo punto, certe cose vorresti smettere di riviverle. Vorresti avere imparato, senza sentirti obbligata a concedere una seconda opportunità o se non altro a realizzare che quel dubbio dentro l’hai sempre avuto, specie quando mai nessuno fa un passo verso di te, un passo vero, fisico, reale. E’ questa la solitudine, sentirsi svuotare di un sentimento a cui hai tenuto, provando a concedergli il beneficio del dubbio e scoprendo che in fondo è sempre stato vuoto.

Ferragosto.

15 agosto, temperatura in città che sembra quella del mese di Ottobre. Mentre scrivo, guardo fuori e vedo l’auto del mio vicino crivellata dai colpi della grandine, la copertina gli copre il parabrezza, anche quello fracassato. Nella mia camera da letto una nuova infiltrazione di acqua, causata dalla pianta del vicino, si fa strada sul muro. Inizio così questa mattinata estivo-autunnale. Poi arrivano loro, le Hola Amigas, le due donne splendide che ho avuto l’onore di incontrare sulla mia strada. Mentre ci scambiamo gli auguri tramite messaggio, ognuna racconta la sua: soffitti con perdite d’acqua, giornate di badanza alla madre, il tutto condito da bicchieri di spumante, battute, foto imbarazzanti e in un attimo quella pesantezza iniziale vola via. Rido, e rido pure di gusto. Di solito mi capita così. Ogni disgrazia viene trasformata, si stempera in una risata, ogni momento no è il pretesto per un brindisi, per dire addio all’amarezza, per passarci sopra, per non fermarsi e farsi del male. Dedico a loro questo post, alle loro cure, alla loro attenzione, al loro affetto, sincero e disinteressato, che di questi tempi mi sembra oro colato. Dedico loro le mie parole, perché merita parlare di chi merita, non di chi ci ferisce e si tira indietro, o di chi ci allontana e non ci rende partecipi. Mi lascio ispirare dalla loro forza, dalla loro esuberanza, dal desiderio di fare e di esserci, ma anche dalla capacità di imparare dal dolore e dalle avversità e non farsi schiacciare. Spesso la vita ha un gusto amaro, non gradevole al palato, basta poco per addolcirla, per renderla un posto gradevole in cui stare. La gentilezza, l’amorevolezza, l’ascolto, l’amicizia. Parole ormai poco note, il vero significato ancor meno. Eppure basta davvero poco. Qualcuno ancora ne conosce il valore, forse solo qualcuno di valore.