A perfect Sunday

Si può piangere per amore, ma si può piangere anche per un’auto, quella che 13 anni fa tuo padre ti ha comprato e che non hai mai voluto cambiare. Poi lui è mancato, l’hai ereditata, l’hai intestata solo a tuo nome cancellando il suo accanto al tuo. Il tuo cuore si è spezzato. Allora hai deciso che l’avresti tenuta fino all’ultimo bullone, come se lui potesse vivere in eterno in quella carrozzeria. Ma mentre guidavi 15 giorni fa, il volante si è bloccato e hai capito che forse era tempo di venderla. Come una bambina hai pianto singhiozzando, perché hai realizzato quanto ti mancasse e quanto avessi ancora bisogno di lui, perché niente è stato più lo stesso dal quel 6 maggio 2020. Niente è andato per il verso giusto. Con riluttanza hai chiamato tuo fratello, poi hai smosso pure tuo cugino e il suo amico concessionario e pure tua nipote novenne è arrivata per vederti felice su un’auto nuova e tua. Ti sei mossa con titubanza, abbandonandoti al destino, lasciando che decidesse lui per te, perché hai imparato che a volte è bene lasciare andare.

L’altro giorno ci sei salita sopra. Il fato ha voluto che tu ne scegliessi una in pronta consegna, senza neanche pensarci troppo su. L’hai pagata con la cifra esatta che ti aveva lasciato tre anni fa. E poi è successo qualcosa di strano. Eri contenta, tuo padre era lì a dirti che avevi fatto bene, che finalmente ti eri liberata di un ricordo pesante e inutile. Ti sei sentita abbracciare mentre guidavi, su quelle strade in collina in sui ti insegnava a ripartire in pendenza e tu lo detestavi. Lo hai sentito tra le curve, accanto a te, come se provasse l’auto insieme a te. Era lì. Tua madre dice che sente la sua voce mentre guarda la TV, da quel divano vuoto che ha ancora la sua impronta e tu sai che non ha le visioni. Lui c’è, è presente, è accanto.

Dopo tanto tempo questa è forse una delle prime domeniche di serenità. Il sole splende, porti Lara a fare un giro, lei che ti ha accompagnato e l’ha scelta con te. Poi ti chiama la tua amica di sempre, la tua compagna di banco, la 16enne ormai cresciuta con tanto di figlia adolescente. Vi ritrovate a mangiare il gelato con il sole in faccia. Due ragazze di provincia e pettegolezzi… perché in fondo certe cose non cambiano mai, anche se le rughe e il peso dell’esistenza smentiscono il tutto, mentre la figlia smanetta su Instagram, mostrandovi culetti e tettine di compagnucce di classe. Appartieni a questi luoghi in cui sei cresciuta, che hai amato e detestato, ma che in fondo sono la tua storia, il luogo da cui provieni e a cui torni. Mentre rientri a casa, il sole tramonta sulle montagne, finalmente non sei arrabbiata, sei in pace. Avete battezzato pure l’auto con il nome della protagonista di una serie televisiva e anche lei ti ha confermato che le quattro ruote sanno di viaggio, ti chiamano ad andare da qualche parte che ancora non sai. Ma una cosa è certa, ovunque decidessi di andare, dovrai mettere da parte la rabbia, lo sconforto. Dovrai smettere di essere forte ed essere pronta a farti abbracciare dalle tue fragilità, da quella te che chiede di essere ascoltata, che ha bisogno di deporre le armi e di riposarsi, perché forse è giunto il momento di farlo.

Una domenica perfetta, una domenica qualunque.

La rabbia

Penso alla rabbia, penso alle reazioni incontrollate, proprio mentre sono lì sdraiata a farmi strappare i peli e la mia estetista parla. Racconta di un ragazzo che stava frequentando e che poi ha deciso di lasciar perdere perché lo ha scoperto a fare uso di sostanze stupefacenti. Mi dice di aver subito stalking per settimane fin quando lui non è riuscito a entrare in casa, mettendole le mani addosso, strangolandola e poi tirandole una sberla. Mentre riusciva a divincolarsi e a liberarsi della stretta, strisciando verso la porta, arrivava la polizia. Mi racconta dell’ospedale, della denuncia, del centro per violenze, dell’avvocato, delle gocce per dormire, del suo occhio tumefatto la mattina successiva e di lei che, nonostante tutto, si presenta al lavoro. Difficile non pensare, non soppesare, non sentirsi partecipe, tanto che le offro ospitalità nel caso in cui si sentisse insicura o avesse paura. Non ha raccontato nulla in famiglia perché non la capirebbero, vive da sola come me ed è difficile non provare quel senso di fragilità. Sono quelle storie che ascolti al telegiornale o che leggi su un quotidiano, ma oggi ce l’hai lì di fronte e non ti puoi sottrarre, non puoi girare la testa e fare finta di niente, perché lei sei tu.

Quando esco penso ancora alla rabbia, a quella provata qualche mese fa, alla reazione incontrollata che mi ha provocato, a come mi sono sentita in balia di un sentimento che non riuscivo a gestire. Non sono arrivata ad alzare le mani, non ho minacciato nessuno ma ho urlato, ho sfogato quello che avevo in corpo con le parole, che forse avevo tenute chiuse in me per troppo tempo. Ho realizzato con il senno di poi che quella persona non mi piaceva, che per quanto le urla fossero le mie, non ero davvero io, pur essendo me stessa. Ho ritenuto opportuno allontanarmi da chi e da cosa mi faceva ribollire il sangue così tanto perché quello che si era creato era malsano e corrosivo. Ma mentre Monica parla, riconosco quel sentimento e non sono fiera di me e capisco che chi si è sentito arrivare addosso il mio vaffanculo ripetuto, adesso voglia tenere le distanze. Non che questo lo giustifichi ma forse aver taciuto, aver voluto mostrare di essere più forte di me stessa, non ha fatto che allontanarmi da come realmente mi sentivo. Forse bastava fermarsi prima, come sentivo di dover fare o essere schietta o non so nemmeno io, ma è certo che certi sentimenti non nascono per caso all’improvviso ma covano dentro. Probabilmente vanno curati, così come il pazzo fuori di testa, magari non con cure mediche ma con un viaggio diverso dentro se stessi a ricercare non sempre le ragioni di noi stessi. Forse basterebbe staccare la spina ogni tanto, prendere le distanze, meditare, immergersi in qualcosa di bello, lasciare andare, non perdersi in balia di passioni umane tanto malate.

E’ certo che non sono fiera di me. A distanza di tempo guardo quella persona e mi vergogno di lei.

Febbraio

Bisogna lasciare le persone proprio in quel luogo in cui amano stare, non importa che sia tinto di grigio e indefinibile ai nostri occhi. Occorre abbandonarli lì dove vogliono stare, dove si sentono al sicuro delle loro fragilità, in cui possono difendere le loro debolezze e proteggersi dai nemici che trovano ovunque intorno a loro.

Fa male allontanarsi ma mai quanto rimanere in quel posto scomodo dove non siamo i benvenuti, dove veniamo sospinti verso l’uscita, dove ci sentiamo costretti e a disagio e in cui siamo messi continuamente in discussione.

Non è opportuno stare sulla porta della vita di qualcun altro, a rischio di correnti, di porte che sbattono in faccia, di intervenire quando non richiesto. Meglio chiuderla, voltarsi, allontanarsi in modo da non turbare quanto viene detto al di là di essa, ma anche permettersi di guardarsi intorno, di distogliere lo sguardo, di pensare ad altro e magari di decidere di accogliere sull’uscio chi intende avvicinarsi al nostro spazio vitale, consapevoli che non basterà la vicinanza per cambiare le cose. Ci vorrà ben di più, qualche parola cortese, un gesto d’affetto, la capacità di ascolto, evitare di commiserarsi e prenderci gusto.

Credo sia questo il peso dell’età matura. Conoscersi così bene da non cedere ad essere qualcuno che non ci assomiglia. Ascoltare ed ammettere di essere mutevoli, fragili, tolleranti e tollerabili.

Ecco… stanca di alzare muri, di difendermi, di mostrare rabbia, di nascondere quello che provo come fosse una vergogna. Penso di avere bisogno di riprendere da dove mi ero interrotta, da quel punto in cui ho deciso di essere forte, di non farmi sovrastare per poi passare notti insonni in mezzo alle lacrime, perché prima o poi da qualche parte emerge quello che a tutti i costi tendiamo a voler nascondere. Desidero essere esposta, fragile, scomoda e incapace. Senza risposta pronta, senza armi con cui difendermi, se questo è il prezzo da pagare per tornare ad essere una persona come tutte.

Ho voglia di abbandonare una me che non ha più ragione di accompagnarmi. E’ nuovamente tempo di cambiare pelle, di veder nascere altro, di scoprire una nuova fase della vita che arriva, non migliore né peggiore, ma che accoglie qualcuno cresciuto e più consapevole di se stesso.

Luce

Un cappottino bianco comprato d’occasione con i saldi, una sciarpa verde e un cardigan fuxia. Le giornate che si allungano, il sole che tramonta verso le 18. Un inverno che sfuma, mentre già solo il pensiero di entrare nel mese di febbraio mi regala l’emozione di una primavera imminente.

Il bisogno di luce, di uscire dalla notte più buia di sempre, in cui le lacrime ancora una volta sono comparse e i pensieri si sono intrecciati uno sull’altro. Quel pensiero rivolto a lui e alle parole dette per ferirmi, dopo aver concesso fin troppo spazio, fin troppa libertà, fin troppo di me. Una me che non merita cattiveria gratuita.

Luce. Luce interiore, quella che cerca di uscire mentre le candele illuminano la stanza. La luce di una voce che ha ragione di esprimersi dal suo angolo scomodo, che cerca di dire parole scoordinate mentre realizza che è sempre la prima a chiedersi troppo, che è sempre quella che vuole andare oltre mentre intorno nessuno chiede. Non è necessario fare così tanto, non è necessario mettersi sempre alla prova, non c’è ragione di spingersi sempre oltre.

Imparo dai miei errori. Imparo dai miei dolori fisici, dai miei malesseri, da tutto quello che mi ha fatto del male. Ma soprattutto imparo che sono io per prima ad avere bisogno di smettere, di fermarmi, di non espormi, di non farmi continuamente male. Il mio angolo, che è anche la mia schiavitù, è forse la migliore difesa che possa avere. Forse, seguendo le parole di qualcuno, non è necessario uscire da esso e chissà che qualcuno non decida di farsi accogliere in quello spazio che è il mio giardino privato, la mia biblioteca personale e il luogo in cui mi rintano mentre tutto intorno crolla.

Che se una persona ce l’hai nel cuore, non sarà il silenzio a scalfire quello che provi. Se un sentimento è vero, non sarà la mancanza di parole o l’assenza a metterlo in dubbio. Se è amore solo la luce lo saprà davvero trovare.

Come hai passato le vacanze?

Bene! Ho dormito 8/10 ore a notte.

E poi?

Poi mi sono riposata

Ecco, magari a qualcuno potrà sembrare strano ma le mie notti solitamente hanno il sapore dell’insonnia. La mia sveglia emotiva scatta alle 4:30 del mattino, se tutto va bene verso le 5:30 mi riaddormento per risvegliarmi alle 6:20 quando la sveglia lavorativa suona. Altrimenti il turno di veglia continua. In casi più fortunati il sonno viene interrotto intorno alle 3 per poi riaddormentarmi con difficoltà dopo un paio di ore.

Magicamente durante queste vacanze il sonno è arrivato. Saranno le magiche mani del massaggiatore che mi ha sbloccato dolori e malesseri emotivi, schiacciato chakra del cuore fino a smuovermi le lacrime e a impormi di camminare con lentezza, per il senso di stordimento. Sarà che non ho ricevuto mail di lavoro, messaggi wapp, non ho visto colleghi o parlato di scuola. Sarà che sono uscita ma anche rimasta a casa, letto libri, deposto l’ascia di guerra che di solito mi porto dietro per sconfiggere il mondo. Saranno quelle piccole cose che sono avvisaglia di malesseri più grandi, ingigantiti dalle mie paure e dalle mie insicurezze, dalla sensazione di non essere mai amata e mai davvero apprezzata. Inutile dire che questo periodo è stato davvero di riposo, tanto da stupirmi nel vedere conoscenti partire per viaggi o destinazioni turistiche, quando per me era davvero necessario fermarmi e riprendermi. E nonostante la mia vita non faccia scintille, all’orizzonte si prospettano interessanti mete e avventure, le mie abilità come danzatrice orientale stanno decisamente migliorando e tutto sommato mi sembra di stare bene.

Ma, nonostante tutto, un po’ più rasserenata, rivolgo qualche pensiero a quello che è stato, a un 2022 superato e a una me, che ha dedicato lacrime per qualcuno che le ha riservato parole dure e ingiuste, che l’ha trattata nel peggior modo possibile, in modo del tutto immeritato. Penso a quella me che so coprire molto bene, che ha vissuto l’indifferenza altrui, che è stata esclusa per essersi difesa o per incapacità totale di saperla guardare. Quella me è sempre lì, le ore di sonno e un tempo di calma e pace l’hanno sollevata ma non cancellata. E’ una me che si aspetta delle scuse, delle parole gentili, ma che soprattutto si è chiusa dopo aver dato troppo anche quando non richiesto. Una me che purtroppo ricorda, il bene, i momenti belli, ma anche il brutto, il meschino, l’indifferenza. Probabilmente necessita di leccarsi le ferite, di curare quella parte di sé malata e trattata ingiustamente, e che vorrebbe solo guardare avanti con una rinnovata fiducia.

Giargiana in Milan

Mi convinco che devo prendere quel treno, che devo prenotare quel biglietto, che devo riservare un posto alla mostra. E’ necessario che mi muova dalla mia fase di impasse, che esca da quella trappola nella quale sono finita. Proprio io, che fino a due anni fa salivo su treni, bus e aerei come se non ci fosse un domani, che progettavo viaggi, visite, pernottamenti, muovendomi da sola per tutta Europa, vivo ormai da tempo con l’ansia di partire. Non è stata la pandemia, ma la perdita, il dolore, il distacco, l’ansia, la preoccupazione che mi hanno fossilizzato, mi hanno chiuso e oscurato.

Una botta di vita mi assale quando arrivo nella città da bere. Io che vivo a Torino, sembro uscita dalla provincia più isolata. Mi assale una fiumana di gente, una coda per il biglietto della metro che vale 20 minuti, e allora tanto vale andare a piedi. Mi attende la visita al museo del 900, proprio lì su piazza del Duomo, gremita di gente, tutti intorno all’albero di Swarovski, che se la gioca con quello di Chanel o di VeraLab.

Il museo è una meraviglia, quadri e statue più o meno famosi, enorme, non sono abituata ai grandi numeri e ai grandi spazi. Non sono più abituata a vivere, a vedere, a conoscere, a fare. Sono stata ferma, ho atteso ma dentro è rimasta la mia inquietudine, il bisogno di muovermi. Mi sono accontentata di ascoltare i soliti problemi, di parlare delle solite menate e non sono andata oltre, oltre quel limite che adoro varcare. Così, quando la solita collega, in risposta al mio vocale su dove mi trovo, commenta che a lei Milano non piace, il vaffa parte deciso, perché qui non si tratta di piacere o meno, ma di vivere. Si tratta di vedere con occhi diversi, di imparare qualcosa da quello che è diverso, distante, ma che può comunque insegnare. Quel senso di irrequietezza trova allora la sua risposta, in un luogo affollato, che da tempo cerco di rifuggire, ma che in quell’istante è la cura del mio male, un male di vivere, un male nel mio modo di sentire, un dolore che si propaga per tutto il corpo e che mi crea tensioni, malesseri. La voglia di lasciarsi stupire, di andare controcorrente, o di farsi trasportare dal flusso di una marea umana, fatta di lingue, colori, suoni, abiti di varia foggia.

Non conta da dove vieni, ma da quello che sei dentro, da quello che porti con te. Nel mio codice genetico forse c’è scritto di non accontentarmi, di non stare sempre lì a fare un passo indietro, che è bene muoversi oltre, anche solo il proprio modo di pensare. Ogni tanto prendere una vacanza da me stessa, ascoltare e vedere, senza per forza doversi mettere in discussione, perché a volte è bene non pensare, non analizzare, ma lasciarsi vivere. Staccare la testa e metterla via, in cerca di tempi più sereni, di frasi più gentili, di pensieri ben educati.

Saluto Milano e la sua bela Madunina, che all’improvviso si accende. Mi accoglie la sua benedizione in questo nuovo anno che inizia. Un anno che non spero diverso o più fortunato. Un anno come questa giornata a Milano, sotto la pioggia, che non si può evitare, ma con un ombrello trasparente che mi permetta di vedere il cielo, abbinato alla sciarpa scelta a caso dall’armadio. Un anno magari grigio, come quelli già trascorsi, ma che ampli le mie vedute, che si carichi di arte, di suoni, di colori, di frasi belle, di pensieri d’ affetto. Un anno che brilli di una luce tutta mia.

Twenty twenty-three e quei pensieri che ti saltano addosso

E’ il 31 dicembre e seduti attorno a un tavolo ci siamo mia madre, mio fratello e la sottoscritta. Lui che si ritrova senza figli, in una forma di separazione ancora non definita, dove ormai la sua compagna è amabilmente chiamata da tutti stronza. Dovrebbe uscire e cenare con degli amici, ma non ne ha voglia e così decide di rimanere con noi, io ormai esperta badante, lei la nostra scassapalle d’eccezione, mai felice, mai contenta, monotematica. Non aspettiamo la mezzanotte perché farebbe troppo ottimismo, ci limitiamo a lenticchie e cotechino, il classico che non tramonta mai, a una bottiglia di prosecco che magicamente si svuota mentre addentiamo una fetta di salame e un pezzo di parmigiano. E’ la fine del 2022, due anni che mio padre è mancato, due anni che le nostre vite sono state prepotentemente prese di mira dall’ultimo tornado che credo ci abbia definitivamente schiacciato, intorpidito e lasciato soprattutto senza parole.

Se mi chiedessero da dove iniziare per raccontare quanto accaduto dal 2016 ad oggi, potrei limitarmi a una breve narrazione in cui ero felice e spensierata, in cui il futuro mi sembrava mi sorridesse ma effettivamente mi sbagliavo perché poi i fatti mi hanno smentita. Sarà per questo che non brindo più al nuovo anno che arriva, non faccio più il conto alla rovescia, preferisco fare finta di niente e dimenticarmi che esiste, se non fosse per il cambio sul calendario, i messaggi che arrivano, e quel fatidico numerino che cambia, che ti obbligano a prenderne atto. Potrei anche descrivere semplicemente il tutto dicendo che avevo delle fette belle spesse di prosciutto davanti agli occhi, poi me le sono dovute togliere o può essere che siano cadute, e il mondo ha assunto la sua vera forma. Con fierezza, da allora, mi definisco un’asociale, sfoggio poche amicizie, professo il piacere della mia compagnia e cerco di dimenticare il più in fretta possibile. Certo è che se solo qualche anno fa mi avessero descritto la scena all’inizio di questo post, non ci avrei creduto, così forse tutto può davvero accadere. Può quindi verificarsi che se nei tuoi sogni di ragazzina ti vedevi sposata con due figli, non ci sia poi niente di male se quella famiglia non l’hai creata e anzi i dubbi di volerla davvero ti siano poi venuti. Forse non c’è niente di male se, nonostante tutto, sei ugualmente serena, se ti sei abituata a non vedere mai realizzato niente di quello che avevi preventivato, ma magari inanelli soddisfazioni di altro genere che non avresti mai saputo immaginare. Sarà per questo motivo che, si tratti del 2022 o del 2023, fa poca differenza. Non sarà un nuovo anno a darti fiducia o a rimettere in gioco le carte, saranno le tue scelte ma anche no, sarà quello che deve accadere e che non puoi prevedere perché tutto sommato la tempesta ormai ce l’hai dentro. Forse tutto quello che davvero vorrei dire a questo twenty twenty-three appena iniziato è che non mi aspetto nulla, che se ne può stare ben tranquillo e continuare a fare la sua vita, a benedire e incensare quelle degli altri, che oggi è uguale a ieri, e che se proprio vuole mettermi i bastoni tra le ruote e infliggermi ostacoli, che faccia pure, che si sfoghi finché vuole, perché per tutto quello che mi è consentito, continuerò a vivere e ad andare avanti ugualmente, con o senza la sua collaborazione. Se non ci saranno gioie, me ne farò una ragione, brinderò lo stesso alle disgrazie, cercherò pure di riderci su, perché sono diventata brava in questo. Ho un buon numero iniziale di bottiglie che possono consentirmi di sopravvivere ai drammi della vita, ho uno svariato numero di notti insonni e risvegli all’insegna del dolore. Non c’è limite al peggio ma a volte nemmeno al meglio. Così se l’anno che verrà non mi porterà né gioia né felicità, andrà ugualmente bene, lo lascerò trascorrere senza incolparlo della sfortuna, magari guardando altrove, distraendomi, facendo altro ed evitando di salutarlo una volta terminato. Avremo percorso insieme un pezzo di strada capendo di non essere fatti l’uno per l’altra. Succede, capita, è la vita!

In piedi…

Che sia l’alba di una nuova era non preannunciata, ma creata negli ultimi mesi, dopo essermi ritrovata a scegliere. Innanzi tutto a frenare l’irrefrenabile tendenza ad andare avanti come se non ci fosse un domani, come se tutto dipendesse sempre da me, come se, come se. Che in fondo mi piace farmi male, ho bisogno di cadere per capire, di sbagliare per scoprire, e di sentirmi sempre di più imperfetta. Ho necessità di vedere una me che forse nessuno accetterebbe; vulnerabile, ferita, con quella cicatrice che parla di scelte mai fatte, di pianti notturni, e le rughe in fronte che denunciano espressioni corrucciate, arrabbiature e delusioni. Se mi chiedessero chi sono, risponderei tutto questo. Risponderei che spesso e volentieri faccio casino, che dimentico sempre qualcosa, che faccio cadere continuamente oggetti, che mi dimentico di fare tutto, che a volte vorrei solo chiudere la porta e lasciare tutti fuori, con l’esclusione di qualche invitato d’eccezione. Se qualcuno fosse pronto ad ascoltare, gli farei sentire i miei silenzi, le mie malinconie, o vedere le mie insonnie.

Sarà per questo forse che quando viene proposta la birreria, per un boccone post lavoro, con colleghi vecchi e nuovi, sono felice di rispondere che non posso, ho già un impegno, esco con un’amica. Una di quelle rimaste lì, mentre il mondo mi crollava addosso, mentre tutti erano presi dai propri affari, mentre a fatica respiravo, dormivo e camminavo. Nessuno ascoltava il mio silenzio, nessuno mi vedeva. Con serenità rifiuto, contenta di non essermi fermata in un posto che non è fatto per me, che mi sospinge sempre più distante, che non sa nemmeno come sia fatta.

Ho voglia di prendere, senza chiedermi se sia giusto o sbagliato. Non mi interessa piacere, né essere all’altezza. Ma sento la necessità di essere me stessa, di non tradire la persona che ha attraversato la tempesta ed è rimasta in piedi. Sento di voler accogliere quella me, che chiede attenzioni da se stessa, perché sa di non potersi permettere di appoggiarsi su qualcun altro. Ho bisogno del mio corpo in sovrappeso, dei seni grandi e della stanchezza che mi prende all’improvviso. So che so stare salda sui miei piedi, scalza e infreddolita, mentre prendo le misure con il terreno e cerco di non soccombere ai pesi, alle frustrazioni e al disincanto. Ringrazio chi non mi ha voluto perché mi ha insegnato il mio valore e la mia forza di esprimere che cosa desidero. Non andrà tutto, ma tutto andrà avanti comunque.

Il massaggiatore

Accade proprio lì, sul lettino del massaggiatore, che realizzi.

Venerdì pomeriggio, di corsa prendi la metro e poi un bus per raggiungere colui che auspichi possa finalmente farti passare quel maledetto dolore al gluteo sinistro che ormai sono giorni e notti che ti tormenta. Persino questa mattina, vedendoti sofferente, i ragazzi si sono offerti di massaggiarti e di darti una mano. Poco manca che tutta la settimana sia stata in funzione di questo tanto atteso momento, specie questa mattina, mentre camminavi spensierata e sei stata colta da quell’improvviso malore che non ti molla. Così quando lui ti fa accomodare e stendere sul lettino sai che stai andando incontro al momento tanto agognato. Inizia quindi la sua pratica, lui che ti massaggia ovunque, cercando di capire come diavolo hai fatto a procurarti quella contrattura. Tu che, dolente, urli, poi ridi di sollievo e poi a un certo punto piangi, quando le mani si posano all’imboccatura dell’esofago, senza nemmeno accorgertene, senza riuscire a controllarle, e lui che ti dice che quelli sono tutti i bocconi amari che hai trangugiato. Ti chiede se di notte digrigni i denti e tu rispondi che usi persino un bite, e quando ti fa notare che probabilmente a forza di stringere, lo hai consumato, ti rendi conto che non solo è così ma che addirittura lo hai rotto qualche settimana, lo hai spezzato mentre dormivi. Ti gira e rigira come un calzino, mentre la gattina di 5 mesi dorme a fianco alle tue sofferenze. Quando ti alzi per ricomporti e ti guardi allo specchio, non riconosci nemmeno il tuo viso, talmente sei trasfigurata da una nuova sensazione di benessere che non raggiungevi da tanto.

Lì inizi a metabolizzare.

Poi arriva il sabato e decidi che la tua personal scassapalle, ovvero tua madre, la porti in giro per Torino, piuttosto che morire di depressione chiusa in casa con lei, cercando di farle compagnia, che il rischio è che tu assorba e lei rilasci tutto il suo pessimismo cosmico. Quando la porti a casa e la saluti, decidi che hai fatto tutto quello che potevi per farla stare bene, ma che è lei a non volere fare qualcosa per aiutarsi. Mentre guidi per raggiungere casa pensi al massaggiatore e alle lacrime incontrollate, pensi alle tue notti a digrignare i denti e inizi a realizzare.

Ma forse è solo quando arriva domenica mattina e smanetti sul social di turno che finalmente realizzi.

Lui è lì, un’altra foto di lui che lo ritrae in giro per la città, senza te accanto. Tu che vorresti esserci, lui che non ti vuole. Tu che scopri di amarlo ancora, nonostante tutto, le lacrime inaspettate che in un attimo ti avvolgono. Seduta sul divano, nessun massaggiatore ti sta facendo pressioni per scovare il dolore, perché ce l’hai davanti agli occhi e dentro il tuo cuore. Un sentimento che scopri di avere ancora, intatto e inatteso.

Ti hanno dato dell’arida qualche tempo fa e ci sei rimasta male. Ti hanno detto che sei forte e che non hai paura di niente, ma non ti ha fatto particolarmente piacere. Tieni solo tutto per te e di notte lo mastichi e lo rimugini, e poi con forza stringi i denti. Trangugi i tuoi malumori e i tuoi dolori senza chiedere niente a nessuno. Tutto qui. Quando soffri non fai rumore.

Hai sciolto dei nodi dentro di te, hai sciolto anche il dilemma del gluteo, tant’è che trovi un vecchio bite che tenevi lì e quando il mattino ti svegli, dopo quasi due settimane, non hai male. La risposta al tuo dolore è lì, la soluzione anche. Forse basta solo vederla.

La parte peggiore di me

In una Torino vivace e popolata, raggiungo con Antonia il luogo del nostro aperitivo. Siamo al Quadrilatero Romano, poco distante dal Duomo, in un angolo della città che amo particolarmente perché mi ricorda Parigi. Sedute davanti al nostro spritz chiacchieriamo e ci raccontiamo. Gli ultimi tempi sono stati duri per lei, ma al momento anche per me non sembrano facili, anche se non direttamente. Grazie ai primi sorsi della magica bevanda sciolgo il coraggio di dire che non so se sono pronta ad affrontare nuovi problemi, una nuova fase della mia vita che mi sembra sempre più incerta e sregolata. Con il cuore in mano le dico che sono diventata cattiva, che nella mia scala delle sofferenze non sono più in grado di tollerare troppo e che certi drammi altrui mi risultano del tutto indifferenti. Le dico di non essere in grado di farmi carico di altro e che per sopravvivere ho dovuto chiudere gli occhi e il cuore. Lei mi capisce. Non ho avuto bisogno di sprecare troppe parole, di argomentare, di difendere le mie posizioni, di mostrare il lato più aggressivo di me, lei ha compreso. Ho parlato ed espresso come mi sento e in cambio non ho ricevuto il consiglio di iniziare una terapia, ma ho avuto orecchie attente e un cuore in grado di comprendere.

Ho trascorso gli ultimi tre anni subissata di messaggi vocali e scritti, in cui venivo resa edotta di particolari lavorativi faticosi da digerire e da gestire. Alle dieci di sera ancora rispondevo a chi non smetteva di scrivere, di ribattere senza arrivare mai da nessuna parte, per poi ritrovarmi prosciugata e svuotata di energie e di entusiasmo. Mi è stato quindi consigliato di rivolgermi a un buon terapeuta, quando la migliore cura sarebbe stata lasciarmi in pace o trovare il modo per non stressarmi ulteriormente. Pressata da meccanismi che in parte ho creato per buona condiscendenza, ho dovuto chiudere per sempre dentro di me la mia parte tollerante e mostrare quella cattiva, la parte peggiore di me. Mi sono sentita dare dell’arida, ancora è una definizione che tollero poco e male. Ho espresso con rabbia molti pensieri più per esasperazione che non per altro.

Quel periodo è passato, si è spento, è bastato poco. Ma ha lasciato i segni.

Si impara qualcosa solo quando si vuole apprendere. Se non sei disposto ad abbandonare qualcosa di te, a cambiare pelle e ad indossare quella di una persona che non sei mai stato prima, forse non potrai mai davvero capire. Sono diventata una persona che non sono mai stata. Non credo più in molte cose, soprattutto in tutto ciò che sognavo e desideravo con tutta me stessa. Non sono più disposta a dare con tanta leggerezza e magnanimità, ad aiutare e consigliare, come se fosse dovuto. Quando per l’ennesima volta mi sono sentita dire che avrei aiutato e che bastava chiedere, ho capito di avere sbagliato per troppa gentilezza ed educazione. Ma ho anche deciso che era tempo di far perdere questa abitudine.

Negli ultimi anni non ci sono stati: come stai? tutto bene? Non ci sono state gentilezze o momenti di comprensione. Tutto è stato veloce e impersonale, dovuto soprattutto. Quando ho potuto prendere fiato e guardarmi intorno ho capito di essere nuovamente andata ben oltre la mia sopportazione, quando ancora una volta sono arrivate pessime notizie, credo che dentro di me qualcosa si sia spezzato per sempre. Come se fosse stato reciso qualcosa alla radice, un ramo dal quale non sono mai nati frutti.

La parte peggiore di me è quella persona che non sono mai stata prima, che non sono mai stata obbligata a mostrare perché ho sempre creduto in quello che facevo pensando che la fatica mi avrebbe ripagato, che mi sarebbe stato riconosciuto lo sforzo e l’impegno. Esasperata e delusa, ho messo da parte a malincuore l’idealismo in cui credevo, ho dovuto farlo, anche se da qualche parte ancora latita. Dentro ho però la netta certezza di essere più vicina a me di quanto lo sia mai stata prima, come se fosse necessario farmi ricoprire di incomprensioni e cattiverie, per capire quanto poco me ne importi. Sono serena quando so di non essere compresa, di non essere cercata, perché è allora che vedo chi mi ama davvero.