La luce

– 13 radioterapie, i capelli che hanno fatto un vuoto, c’è un buco sulla mia testa. Lo copro ma so che c’è, non è come perdere tutti i capelli ma forse mi basta così. Al mattino la chemio mi toglie l’appetito, è l’effetto di giorni e giorni, settimane su settimane, ne mancano ancora tre, un tempo infinito, sospeso, un’immensità che si sgretola poco per volta, quasi non ce la faccio più, vorrei mollare tutto. Saluti e baci a tutti. Non è vero che sono guerriera, sono umana come tutti, metto l’armatura ma solo perché sono costretta, altrimenti farei ben altro. Non mi devo ammalare, non devo mollare ma la verità è che sono stanca. E’ un momento in cui piango perché non ce la faccio più e non mi vergogno a dirlo. Giro con una pochette di medicinali, io che a malapena mi ricordavo di prendere la tachipirina o le gocce per dormire. Ho veramente bisogno di vedere la luce in fondo al tunnel ma ho paura che succeda qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Ho bisogno di crederci davvero, di superare me stessa in questa prova di vita. Ho bisogno di recuperare qualcosa dentro di me che ho messo a tacere per troppo tempo, quella bimba che chiede di essere ascoltata, che urla alla me grande che devo crederci, devo crederci fermamente, non devo avere paura, questa è la prova da 100 punti, è La Prova. Dopo ci sono ben poche cose che possono fare paura. Ho rischiato di morire, perché se quella sera non fossi caduta a casa di mio fratello, probabilmente sarebbe successo a casa, da sola, o in auto. Non posso mollare ora. Non posso. E non c’entra che sia una brava persona, perché queste cose capitano alle brave persone, capitano più a loro che non alle merde, è un dato di fatto. Questa ne è la prova lampante. Non c’è nemmeno un perché, o un non me lo meritavo. Nessuno merita un tumore, neanche chi se lo va a cercare ma a maggior ragione chi non se lo è andato a cercare. La causa sono quei sì detti troppe volte, quel mettersi a disposizione in continuazione, quell’abbassare costantemente la testa, quell’aver paura di ferire, di fare male, di offendere per poi tenere tutto dentro, quando forse non c’era così tanto posto per i drammi altrui. Sono stata un contenitore, ho ingurgitato tutto, e non sapendo come buttare fuori, una massa è uscita dalla mia testa. La colpa sta nell’essere troppo buoni, non buoni, ma troppo e il troppo stroppia. Sentirsi stanchi e non avere il coraggio di dirlo, per paura di passare per deboli; portare pesi sulle spalle che si incurvano, sopportare tutto e non riuscire ad alzare la testa. Rimuginare, pensare, fondersi il cervello, prendersela per qualcuno che non ha intenzione di cambiare. Sentirsi in colpa ma senza una ragione. E poi la luce, quanto costa crederci? Nulla, e allora perché non provarci!

Il punto su di me

Prima o poi arriva quel momento in cui è necessario fermarsi e fare il punto su di sé, non perché lo ordini il medico ma perché lo esige la tua natura. Ascoltare se stessi, prendere coscienza di sé, accettare qualcosa che non si è chiesto, vivere tutta una serie di circostanze che non si sono mai prese in considerazione. E in tutto questo non sentirsi malati. Neanche per sbaglio. E nemmeno invalidi, nonostante quello che dice l’INPS. Forse è proprio questo il punto: accettare. Piegarsi all’evidenza che impone un certo numero di cure e di terapie, i controlli, le visite, ma in tutto questo la testa reagisce e sussurra al corpo: non mollare, non ti puoi ammalare, reagisci, non piangerti addosso, sii forte, indossa l’armatura, combatti. Ricercare il potere delle parole, quelle in altre lingue che descrivono le emozioni, gli stati d’animo, che raccontano una storia, quello che sei. I capelli cadono, ma quanti ne hai??!! Forse è più l’idea che non la realtà, perché ancora una volta devi accettare quello che non hai mai considerato, devi abbassare la testa e prendere atto che se vuoi guarire, devi guardare bene in faccia quello che stai vivendo per non dimenticarlo, per farlo tuo e poi lasciarlo andare, passarci attraverso e non sottrarti. Devi trovare la strada in mezzo al dolore per non tornare indietro, perché una volta che l’avrai fatto tuo, ci saranno ben poche cose che potranno ancora farti del male.

Radioterapia

Affrontare una malattia significa cambiare forma, trasformarsi, diventare una persona che non sei mai stato prima. E’ questo quello che penso mentre passo la mano tra i capelli e mi rimangono in mano delle ciocche. Perché non è vero che solo la chemio li fa cadere, anche la radio quando batte sulla testa, proprio in quel punto in cui c’è una cicatrice, quella che ti è rimasta quando ti hanno aperto la testa per togliere il tumore.

Hai aspettato questo giorno con timore, sperando non arrivasse mai, ma a te che sei fortunona capita pure questo: il danno e poi la beffa. Speravi che non si vedesse il segno della tua malattia, speravi di essere immune, che i tuoi capelli avrebbero resistito e invece… zacchete… sei stata punita! Sei rimasta legata al tuo aspetto per anni, come se fosse un indice di te, come se non dovessi deludere nessuno, forse te per prima. Ma poi arriva quel momento in cui devi abbandonare la tua forma, quella a cui eri abituata, optare per una nuova versione di te, qualcosa che non volevi ma adesso sei costretta ad accettare. Tutto questo è diabolico, specie se è una cosa che non desideri e che devi fare diventare tua.

Il mondo intorno a te fa il tifo per te e tu perdi la testa per dei capelli che cadono? Ebbene sì! Perché in fondo sei vanitosa e quei capelli ti piacciono, sono il tuo ornamento…. ricresceranno, questo è certo, ma non sarà più come prima, tu non sarai più la stessa, non potrai più. Questo dolore ti cambierà dentro, per sempre. Affronterai ogni giorno con una nuova consapevolezza, con quel senso di dolore e ogni giornata sarà una conquista. La vita ti obbliga ad essere guerriera anche quando non vuoi, non sei pronta, vorresti essere altrove. Sai anche che questo è il prezzo da pagare per aver dedicato poco tempo a te, per essere stata troppo poco egoista, per aver dato peso a chi stava intorno a te e non ci teneva. Non è una colpa, ma è una mancanza di cure verso te stessa. Forse per questo le attenzioni delle persone intorno, ti lasciano senza parole, non sei abituata, ne sei quasi intimorita. Ma anche questo fa parte della tua nuova consapevolezza.

Come stai?

E’ la domanda tipica che mi viene fatta, quasi che dalla mia risposta dipendesse il benessere di tutti, che se anche stessi male non cambierebbe nulla dall’altra parte. Se dico che è stata una lunga giornata, l’obiezione che mi viene fatta è: sei stata male per la chemio? Come se le due cose avessero una correlazione. Se non prendo l’antinausea mi chiedono il perché, perché una loro amica ha gestito male la chemio e prendeva l’antinausea, perdendo diversi kili. Poi le belle notizie come se piovesse: Debra ha una recidiva, ti hanno fatto la PET?

Ecco, non ho bisogno di tutto questo. Tra tutte spunta Lucia che un tumore l’ha avuto davvero, ha fatto la chemio, la radio, subito due operazioni e a vederla non lo diresti mai. Lei che non legge i bugiardini, lei che affronta le sue giornate con forza e determinazione, lei che non si fa spegnere. Ogni tanto fin sopra le righe, ma il dolore sa cos’è. E quando Antonia scrive che un giorno di terapia intensiva è stata l’esperienza più terribile della sua vita, pensi che a 66 anni deve essere davvero fortunata per affermare una cosa del genere. O quando ti dice che in ospedale da lei sono tutti malati veri e quindi spengono le luci alle 20, ti domandi se non si rende conto di non essere in una discoteca.

Essere malati, malati veri è un’esperienza di merda. Devi mettere da parte tutto, dimenticarti di quello che facevi fino a poco tempo prima ed entrare in un nuovo ordine di idee, in cui tutti vogliono starti vicino ma pochi riescono davvero, tutti sono bravi a dare consigli ma non ci sono mai passati, in cui essere empatici viene duramente testato, anche da chi crede di esserlo davvero. Vorresti avere una routine, ma non ci riesci, perché dipende da come stai, da come ti alzi, da come hai dormito, neanche leggere ti fa staccare la spina, forse camminare, distrarti, non pensare o pensare a cose che ti fanno stare bene, ma quando qualcuno vicino a te ci mette il suo allora il muro si alza, un muro bello alto, prendi le distanze e selezioni. Sai perfettamente che ci sono persone che non sono in grado, non ce la fanno ma rispetto a prima non ce la fai nemmeno tu. Tolleri poco, cerchi quei luoghi in cui trovi luce o quelle persone che sai essere sempre una risorsa, selezioni i film, le serie TV, la musica perché non è semplice essere malati, tu non ti ci senti, non sai cedere a questa evidenza e forse è un bene. Essere malati e rifiutare la malattia, un connubio intrigante, fatto di up and down, di pause, di riprese, di malessere ma anche di luce.

E’ proprio questa luce che stai cercando disperatamente e non la trovi. Ne hai davvero bisogno. Qualcosa che ti guidi oltre, che ti porti avanti rispetto a dove sei partita, in questo viaggio che non hai scelto ma che stai facendo tuo, perché che tu lo voglia o no sarà ancora lungo. E’ appena iniziato e già sei caduta nella rete degli altri, ascoltando le loro voci, le loro scemenze, la loro superficialità, senza difenderti, senza mettere dei paletti, senza fermarli. Loro sono sempre gli stessi, tu no, il mondo ti è finito sottosopra, hai perso i riferimenti, adesso ti tocca iniziare da capo e magari accettare persone e situazioni che prima ti sembravano distanti, o forse erano lì e avevano bisogno di essere guardati in modo diverso.

Guerriera di Luce

Ho bisogno di luce, della luce più accecante per non soccombere, per non cadere, per non farmi ancora del male. Ho bisogno di tutte le mie energie, di uno sforzo che va oltre me stessa. Dopo giorni sono in grado di affrontare la realtà, la sto guardando bene in faccia.

Come cambiano le cose. Fino all’altro giorno i miei pensieri riguardavano uomini, amici o supposti tali, amicizie in senso più ampio, legami, adesso a malapena ricordo i nomi o le intenzioni. E’ un momento in cui sono ripiegata su me stessa, in cerca di un po’ di luce e di risposte che non arrivano. Attendo, solo questo posso fare e recuperare un po’ di forze per affrontare una nuova fase della mia vita, in cui si affacciano terapie e medicine. Abbandono il mio corpo, lascio che vada, che si trasformi, cerco un pezzo per me, un angolo dove possa darmi un po’ di pace interiore senza cadere più in basso. Ho paura perché se sarà chemio perderò i capelli, sarà per poco ma accadrà. Lo so, è pura vanità, ma è la mia. Così come le mille insidie dietro l’angolo. La chemio in pastiglie che provoca dissenteria, la radio che avrà controindicazioni di altro genere, ogni cura ha il suo e passa tutto dal mio corpo che non mi appartiene più, questo spaventa. Come se il mio corpo si dovesse immolare per la causa, dovesse prendere le misure di se stesso. Tutto questo non è giusto, è profondamente ingiusto, il mio corpo non ha colpe, io non ho colpe. Io pago un prezzo troppo alto, veramente troppo alto. Accetto ma non è detto che sia d’accordo, accetto per quieto vivere, per pura convenienza.

Fino all’altro giorno non avevo idea di cosa mi aspettava, fino al giorno dell’operazione, fino a una settimana dopo. Poi ho preso atto di tante cose, forse di troppe, proprio adesso che inizio a riprendermi, che inizio di nuovo a stare in piedi, che guido, che sono autonoma, che il destino è nelle mie mani. Ho voluto strafare, sono stata ingiusta verso le persone che mi stavano accanto e che davo per scontate ma che non vedevo. E’ stato un modo per farmi prendere atto di chi contava davvero, l’ho capito, adesso basta. E invece no, il gioco continua, ci si diverte ancora, ma io non mi diverto più, voglio scendere da questa giostra infernale, perché l’inferno lo sto vivendo qui, il paradiso non può essere così. Non può fare così male. Se questo era un modo per farmi fermare, per farmi affrontare la realtà, per farmi decidere su me stessa allora va bene ma forse è davvero troppo, un po’ troppo. Non era necessario. O forse sì, forse deve farmi decidere se affrontare strade alternative, percorsi diversi, pensieri mai considerati prima. In fondo una guerriera di luce affronta le tempeste della vita, fa tesoro dei suoi errori, un’inquieta sopravvive alla tempesta e non vive senza. Forse il destino ha scelto una strada molto alternativa per me, diversa, lontana dai soliti circuiti, da quelli più battuti. Forse è il momento di decidere davvero. Forse è il momento di tentare, di buttarsi nella mischia, di non cadere in vittimismi inutili, di accettare quanto non si può cambiare. Forse è questa la parte più difficile: accettare quello che non si può cambiare con grande rassegnazione.

not my cup of tea

Avete presente quando per tutta la vita desiderate diventare madre? No, magari non avete presente perché già siete madre, ma ecco, la sottoscritta ha sognato per tutta la sua esistenza di poter mettere al mondo un figlio. Mi immaginavo con il pancione a raccontare storie a mio figlio oppure mia figlia ancora in grembo. Li vedevo nascere e intanto spingevo per partorirli, riuscendo solo ad espellere fibromi sul mio utero che diventava sempre più grande. Immaginavo di allattare, di dormire con loro, vedevo il mio desiderio prendere corpo come se diventassi una cosa sola con loro. L’ho desiderato da quando ero ragazzina, mettevo un cuscino sotto il pigiama e facevo le prove, arcuavo la schiena, poi ho iniziato a guardarmi intorno in cerca di un compagno per procreare, ma nonostante il numero di teste di c…. che ho incontrato, non ho mai perso la fiducia che lo avrei trovato. A un certo punto ho anche realizzato che se volevo un seme forse dovevo tenere le arie un po’ più basse e accontentarmi senza per forza pensare al compagno che mi sarebbe piaciuto. Immaginavo che per diventare madre si dovesse in automatico diventare donne infelici, che fosse un po’ il prezzo da pagare perché in fondo gli esempi che avevo intorno mi rimandavano la stessa immagine. Coppie non particolarmente entusiaste con uomini poco pronti ad assolvere l’incarico di padri, madri isteriche, scontente, irrealizzate, che mettevano da parte il proprio futuro in nome della famiglia. Ecco per me la famiglia è sempre stata tutto, un po’ al centro del mio mondo. Sarà per questo che ho cercato di fare la stessa cosa nel mio piccolo. Volevo un figlio e l’avrei avuto.

Lavoravo in azienda, circondata da ingegneri e tecnici, persone dedite al ragionamento. Non ho mai avuto preconcetti nei confronti degli ingegneri e devo dire che in fondo mi trovavo bene lì dov’ero. Sentivo di non essere fatta per quel lavoro ma quando ho incontrato Riccardo e poi con il tempo ho approfondito la conoscenza, pensavo di aver trovato davvero l’uomo giusto. Ingegnere, piemontese, di buona famiglia, pure nobile, educato, di buone maniere, un po’ problematico nella relazione familiare, con una madre a cui non ribatteva mai e che la faceva un po’ da padrona, un padre, remissivo ma simpatico, un fratello obbediente e un po’ inquadrato con una moglie tutto sommato normale, se non fosse stato per la sua tendenza a farsi sottomettere da una madre troppo presente. Un quadretto familiare come ce ne sono tanti, non molto distante dal mio, non molto pittoresco, ma che in fondo mi sembrava rassicurante, come in quei film horror in cui tutto nasce dalla normalità. Ecco lì, in quel quadretto io mi raccontavo felice ma non lo ero. Non stavo bene, ero nevrastenica, ansiosa, nervosa, guardavo al mio futuro senza realizzare nulla di quello che desideravo perché non c’erano nemmeno i presupposti per fare un figlio visto che di sesso ce n’era poco e di volontà ancora meno. Ma soprattutto, dopo anni di terapia e di lavoro su me stessa, io non ero contenta di me. Non davo la colpa agli altri ma mi credevo sbagliata, diversa, inadeguata, ogni osservazione del mio compagno era un’accusa, qualcosa che feriva il mio amor proprio. Non so come ma a un certo punto ho avuto la fortuna di capire che non poteva continuare così, che quella persona accanto a me non sarebbe mai riuscito a farmi diventare la donna che desideravo essere. Credo sia stato il mio più grande colpo di fortuna, anche se allora non lo sapevo e non lo capivo. Volevo, desideravo ma era tutto vano come se non fosse destinato a me.

Ho deciso di lasciare Riccardo, al tempo in modo del tutto inconsapevole. Mettevo in gioco me, il mio desiderio di maternità, la donna che ero, senza sapere dove sarei andata e che cosa sarebbe stato di me. Nel frattempo la mia famiglia si allargava. Mio fratello diventava padre per ben due volte e, per quanto all’inizio non fosse tra i suoi desideri, nel tempo è diventato la boa che lo ha tenuto a galla nei suoi momenti più bui, il motore della sua forza. Due figli che voleva che diventassero parte della mia vita, perché nel frattempo venivo operata e perdevo la possibilità di procreare. Non ho mai accettato di buon grado il suo ragionamento. I figli erano suoi e della sua compagna, che li avrebbero cresciuti come meglio ritenevano, non avevo contemplato l’idea che si sarebbero separati, che lui avrebbe perso il lavoro, che mio padre sarebbe morto, lasciandoci una madre molto problematica da seguire. Vivevo in una sorta di limbo in cui la mia vita continuava dolorosamente, ma andava avanti, con un lavoro che tutto sommato mi piaceva e mi dava soddisfazioni, un ambiente di lavoro che invece non mi stimolava, ma un’esistenza che non è cambiata molto negli ultimi 10 anni: il lavoro è sempre quello, le materie pure, le richieste non molto diverse. Ecco, io non ho vissuto il trauma del COVID, non so cosa voglia dire rimanere fermi per mesi senza lavorare, in questo senso la vita ha continuato a scorrere, modificata ma è andata avanti. Anche io sono andata avanti. Mi sono abilitata, ho avuto un contratto a tempo indeterminato, ho cambiato scuola, colleghi e preside, ma sono sempre la stessa persona. Nel tempo non essere diventata madre ha assunto sempre meno un carattere fondamentale, anche se comunque discriminante. Io ero sola, single, senza figli, libera, come potevo essere felice? Non avevo impegni di coppia, perché la mia vita ha continuato a riempirsi di personaggi di sempre più dubbia reputazione che incontravo a qualsiasi ora del giorno e della notte. E mentre guardavo intorno a me le coppie che mi sembravano felici, ho imparato anche a cogliere la sfumatura della loro infelicità. Nel mio piccolo ho visto unioni in cui lui vive con la famiglia sei mesi all’anno e gli altri sei li passa a Dubai; sono stata testimone di orecchini incastrati su sedie in camera da letto, che non appartenevano a nessuna donna della famiglia; mi sono confrontata con coppie simbiotiche che vivono in dipendenza l’uno dall’altra; ho ascoltato di legami in cui lei sa di avere accanto un uomo problematico ma decide comunque di diventare madre, senza citare loro, lui in vacanza mentre lei accompagna una vacanza studio. Insomma chi più ne ha più ne metta, ma in sostanza not my cup of tea.

Con oggi credo ancora di aver fatto un passo avanti e di avere chiuso almeno altri due cerchi rimasti aperti. Ho capito che il bravo ragazzo, dall’aspetto impeccabile nasconde invece l’adulto problematico che non sa accettare un no come risposta. Ho realizzato che l’ingegnere non è davvero la razza migliore di persone per me ma soprattutto che, per quanto ami i miei nipoti, una notte e una mattinata insieme per me sono sufficienti. Come ci sono arrivata? Non lo so. Forse il tonfo della bottiglia per terra mentre mia nipote apriva il frigo per la seconda volta con la grazia di un camionista, oppure la richiesta di una porzione di sashimi e nighiri di salmone ieri sera, che forse mi sarebbe costata di più la consegna che non il cibo, oppure il desiderio del mio silenzio per scrivere, per dedicarmi a qualcosa di mio, al mio vero figlio. Ma in tutto questo l’ennesimo messaggio dell’ingegnere con cui ero andata a letto lo scorso anno con mia grande delusione e con lui che dopo un anno ancora mi cerca (ora è bloccato) e ancora mi chiede se sono rimasta delusa dall’incontro.

Non so che cosa abbia acceso la lampadina dentro di me, che cosa abbia fatto scattare l’allarme. Forse un sintomo lo avevo già avuto all’inizio dell’estate quando, ospite di Luca, mi ritrovavo a perfetto mio agio in una situazione non mia, ma che mi appagava, facendomi passare qualsiasi forma di appetito, un po’ come mi capita quando vado a Parigi. Ma oggi, mentre aspettavo un altro Luca, mio fratello, che venisse a prendere sua figlia, facendo il conto alla rovescia e diventando sempre più nervosa, ho capito che sono guarita. Non piango per non essere madre, non piango per non avere una famiglia, non piango per essere sola. Non piango per aver perso la possibilità di procreare. Non piango perché non ho un compagno accanto che non mi ama e non mi vuole. Non piango per me. Con l’animo sollevato, ringrazio di poter essere in parte artefice del mio destino, di avere avuto la forza di prendere certe decisioni, supportata forse da un padre che non mi ha mai fermato, pur consapevole di quanto fossi incauta. Oggi respiro, incerta del mio futuro, ma chi in fondo non lo è? Osservo la mia casa, la libreria, il mio disordine che mi appaga e che mi fa sentire me stessa. Quella che scrive, che racconta, che svela un po’ di sé sono davvero io e non riesco a fare altro che piangere e sorridere. This is me.

Paris

Vorrei essere brava a raccontare quello che i miei occhi hanno visto negli scorsi giorni, ma soprattutto a descrivere quello che ha provato il mio cuore. Spero di riuscirci.

Erano due anni che non mettevo piede a Parigi. L’ultima volta il freddo era stato intenso e pungente, insieme alla pioggia, forse per questo nella valigia ho valutato diversi spessori adatti ad ogni situazione. Mi ha accolto invece l’estate, che in questa parte del mondo si vive en plein air con un panino in mano o un piatto take away, i piedi scalzi nei prati, sdraiati su un comodo telo o meglio ancora a contatto con l’erba, il tutto accompagnato da una bevanda e perché no, pure un bel prosecco o una birra migliorano il contorno. Una Parigi in cui l’overtourism la fa un po’ da padrone ma nel mio caso alcune mostre di nicchia hanno ovviato al problema. La prima fra tutte è stata l’esperienza immersiva del Piccolo Principe, una carrellata di immagini e disegni, accompagnati da musica e piccole parti narrate da gustare sdraiati a terra, seduti, in piedi, in mezzo a una folla di bimbi che si avvicinavano al mio personaggio preferito per toccarlo credendo fosse vero. Io incantata come una bimba, in lacrime come un’adulta, che fotografavo e piangevo, piangevo e fotografavo, poi piangevo ancora poi mi soffiavo il naso, e piangevo ancora, fortunatamente in tutto questo complice l’oscurità. Credo di avere pure singhiozzato, tanto che una volta fuori, dopo circa due ore in cui ho rivisto la stessa riproduzione tre volte, ho deciso che il mio stomaco aggrovigliato su se stesso aveva già dato abbastanza. Inutile dire che lo andrei ancora a rivedere perché mentre il racconto scorreva pensavo che nella vita amiamo davvero quello di cui ci prendiamo cura, che non bisogna temere la delusione o la perdita perché amare comporta farsi del male e a volte farne, spesso involontariamente. Allontanarsi non significa abbandonare, ma a volte cambiare prospettiva, vedere ma con altri occhi, darsi il tempo per sentire la mancanza o magari non sentirla per nulla. Amare o meglio ancora avere cura, amare senza voler possedere ma permettendo all’altro di rimanere o di andarsene, non sarà mai una perdita o un fallimento, sarà sempre quel qualcosa che ci spingerà ad andare oltre quei limiti che a volte ci costruiamo per paura di rimanere soli. Ed è stato forse in quel momento che è iniziato per me il vero viaggio, qualcosa che mi si è smosso dentro, qualcosa che non avevo mai visto in questa maniera, qualcosa che dovevo imparare. La seconda mostra che avevo prenotato era alla Galérie Dior. Forse qualche anno fa non ci avrei mai messo piede, lo avrei trovato frivolo, ma se si pensa alla moda come a una forma d’arte tutto assume un senso ma l’esperienza Dior è davvero un’esperienza di sensi. La bellezza innanzi tutto, l’incanto di abiti, la perfezione del taglio, la scelta dei colori, la musica, l’atmosfera, tutto in un crescendo estetico di alto livello dove niente è lasciato al caso, neanche la scelta dei materiali dei bagni. Un percorso tra colori, forme e magia, perché è facile sentirsi travolgere, sentirsi parte del tutto. E in quest’ambiente dove il lusso la fa da padrone anche un caffè e una bottiglietta d’acqua hanno fatto il loro, 22 euri, che a detta della mia amica Lucy sono ben spesi perché Dior è Dior, e che cazzo! E allora sì, vale la pena farlo, in fondo anche Carrie Bradshaw faceva la fame ma indossava scarpe da 300 $ e io che di che Carrie non ho nulla se non un numero imprecisato di storie dal dubbio gusto, forse un caffè posso permettermelo, anche se la ragazzina orientale con tanto di piantana da selfie che si fotografa sulle scale che sfumano per colore di abiti e accessori, forse ha qualcosa ancora da insegnarmi. Il bello, il senso estetico, la ricerca di una perfezione effimera, ma che nell’effimero ricerca la sorpresa, il non detto, la meraviglia. Se il mio percorso aveva previsto cibo per il cuore e per gli occhi, la terza mostra mi ha regalato l’appagamento completo dei sensi. Non ero mai stata alla Bourse de Commerce, ma da mesi tenevo d’occhio quest’esperienza artistica delle tazze che si scontravano nell’acqua in una enorme piscina, installata sotto la cupola a vetrata dell’edificio con una serie di affreschi dipinti in cerchio che riprendevano momenti della storia di Francia. Sono stata tra le prime a entrare quel giovedì mattina e credo di aver passato quei buoni 50 minuti seduta per terra ad osservare il movimento dell’acqua, delle tazze di ogni grandezza che si scontravano e producevano un bagno sonoro. Dopo mesi, ero anche io lì a realizzare un desiderio, anche un po’ impaurita all’idea. Perché in fondo sono anni che ho smesso di sognare, di credere, di sperare. Sono anni che cerco di vivere al meglio ma non sempre è stato possibile, specie dopo la perdita di mio padre. Alcune esperienze poco fortunate, certe delusioni e certi atteggiamenti inaspettati mi hanno fatto desistere dal mettermi troppo in gioco ed è forse tutto questo ad avermi amareggiato fin troppo, come se in fondo fosse anche un po’ colpa mia che ci ho creduto e invece avrei dovuto difendermi meglio. Ma forse sono state le parole di Miranda o forse proprio il mio piccolo principe che mi hanno fatto capire che non necessariamente otteniamo qualcosa, a volte ci guadagniamo anche solo il colore del grano o una stella che ride per renderci persone migliori. Ma è anche vero che non è da tutti e non è per tutti, per qualcuno è molto più semplice far sentire il peso della propria aspettativa, valutare in base a quanto si ottiene ed evitare di esporsi troppo perché si rischia di perdere quel sano equilibrio che fa funzionare il meccanismo perfetto di una felicità on demand. Sono stati questi i tanti pensieri che hanno affollato la mia mente mentre seminavo kilometri, mentre entravo in moschea velata e immortalavo piante, fiori e boschi, in mezzo a un Bois de Boulogne davvero suggestivo ma molto selvaggio, in una Cathédrale de Notre-Dame presa d’assalto, salvata ma che ormai ha perso il suo fascino medievale oppure in quella chiesetta che è sempre Saint Germain des Près, in cui è facile ritrovarsi. Ho percorso strade e vie note, senza troppa fatica, visto, assimilato, estasiata, felice, lontana da tutto e da tutti, ma ho anche decelerato, fatto una pausa, lasciato andare il tempo seduta ai Jardins des Tuileries o du Luxembourg, perché Parigi è anche questo, ti permette di trasformarti in una sorta di parigina in prestito a cui chiedere informazioni per strada sentendoti tessere le lodi per l’ottima pronuncia, come se fosse un surplus. Per me che vado veloce, che tengo la testa bassa autoinfliggendomi il dovere di guardare avanti, di non mollare, di essere all’altezza a volte è difficile realizzare quanto capita intorno, se non darlo per scontato. Ma è certo che se non ci si da il tempo di accogliere e di volere trovare il bello, allora difficilmente capiterà, se veniamo fagocitati da qualcosa che vogliamo ottenere subito, facilmente non saremo nemmeno in grado di vederlo arrivare, non sapremo valutarlo perché non corrisponde a come ce lo eravamo immaginato. E’ facile dispensare giudizi, chiudersi nelle proprie certezze, mai cambiare prospettiva, ci rassicura, ci fa vivere sereni ma è anche vero che ci toglie l’opportunità di muoverci verso quello che siamo destinati ad essere.

San Teodoro

Partiamo dall’inizio. Conosci una persona, vi sentite per telefono, passate ore a chiacchierare. Decidete di incontrarvi ma quando questo accade, tutto va male, tutto precipita. Forse il senso di aspettativa, forse quel qualcosa che doveva scattare e così non è stato, forse ci sta anche che tu non sei pronta e facilmente non potrai più essere come eri abituata.

Allora si mette un punto e basta e si ricomincia. Ma in un attimo è il senso di mancanza che non hai calcolato a farti sentire quel bisogno di risentirlo. Così lo cerchi di nuovo, mentre le amiche te lo sconsigliano. Lui ti risponde e ti chiede di andare da lui. E’ in Sardegna a San Teodoro. Ma in fondo, anche se non te l’avesse chiesto ci saresti andata ugualmente. Prenoti. Due mesi prima di rivederlo tra mille dubbi, mille incertezze, mille fragilità. Hai fatto 30 e adesso devi fare 31, perché se non vai fino in fondo non saprai mai se davvero ne vale la pena, se avevi ragione o se hai sbagliato su tutta la linea. Litigate ancora prima che tu parta, ma partirai lo stesso.

Il volo decolla a mezzanotte. Il tempo di alzarsi ed abbassarsi e sei già arrivata. Arrivi da lui alle due, sta ancora lavorando e ne ha ancora per un’ora. Quando finisce, ti porta da lui. Tu con il caschetto da ciclista in scooter, perché anche lui è smemorato come te e il casco l’ha lasciato a casa. Stare insieme è naturale, in fondo non vi siete nascosti nulla. Va avanti così per tre giorni in cui passi il tempo insieme a lui, mentre lavora, mentre prende il sole insieme a te o entrate in acqua insieme, mentre mangiate o bevete, mentre camminate di notte alla ricerca di luminescenze. Chiacchierate, ti racconta qualcosa in più di sé che ancora non sapevi, vi baciate, vi scoprite. Poi riparti. La stagione intensa inizia e lui non avrà più tempo da dedicarti. Dice che vi rivedrete a settembre e intanto gli lasci i tuoi asciugamani. La navetta che ti porta all’aeroporto è già lì, un bacio veloce e poi tutto si chiude. Chissà se lo rivedrai ancora. Chissà se sarà di nuovo a settembre.

Quando torni a casa sembrano passati due mesi. Sei scesa dalla navicella che ti ha trasportata in un’altra dimensione. Lo hai lasciato lì sperando che anche per lui sia stata la stessa cosa. Hai fatto una pazzia, hai seguito il tuo cuore, forse il tuo istinto, dovevi farlo altrimenti non avresti mai saputo. Avresti passato il tempo a chiederti come sarebbe stato, ma in quel giorno in cui ti trovavano un nodulo al seno, ti sei promessa di fare molte cazzate nella vita e non potevi perderti questa. Non potevi nemmeno continuare a dare retta alla guerriera che hai alimentato per tanto tempo, quella che ti ha protetta ma è stata ugualmente ferita. E per quanta paura tu abbia di esporti, di farti ferire, di starci male, sai che comunque andrà, non potrà mai più essere come è già stato. Potrai cadere, farti male, ma hai costruito la tua rete, le amiche che ti ascoltano, che ti consigliano, ma poi ci sei tu che hai già vissuto tempeste peggiori, che non ti sei persa d’animo, o se lo hai fatto, hai poi trovato il modo di reagire. Ci sei tu che hai tenuto in piedi la tua vita anche quando lei non ti ha seguito, obbligandoti ad essere una persona diversa. Per tanto tempo sei stata arrabbiata con il mondo e con te stessa. Poi hai fatto pace, forse hai fatto pace anche grazie a lui, che ti ha fatto uscire dal tuo spazio di comfort, in cui in fondo ti eri rannicchiata.

Magari sarà la storia di un’estate, sarà il tempo di San Teodoro, del suo mare cristallino, di un giro in scooter o forse chissà… ma sarà soprattutto quel tempo che hai di nuovo dedicato a te stessa, senza essere nient’altro che te. E di questo avevi certamente bisogno.

Cambiare prospettiva

E’ sabato, ultima lezione dell’anno, il prossimo avremo lo spettacolo finale. Arrivo giusto in tempo per il brindisi della pausa. Poi a pranzo. Sono seduta a fianco di Simona e le dico: “hai ragione Simo, che senso avrebbe fare tante ore di lezione di danza senza poi metterle in pratica ballando?”. E qualcosa mi si illumina dentro. Al pomeriggio riprendiamo e balliamo, siamo nelle nostre posizioni, balliamo tutte insieme. Ridiamo, balliamo e sudiamo come non ci fosse un domani poi la maestra ci manda a casa. Ci vediamo sabato prossimo. Dopo un paio di ore, sul gruppo, compare il video che ci ha fatto e mi guardo, ci guardo. Lo giro a una ex collega che non potrà essere presente e mi dice: “Elena, sei felice, hai persino gli occhi che ti sorridono.” E’ vero. E questo saggio quest’anno non mi pesa, anche se a farlo con me non ci sarà la mia solita compagna di danza, che in questi mesi ha disertato prove e ballerine, chiudendosi in un mutismo quasi adolescenziale. E io che pensavo mi sarei sentita sola, mi sento invece libera di godermi il momento senza sentire la sua ansia addosso, il suo scontento e forse anche la sua possessività, come se fossi qualcosa di solo suo, senza peraltro sentirmi io così. Ballo e sono felice e non mi pesa tutto il resto e non so da quanto non mi capitava.

Miranda mi dice: fallo per te, hai fatto 30… quanto ti costa fare 31? Concediti di viverlo. Qualcos’altro mi si illumina dentro. Respiro.

Sono giorni, settimane, mesi che rimugino, che mi chiudo, che valuto, che soppeso, soffocata da me stessa. Sembro quasi mia madre, senza concedermi la possibilità di essere me, senza sentirmi per forza sbagliata. Ieri ho cancellato per sempre quel numero di telefono, ho bloccato il contatto su Facebook, ho chiuso per sempre quella porta, non che non lo avessi ancora fatto ma rimaneva ancora una fessura, uno spazio, oggi so che non è più necessario. E’ tempo di guardare altrove, sbagliando senza sentirmi per forza una fallita. Lo faccio per me, non per lui, non per lei, non per qualcun altro. Lo faccio per me perché me lo devo, perché ne ho bisogno, perché molte cose sono cambiate intorno a me e forse è tempo che smetta anche io di essere la stessa o almeno mi conceda di essere anche un’altra parte di me, che non conosco così bene.. o che conosco fin troppo bene da sapere quanto è fragile. E da sapere quanto mi spaventa tutto questo, tanto da farmi girare la testa, pur essendo consapevole che è necessario che questa testa riprenda a girare, perché per troppo tempo è rimasta ferma, salda, costante, seria, togliendomi il fiato e il piacere di essere me stessa.

Va bene così…

Ho passato gli ultimi mesi a sbirciare, curiosa se si fosse rifatto una vita, se avesse trovato una nuova lei a cui vendersi per la persona che non è. L’ho visto fare festa, dedicare canzoni ad altre donne, invitare a cena molti amici, uscire, viaggiare, condurre una vita del tutto normale, dopo che per anni mi ero bevuta la storia che per lui era impossibile, difficile, le sue vicissitudini familiari non glielo permettevano. Io dovevo rimanere in un angolo, scomoda, difficile, sbagliata. Forse è vero, effettivamente se si fosse mostrato per quello che realmente è, il mio sentimento sarebbe svanito prima, gli avrei chiesto di più, lui non me lo avrebbe concesso e così ci saremmo separati per sempre. Invece il suo interesse era tenermi lì, buona, non far emergere tutto quello che faceva, perché diversamente avrei reagito. Si nascondeva come fanno i peggiori vigliacchi. Poi un giorno la maschera è caduta, suo malgrado, e non ha avuto il coraggio di ammettere chi era realmente, quella persona che per troppo tempo ho amato senza una ragione, convinta di conoscerlo mentre non sapevo nulla di lui e mentre lui stesso non aveva intenzione di farsi conoscere. Sono passati giorni, settimane, mesi, anni. Un anno dall’ultima volta in cui ancora l’ho cercato mossa da un sentimento che era solo mio, incantata ancora dal pensiero che potesse essere diverso. Invece era lui senza avere il coraggio di farsi vedere. In fondo è sempre stato quel Vile che avevo già incontrato tempo prima, tornato per convincermi che mi amasse ancora, mentre cercava solo consolazione al suo orgoglio ferito. Un uomo, il cui ego domina sopra ogni sentimento, anche il più vero, perché in fondo non sa dare nulla di sé, non sa fare quel passo in avanti per cambiare il corso delle cose, per prendere un vero impegno e rispettare un legame. L’ho sempre visto, era di fronte ai miei occhi, illusi dal cuore che spingeva per averlo tutto per me. Ma in questo incontro di finte intenzioni, di parole cautamente non dette, di gesti intenzionalmente mai mostrati, non vinco io, vince la verità, vince il sentimento, vince la me che lo osserva da lontano e non lo cerca più, non perché pensa al proprio bene, ma perché sa che con lui non ha nulla da spartire. Lo guardo e so che farà lo stesso con altre e allora qualsiasi forma di gelosia scompare, e ringrazio per tutto quello che è accaduto. Avrei voluto soffrire di meno perché tante lacrime per una nullità non valgono molto. In lui non ho trovato riconoscimenti, parole di affetto, messaggi di stima, solo una persona insulsa che frequenta chi, come lui, sa nascondersi bene all’interno delle proprie bugie. Va bene così. Adesso so che non mi ha mai voluto davvero bene e che non ne è in grado, non sa amare. Non gli auguro nulla di buono, in fondo è inutile per chi non ha strumenti per poter comprendere. Mi butto alle spalle un rapporto malsano, una relazione tossica, un sentimento schernito. Chiudo gli occhi e tiro un sospiro di sollievo, quando in fondo sono stata in mezzo a quel non essere che conosco fin troppo bene, in cui le persone credono che tu sia sempre a loro disposizione e che in fondo farai sempre quello che si aspettano, perché è vero che lo farai e che difficilmente deludi le aspettative, ma ogni tanto sai anche stupire te stessa e seguire un buon consiglio schivando il baratro per l’ennesima volta. Sei caduta di nuovo, ti sei fatta male, ma hai recuperato le tue energie, ti sei rialzata, hai preso in mano il coraggio e ti sei mossa altrove, in una terra che non conoscevi, consapevole di non poter fare a meno della tempesta che ti porti dentro. Di lui non resta più niente dentro di te, non ha lasciato tracce, una presenza inconsistente, un uomo nullo e fasullo. Un uomo che non vale nulla. Un uomo che in fondo non ho mai amato, se non per un’immagine riflessa di sé.