Komorebi

” La luce che filtra tra gli alberi anche nel buio più profondo, per ricordarci che la vita è qui e ora. “

E’ questa la parola con cui mi sveglio questa mattina quando apro gli occhi. Da mesi faccio incetta di parole, tanto che una mia collega mi ha prestato anche un dizionario che le contiene tutte.

Il qui e ora, il mio dilemma di questo periodo, in cui faccio i conti con un’autonomia ridotta, con un corpo che chiede riposo in continuazione, con farmaci che vengono somministrati ogni mese lasciando un senso costante di spossatezza. Le persone chiedono come sto, mi guardano, mi chiedono se sono stanca. Sono una nuova attrazione turistica. Nessuno che mi chiede se ho ripreso danza, che libri sto leggendo, se sono andata a qualche mostra, se c’è qualcosa che mi piace mangiare maggiormente in questo periodo. No! Nessuno che si offre per portarmi fuori a cena, farmi passare una serata diversa. Sono in una vetrina, ho ripreso il mio posto, tutti sono tranquilli adesso. Si preoccupano per me ma non vorrebbero vedere cambiare le cose. Tutto è tornato al proprio posto.

Ecco, probabilmente in tutto questo sono io l’unica a non essere tranquilla. E forse solo alcuni lo sanno, le amiche più fidate.

Questo è senza dubbio il periodo più difficile della mia vita. Sono guarita ma non sono ancora in forma. Sono indipendente ma non come prima. Vorrei fare delle cose ma ho un’autonomia limitata. Vorrei fare dei viaggi ma sono sempre tanto stanca. Vivo giorno per giorno, è solo quello che riesco a fare ma con tanta fatica. Certi giorni va meglio, altri no.

Vengo da un tumore che mi ha bloccato braccio e gamba destra, che mi ha tolto la parola. Faticavo a esprimermi. Ero nel buio, adesso vedo la luce che filtra tra i rami. Forse non è come me l’ero immaginata. Io per prima so che tutto può cambiare da un momento all’altro, che le certezze sono in grado di sgretolarsi, che quando afferriamo con forza qualcosa è perché temiamo di perderlo. Forse questa paura non ce l’ho più. Credo sia cambiato questo dentro di me. Non temo il domani perché nel mio inferno personale ci sono già stata. So che tutto cambia dall’oggi al domani. E per quanto tutti intorno a me si sentano in dovere di rassicurarmi, sono consapevole che sono solo parole al vento. Forse quello che devo imparare è che ogni momento ha il suo perché. Tra un mese non sarò più nella stessa situazione di adesso.

Come facevo a fare tutto?

Sono le 10:50 del mattino, ho appena finito di fare lezione. E’ solo la terza ora e sono stravolta. Mi siedo sul divanetto in sala prof per riposarmi. Alla quarta ora ho il ricevimento parenti, in due hanno disdetto, aspetto la terza che non arriverà. Martedì ho terminato il primo ciclo di chemio in pastiglie. Cinque giorni che non mi hanno dato problemi ma evidentemente il meglio deve ancora venire. Le giornate sono state lunghe con gli scrutini di fine quadrimestre. Forse ho esagerato. La domanda che mi sorge spontanea è: come facevo prima a fare tutto? Con che cosa ero fatta? E’ vero ho avuto un tumore, sto facendo le terapie. Il 19 dicembre finivo la chemio e la radio. Il 7 gennaio rientravo a scuola con 15 ore, perché volevo riprendere in mano la mia vita, è passato un mese e mi dico che probabilmente devo darmi una calmata. Gli standard sono cambiati, io non sono più la stessa persona di qualche mese fa, non so nemmeno se tornerò ad esserlo.

Dopo quattro ore di lezione sono cotta. Mi trascino a casa come se non ci fosse un domani. Quando cammino o faccio attività fisica dopo un’ora e mezza mi devo fermare. Il mio corpo lancia dei segnali evidenti, lo ascolto ma evidentemente non lo faccio ancora come dovrei. Un po’ devo forzare su di me, un po’ mi devo arrendere: la vita va più veloce di me e non riesco a starle dietro. Vorrei ma non posso.

Devo ridimensionarmi. Ascoltare me stessa. Mettere da parte le cose che vorrei fare e dare voce a quelle possibili. Imparare che questo è un momento della mia vita in cui posso fino a un certo punto, oltre solo ogni tanto. Un passo per volta, un pezzo alla volta. Senza cadere nello sconforto, concedendomi le lacrime e il coraggio di dire no, non ce la faccio. Mettere dei limiti a me stessa significa anche mettere dei limiti agli altri. Rimetterli al loro posto. Ma devo imparare che non posso controllare tutto, questa è la grande verità: non posso essere ovunque, sono un essere umano.

La malattia è un messaggero, ti dice quando il tuo corpo è arrivato al limite e ti devi fermare.

Il rientro

Mercoledì scorso ho ripreso scuola. Avevo bisogno di riconnettermi con il mondo, di tornare a fare le cose che mi facevano stare bene.

La scuola nella quale lavoro è altamente prestazionale. E’ la scuola della collina torinese, frequentata dal ceto medio-alto, funziona come un orologio svizzero: tutto al suo posto, tutto in ordine, tutto perfetto. Ho ripreso con il timore addosso di richieste che non hanno tardato troppo ad arrivare. Già il giovedì il primo collegio docenti, il venerdì il corso di formazione interrotto a settembre per eccesso di impegni, il venerdì di questa settimana i colloqui generali e poi chi più ne ha più ne metta, da noi si recuperano anche le ore di luglio, non sia mai che qualcuno si permetta di non farle!

In occasione del collegio docenti, chiedo al preside di essere dispensata dal corso di formazione del giorno successivo e poi pongo la domanda sui colloqui, se posso essere esonerata anche da quelli, ma la risposta è perentoria: no, attiva gli slot solo per le famiglie di seconda e terza. La mia domanda è: che cosa gli racconto che sono quattro mesi che manco da scuola? La risposta arriva pronta dalla mia collega che mi suggerisce di lasciar morire la cosa, non farne più parola, perché tanto venerdì lui non ci sarà, dal momento che lo devono operare di calcoli, ci sarà lei, perché anche il vicepreside è fuori uso da due mesi, e se voglio evitare di fare il bollettino medico a quelle n famiglie che si presentano il venerdì pomeriggio, faccio meglio a starmene a casa. Se lui ci fosse, comincio a dire che sono stanca (che è pure la verità!!).

Nel frattempo arriva il lunedì, alle 21:15 compaiono le sostituzioni su una delle sette chat attivate e già archiviate, perché in malattia mi davano l’allergia, c’è scritto il mio nome. Devo sostituire una collega giovedì alla quarta ora, nel mio orario di ricevimento. Fortunatamente dei genitori si sono già prenotati, il che mi dispensa. Mentre intrattengo uno scambio di messaggi con il preside (lui!!) a proposito di questo, mi chiede che cosa deve fare con il coordinamento, perché ho avuto anche questo dono negli anni. Al momento lo detiene un mio collega e credo gli toccherà ancora per un po’, perché non so che cosa dire su dei ragazzi che non vedo da quattro mesi.

Ho avuto un tumore, una invalidità al 100% che non mi dispensa da nulla, nemmeno dal recupero ore se ho capito bene, a fine mese riprenderò le terapie, al mattino lavoro e in classe sto bene, forse l’unico posto in cui ho ritrovato me stessa. Lavoro in una scuola cattolica in cui non c’è pietà o compassione, qui Dio è morto appena varcata la porta. Non mi fanno fermare al pomeriggio ma in fondo è passata solo una settimana, ci sarà tempo anche per quello. Non sono sfruttata ma non sono nemmeno tutelata.

Sono tornata a scuola con la sensazione di tornare nella tana del lupo e in fondo è così. Stamattina avevo le lacrime agli occhi, poi mi sono detta vaffanculo e ho scacciato i pensieri negativi, ma la sensazione è quella. In questa scuola performante non c’è spazio per chi soffre. Si parla dei deboli, dell’essere inclusivi, dell’accogliere ma quando sei tu che chiedi uno spazio di ascolto, o semplicemente un momento per fare il punto della situazione, non ne hai diritto. Tutto questo avviene in un mondo cattolico, che professa una religione ma non ne è all’altezza, perché in fondo siamo uomini, nasciamo imperfetti e moriamo tali. Pregare non ci redime dal peccato originale. Forse è questa la controversia più agghiacciante; proprio dove ti aspetteresti di trovare Dio, ti rendi conto che non c’è.

A me piace insegnare. Quando ho perso l’uso delle parole, ho pensato che dovevo trovare un nuovo lavoro, in cui non fosse necessario parlare. Poco per volta sono tornate, ci è voluto tempo e pazienza, quando ho mandato i primi vocali non riuscivo a crederci. E’ da lì che ho sentito l’esigenza di saperne tante, o se non altro di conoscerne il significato, il mio cervello si era svuotato e ancora oggi sento che non sarà più come prima, o forse è solo un’impressione. Non so dove mi porterà la corrente, ma non mi sento di escludere nulla. Forse rimarrò in questa scuola in cui Dio è morto, forse avrò il coraggio di tentare altre strade, forse scriverò davvero quel libro che tutti attendono con ansia, in cui racconterò le peripezie di una prof di francese, in questo momento non mi sento di escludere nulla. So che se domani dovesse essere l’ultimo giorno della mia vita, lo vorrei senza pesi sul cuore.

Il diritto di essere triste

In un mondo di persone che sanno che cosa è giusto oppure no, io non lo so.

In un mondo di persone che immaginano come possa sentirmi, io non ne ho idea.

In un mondo di persone piene di certezze sul loro domani, io non ne ho.

E’ un momento in cui sento di voler guardare avanti, di riprendere a vivere, di voler spazzare via quello che ho vissuto fino all’altro giorno ma ho voglia di pensare a me anche se il prezzo da pagare è quello di deludere. Non ho più voglia che la mia vita riprenda mantenendo gli stessi ritmi, significherebbe farmi del male, non avere imparato la lezione. Vorrei che questo tumore rappresentasse davvero una rinascita, altrimenti non è servito a nulla, non ho imparato la lezione, l’ho considerato senza interiorizzarlo davvero. Ammiro chi mi dice di immaginare come mi sento perché non lo so nemmeno io, tanto che ne vivo un pezzo per volta, altrimenti non ce la faccio. E’ troppo faticoso.

Penso sia giusto sentirsi tristi e soli, per quanto intorno ci sia un mondo di persone che mi vogliono bene. Ma non sta a loro decidere di che cosa ho bisogno. Come possono saperlo se non lo so neanche io? Il mondo mi è crollato addosso, ho perso il controllo della mia vita, non sapevo più dov’ero e che cosa stavo facendo, non ero consapevole di me, le persone mi parlavano ma io rispondevo a monosillabi perché non ero in grado di articolare il mio pensiero, le parole non mi uscivano, non ero in grado di pensare. Ho passato settimane e mesi a processare quello che ho vissuto e ancora non ne sono consapevole. Ancora mi sembra di aver vissuto un incubo, in cui sono la protagonista, un incubo nel quale non ho scelto di stare, di essere partecipe. Non stava andando tutto bene, ero dentro a un inferno ma ancora non lo sapevo. Questa è l’unica cosa a cui riesco a pensare. Il tumore non si è formato alla fine di agosto, c’era già quando tutti avevano la risposta pronta, quando tutti sapevano esattamente di che cosa avessi bisogno, quando mi sentivo fragile ed esposta, quando esprimevo a parole il mio disagio ma non ero ascoltata. Poi è avvenuto il patatrac, allora lì tutti hanno tirato fuori il lato migliore di sé, hanno mostrato la carta del buon samaritano senza che fosse davvero necessario, non sempre ho apprezzato certe uscite o certi messaggi, a volte li ho visti mancare di coerenza. Perché diciamocela tutta, a volte il silenzio vale più di mille parole, non è necessario esternare sempre tutto. Non sono scandalizzata per le persone che non mi hanno mai scritto ma forse per quelle che lo hanno fatto suscitando una serie di domande sul perché era successo.

Penso di dover piangere e avere momenti di debolezza e fragilità. Penso che ho bisogno di me ora più che mai. Che va bene tutto, non posso impedire a chi mi sta intorno di comportarsi in una certa maniera anche con me, ma non è necessario ascoltarli tutti, non tutti meritano.

The best way to end something is to starve it. No reaction. Just don’t feed it.

Il pensiero tossico

“La chiamo dalla radioterapia, non ci risulta la sua esenzione.”

“Cosa? Ma la mia dottoressa si è occupata dell’esenzione, mi hanno anche dato l’invalidità!”

“Ma noi non lo vediamo! Non può recarsi all’ASL perché qui ci sono le fatture della radioterapia e senza esenzione come si fa?”

Mando un messaggio alla dottoressa che si è occupata della pratica e una mail alla segreteria che mi conferma di aver inviato la richiesta a fine ottobre ed effettivamente mi ricordo che è andata così, con la sottoscritta che le chiedeva se era necessario fare qualcosa e lei che rispondeva di no, che avrebbero provveduto a inserire il codice per le prestazioni gratuite. La segreteria quindi provvede a mandare una nuova richiesta e io domando se devo fare qualcosa, mi rispondono di no, che devo pazientare qualche giorno.

Ed è lì che si insinua il pensiero tossico. E’ lì che probabilmente ha origine il tumore, nel rimugino. Che cosa posso fare? Come posso agire? Devo fare qualcosa? Come posso risolvere questa situazione? Se mi richiamano dalla radioterapia che cosa rispondo? Quanto tempo ci vorrà per avere una risposta? Quanti soldi devo avere per pagare le prestazioni? Passo almeno due o tre ore così, a rimuginare e sono consapevole che facendolo mi sto facendo del male ma non riesco a spostare l’attenzione su altro, nonostante mia madre continui a dirmi che non devo fare niente, che se ne occupa la dottoressa, che hanno già provveduto a inviare una nuova domanda. Sto ferma lì, non mangio nemmeno. Mi addormento. Ma il pensiero torna, si annida, non c’è nulla da fare. E ne sono consapevole.

Soffro di ansia. Ansia da prestazione. Ma non solo, credo. Quest’ansia mi entra nelle ossa e non so come fare per farla andare via. E’ una brutta bestia e ne sono vittima. Ad un tratto sento il bisogno di essere menefreghista, di non dare peso a questo genere di cose. Se ne occupa la dottoressa, perché devo farmene carico io? Perché le preoccupazioni del mondo devono ricadere sulle mie spalle? Perché non posso delegare? Perché non posso concedermi di essere una persona migliore e soprattutto spensierata? Perché se ricevo una telefonata mi metto subito in allarme e devo fare qualcosa per risolvere ogni cosa? Immagino sia un problema burocratico, se ne sentono tanti, la domanda è stata fatta, poi approvata ma qualcuno non l’ha registrata, dov’è il problema? Nella mia testa, ecco dov’è, nei miei pensieri malati.

Sono mesi che manco dal lavoro, rientrerò a gennaio ma questo sarà un grande problema da risolvere. L’aspettativa, il senso dell’altro, i sensi in allerta perché è lì che tutto ha origine. Tante volte ci sono tornata sopra e ho realizzato che non andava bene, che a volte è necessario deludere, prendersi del tempo per sé, mostrare freddezza. Forse il rischio è di non farsi volere bene, di ritrovarsi con tante persone che ti additano ma ne vale la pena. Il sano egoismo, il non è colpa mia, ci deve pensare qualcun altro perché proprio io? Non salverò il mondo, la situazione si risolverà prima o poi, se mi chiamano non rispondo perché non so che cosa dire, aspetto una risposta, ci vuole tempo, è la burocrazia di un paese che muore di questo e oggi ne sono vittima, lo provo sulla mia pelle. Non posso fare nulla, forse è una strada che devo imparare ad accettare, un nuovo modo di vedere le cose, di affrontarle, di sfuggire alla legge, di fregarmene di tutto e tutti. In fondo è noioso essere sempre perfetta.

Santa Lucia

” Faccio la raccolta regali Bale, c’è chi fa la raccolta fondi, io raccolgo regali per te”, così mi dice Lucy, mentre mi mostra la foto di un sacchetto con sopra scritto il mio nome. Questa volta lo ricevo da Erika, la mamma di un ragazzino della scuola dove insegno, che tra l’altro non è neanche un mio allievo. Sembra che lui sia rimasto colpito da me a Les Combes, in quell’estate di due anni fa. Una mamma che dicono molto esigente con il figlio, sempre tiratissima, ma che a me mostra un volto sempre molto umano. Sarà che la sua immagine è filtrata da Lucy, che non risparmia mai nessuno, sarà che è bello avere uno sguardo diverso sulle persone, quel lato inaspettato. In questi mesi ho ricevuto tanto. Nella sfortuna ho scoperto di essere amata, di essere pensata, ho realizzato che quando una tegola ti prende bene in testa, ci sono tante persone pronte a soccorrerti, a sapere come stai, a chiedere di te. Poi arrivano le persone di cui non sospetti. Estefania che ti lascia dei campioncini in regalo, Paolo che non hai mai conosciuto che ti regala un docciaschiuma. Continui a ringraziare perché sei talmente stranita che è l’unica cosa che ti riesce bene. O almeno ci provi. Poi c’è Miranda che organizza un aperitivo per te, ma tu nemmeno gliel’hai chiesto, ma lei pensa che non è il caso che ti presenti alla cena di Natale e quindi crea un’occasione in cui tu possa sentirti a tuo agio senza dover rispondere ai come stai di rito. Quando la ringrazi, lei ti risponde: ” è un piacere”. Non credevi più negli esseri umani e loro ti hanno dimostrato che sbagliavi. Le persone si sono strette intorno a te, ti hanno tenuto compagnia, chi più chi meno, non ti hanno fatta mai sentire sola. Non le hai mai allontanate, in certi momenti è stata dura, non è stata certo una passeggiata di salute, e ancora ne manca un pezzo, gli ultimi giorni di terapie. Poi avrai una pausa per riprendere fiato poco per volta. Pensavi che non saresti più stata in grado di insegnare, le parole non ti uscivano, eri rallentata nei pensieri, valutavi altre strade. Hai capito che hai bisogno dei ragazzi e che in fondo anche loro ti cercano. Ti sei sentita coccolata in un mondo fatto di legami, di strade che si incrociano, di pensieri, di parole di conforto. Hai voluto vedere il bello e l’hai trovato, hai anche scoperto quella nota stridente, quelle battute ingrate, hanno fatto rumore nei tuoi pensieri perché non te le aspettavi. Oggi è Santa Lucia, non credevi di farcela. Un nome che ti accompagna ormai da tempo, che è diventata parte del tuo tempo.

Rinsavita

Quando ti dicono che la madre dei cretini è sempre incinta, forse non è a caso.

E’ lunedì mattina. Come sempre, dopo il mio solito prelievo del sangue, vado a fare colazione da DAF insieme a mia cugina. E’ un locale piuttosto conosciuto qui nel paesello. Lei si offre di accompagnarmi, io mi sdebito offrendole la colazione. Siamo sedute da poco e a un certo punto vedo Valter, presidente del Coro di Trofarello, il paese vicino al mio, insieme a sua moglie e a un’altra signora. Lui mi vede, si avvicina e mi chiede come mai mi trovo lì. Non ho ancora imparato a rispondere senza risultare sgarbata o troppo diretta, quindi gli dico che ho avuto un tumore al cervello, lui sobbalza per la sorpresa e mi chiede: sei rinsavita? Guardo mia cugina che non ha capito cosa vuol dire la parola e in questo momento decide che sei in salita è quella che preferisce intendere e quindi risponde di sì. Poi non so bene come concludiamo la conversazione, lui torna al suo posto e noi usciamo poco dopo.

Non sono pronta. Purtroppo non sono pronta. Sono svantaggiata. Non sono preparata a rispondere e ad essere maleducata. Perché di fronte a una battuta del genere, non puoi essere educato.

La vita ha deciso per te. Puoi anche raccontartela che troppi pensieri ti hanno fatto male, che il ricarico di lavoro ti ha esasperato, ma tutto questo poteva sfociare in mille altre cose che non un tumore maligno di grado 4. Poi arriva il cretino di turno a chiederti se sei rinsavita. Oltre il danno pure la beffa. Ma il punto è che la risposta non ti viene proprio, non pensi nemmeno, sei scioccata dalla sua superficialità, dalla poca considerazione o forse semplicemente non riesci a concepire che al mondo possano esistere esseri così stupidi. Il punto non è su di lui e sulla sua battuta idiota, il punto è su di te e sulla tua intelligenza, su di te che forse non ti abbassi al suo livello, che è proprio basso basso.

Assomiglia tanto al livello della tua collega che ti racconta che quando ha saputo del tuo tumore, ha chiamato subito la sua dottoressa chiedendole di prenotarle una TAC e in risposta ha ricevuto due ricette per il Lexotan. O La magna ciogna (vedi donna che si veste da vecchia) della situazione che ti chiede se riesci a distrarti e tu pensi: ma che domanda è? Oppure al Don della situazione che ti parla di fiori e piante, o ti augura buon Columbus Day. Ecco li metterei tutti in un contenitore con scritto sopra imbecilli.

Glioblastoma grado 4

Così si chiama il mio tumore. Ho scoperto che ognuno ha un tumore diverso a cui viene dato un nome, tipo battesimo. Sapevo di aver avuto un tumore al cervello, sapevo che era maligno, sapevo che volevano eliminarne ogni traccia al livello macroscopico ma anche microscopico. Sapevo che erano necessarie le terapie. Poi non ho voluto saperne di più. Ma oggi, mentre ero in sala d’attesa per la radio, uno dei pazienti mi chiede che nome ha il mio tumore e non so rispondere. Quando arrivo a casa controllo e scopro la verità, ma non mi serve a molto. Se apro internet compare di tutto, specie sulle aspettative di vita, ma tanto che posso fare? Posso cambiare il mio destino? Non credo! Posso decidere di cambiare quello che è stato prima? No! Posso decidere di cambiare la qualità della mia vita? Quello forse sì! Posso decidere di condurre una vita diversa? Sì! Posso scegliere, in questo ho ancora autonomia, non sono obbligata a fare tutto, non posso fare tutto. Forse quello che devo togliermi dalla testa è il senso di paura di deludere l’altro, come se dovessi farli tutti contenti. Forse sapere di avere avuto un tumore così grave ti salva da te stesso. Magari era questa la lezione che dovevo imparare: dire quei no che non ho mai pronunciato.

Il dramma

Ecco, sapete quella sensazione che si ha quando subite un male tremendo, una roba che fa impallidire solo a sentirla, e vi aspettate che le persone intorno a voi relativizzino e invece no, sembra che stiano peggio di voi. E’ la seconda volta che mi capita in due giorni, sempre con le stesse persone, perché in fondo mi piace vincere facile. Ieri era Antonia, oggi Silvia. Ieri Antonia piangeva al telefono perché in fondo lei è una persona buona e non se lo merita, oggi Silvia che è tutta una tragedia. E’ finito il tempo dell’affronteremo tutto insieme, siamo rientrati dall’emergenza. In fondo non è molto eroico dire che la tua amica, quella che consideri una sorella, sta facendo le terapie per il tumore, non è eroico come andare da lei tutti i giorni in ospedale perché aveva perso la parola. In fondo non dò fastidio a nessuno.

Credo che ci siano persone che hanno bisogno di fare il dramma, anche quando non c’è, ma a maggior ragione ingigantiscono le situazioni. Non riescono a vivere sereni, facendo le loro cose. No, perché in fondo quella serenità non ce l’hanno dentro e probabilmente non l’avranno mai perché cambierebbe il loro asse di vita, le loro scelte, in fondo anche le loro sicurezze. Forse vogliono troppo bene a se stesse ma è un amore malsano, complicato, problematico. Per anni ho ascoltato e sono stata partecipe, mi sono fatta carico. Adesso dico no. Ascolto e poi faccio finta di niente. Non dò importanza, guardo altrove, mi distraggo, non ne ho bisogno. Non ho bisogno di sentirmi dire che la vita è complicata perché già lo so. Non ho nemmeno bisogno di ricaricarmi di energia negativa. No, per niente. Hanno avuto bisogno di mostrarsi, di farsi vedere, anche di snobbare, poi sono cadute nell’ombra, venendo meno alle loro parole ma in fondo non le ricordano o ricordano solo quello che fa loro comodo. Dispiace per loro ma in fondo è la loro vita.

La luce

– 13 radioterapie, i capelli che hanno fatto un vuoto, c’è un buco sulla mia testa. Lo copro ma so che c’è, non è come perdere tutti i capelli ma forse mi basta così. Al mattino la chemio mi toglie l’appetito, è l’effetto di giorni e giorni, settimane su settimane, ne mancano ancora tre, un tempo infinito, sospeso, un’immensità che si sgretola poco per volta, quasi non ce la faccio più, vorrei mollare tutto. Saluti e baci a tutti. Non è vero che sono guerriera, sono umana come tutti, metto l’armatura ma solo perché sono costretta, altrimenti farei ben altro. Non mi devo ammalare, non devo mollare ma la verità è che sono stanca. E’ un momento in cui piango perché non ce la faccio più e non mi vergogno a dirlo. Giro con una pochette di medicinali, io che a malapena mi ricordavo di prendere la tachipirina o le gocce per dormire. Ho veramente bisogno di vedere la luce in fondo al tunnel ma ho paura che succeda qualcosa, non so cosa, ma qualcosa. Ho bisogno di crederci davvero, di superare me stessa in questa prova di vita. Ho bisogno di recuperare qualcosa dentro di me che ho messo a tacere per troppo tempo, quella bimba che chiede di essere ascoltata, che urla alla me grande che devo crederci, devo crederci fermamente, non devo avere paura, questa è la prova da 100 punti, è La Prova. Dopo ci sono ben poche cose che possono fare paura. Ho rischiato di morire, perché se quella sera non fossi caduta a casa di mio fratello, probabilmente sarebbe successo a casa, da sola, o in auto. Non posso mollare ora. Non posso. E non c’entra che sia una brava persona, perché queste cose capitano alle brave persone, capitano più a loro che non alle merde, è un dato di fatto. Questa ne è la prova lampante. Non c’è nemmeno un perché, o un non me lo meritavo. Nessuno merita un tumore, neanche chi se lo va a cercare ma a maggior ragione chi non se lo è andato a cercare. La causa sono quei sì detti troppe volte, quel mettersi a disposizione in continuazione, quell’abbassare costantemente la testa, quell’aver paura di ferire, di fare male, di offendere per poi tenere tutto dentro, quando forse non c’era così tanto posto per i drammi altrui. Sono stata un contenitore, ho ingurgitato tutto, e non sapendo come buttare fuori, una massa è uscita dalla mia testa. La colpa sta nell’essere troppo buoni, non buoni, ma troppo e il troppo stroppia. Sentirsi stanchi e non avere il coraggio di dirlo, per paura di passare per deboli; portare pesi sulle spalle che si incurvano, sopportare tutto e non riuscire ad alzare la testa. Rimuginare, pensare, fondersi il cervello, prendersela per qualcuno che non ha intenzione di cambiare. Sentirsi in colpa ma senza una ragione. E poi la luce, quanto costa crederci? Nulla, e allora perché non provarci!