Punto e a capo, come essere tornati indietro nel tempo, mentre fugace quel quasi senso di serenità sfugge ormai. Per chi, come me, naviga tra lavoro e familiari anziani, bisognosi di attenzioni, il lockdown ha un significato più o meno intenso, poco cambia tra le mansioni ordinarie del mio tempo. Lavoro, casa e poi nulla. Tutto azzerato, tant’è che per un attimo gli occhi si riempiono di lacrime perché non va, non funziona. Questa pace casalinga, che mai lieve non è, rappresenta ormai uno standard di vita al quale non è possibile abituarsi, neanche con tanto impegno. L’amore ha il limite dell’amore per se stessi, quando arriva quel momento in cui dire basta, non ce la faccio, è troppo, perché la smisuratezza è solo dimenticarsi di sé. Forse questo ho imparato a mio discapito. Così oggi sogno di momenti per me, di spazi che un giorno torneranno, mi auguro. Sogno di tempi, sguardi, odori, carezze, senza la paura di contagio, di mani sporche ma sane, di momenti in cui tirare un sospiro di sollievo, senza la costante sensazione di non avere fatto abbastanza. Sogno di un tempo senza screen, senza mail, senza device, senza comunicazioni a tarda serata, riunioni crepuscolari e un rincorrersi attraverso il filo della tecnologia. Utile ma alienante. Tornerà forse quel momento in cui progettare viaggi, in cui ballare senza distanziamento, in cui scoprire il volto e sfoggiare il colore di rossetto preferito, perché anche il più piccolo gesto ormai assume un suo valore, un suo senso. Il rumore stesso di una classe, mentre seduta, guardo i loro visi inquadrati da una telecamera e li sogno qui, presenti, vicini, umani.
Lockdown
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