L’occhio clinico

Mi manca l’occhio clinico di mio padre. Non so bene come facesse, ma era sicuramente una sua caratteristica sapersi misurare con le persone. Forse gli anni di esperienza sul lavoro glielo avevano insegnato, con grande capacità sapeva dipingere le persone che gli si paravano di fronte. Mia zia diventava quella brava a fare l’orlo, vista la sua esperienza di sartina ma niente più, la mia preside aveva una bella parlantina, per dirla lunga su quanto le parole fossero il pane con il quale ci nutriva, il mio ex capo era un manager, descrivendo così la sua notevole capacità nel gestire passando sopra agli interessi personali dei singoli. Dipingeva anche noi nella suo quadro personale, mia madre era debole, per questo si lasciava prendere da situazioni senza importanza e cadeva nei tranelli più banali, mio fratello era quello che doveva mettersi all’opera in cento progetti per realizzarne almeno uno, io ero l’incosciente che non sapeva contare, lo zimbello dei calcoli, che lo sorprendeva quando sciorinavo le tabelline, mia unica conoscenza certa della matematica.

E vero, sono una incosciente, una incapace a calcolare i pro e i contro, che si butta nei progetti, valutando il presente ma poi non riesce ad andare oltre l’oggi. Ero quella che amava stare in città e che gli raccontava storie di prostitute, polizia e spacciatori, o cortili interni e mercati. Quante volte mi ha detto che sentiva il profumo di città, di quella vita che pulsa come piace a me, per sentirmi viva, per uscire dagli schemi. In fondo credo gli piacesse seguire i lavori da me, quando occorreva, sedersi nel mio appartamento, andare a pranzo al bar vicino, girare in auto in città. Gli ricordava la sua storia, lui quarantenne come me che calpestava più o meno le stesse vie per raggiungere il posto di lavoro, quella FIAT che non c’è più, che lo celebrava con il premio fedeltà dopo 30 anni di onorato servizio.

Quello che ora mi manca davvero è il suo sguardo, il saper vedere, anche quello che non appare. Troppo spesso mi sono lasciata abbindolare, ma lui non mi riprendeva, lasciava che sbagliassi, che ci arrivassi da sola, che tirassi fuori le mie armi di difesa e mi facessi le mie ragioni, perché dovevo imparare, dovevo crescere. Mentre lui esprimeva il suo pensiero. Quante volte ha avuto ragione, quante volte ha visto davvero. Parlava tanto, ma adesso so che era solo un modo di essere, quello di un signore di una certa età che costruiva relazioni, che intesseva legami e che in cambio riceveva stima, forse da parte di chi lo sapeva guardare con lo stesso sguardo. Perché in fondo chi non lo amava è rimasto in silenzio e non gli ha tolto nulla. Chiacchierava e diceva quello che pensava, allontanando da sé chi non lo condivideva. Mi avrebbe sicuramente detto che non vale la pena prendersela se in questi mesi i colleghi non si sono fatti sentire per sapere come stavo, che alla fine chi si è fatto vivo, ci teneva e me lo ha mostrato, degli altri non ti curar…

E grande il vuoto che ha lasciato per quanto l’impegno costante di riempire il tempo attutisca un po’ la sua mancanza. Questo nuovo stato di cose mi spinge quindi a ricercare nuove soluzioni, guardandomi con occhi un po’ diversi, perché è vero che rimango un’ incosciente nel fare i calcoli, ma porto con me una nuova consapevolezza, quella di sentirmi vulnerabile, ogni volta che certi argomenti portano a lui, di ritrovarmi in un attimo con le lacrime agli occhi, senza sapere come. Questa nuova me sorride, annuisce, e dentro ti manda a quel paese, perché la buona educazione non passa mai di moda, ma fessa non sono. Ringrazio il distanziamento sociale, che mi ha permesso di allontanarmi, di prendere le dovute misure e che impone di non avvicinare, ma soprattutto non farmi avvicinare, quando la falsità è un male ben più peggiore di un virus che passa e va. Sarà per questo che sorrido con serenità alla tanto temuta cena, mentre le parole mascherina, distanza di sicurezza e cibo offerto solleticano la mia sete di impersonalità, proprio quando mi facevo vanto di avere creato relazioni. O così credevo.

La vigna

La vigna, così la chiamava mia nonna. Al tempo in cui ero bambina c’erano filari d’uva. So che andavo spesso con lei in quel pezzo di terreno, a mezza collina, percorrendo un sentiero poco battuto, lasciandoci alle spalle le ultime case e raggiungendo la chiesetta diroccata e abbandonata. Un luogo misterioso.

Ora crescono alberi di ciliegio. Le piante sono cariche, un rosso che invita il palato mentre l’arietta soffia su di noi, che raccogliamo e mangiamo. Questo è uno dei luoghi della nostra memoria, di noi figli e di mia madre, moglie. Vediamo mio padre camminare tra le piante, con il gancio da attaccare al ramo per il cestino e poi raccogliere e mangiare, perché la frutta dalla pianta è ancora più buona. Gli piaceva prendere l’automobile, lasciare la statale, inerpicarsi per le stradine di campagna e ritrovare il suo luogo della memoria, quell’angolo in cui si sentiva più vicino a quello che era stato. Ci andava spesso da solo, a qualsiasi ora del giorno, con qualsiasi tempo, incauto come sempre, ma impossibile tenerlo, legarlo alla prudenza e alla cautela. Quanto mi manca ora, quando cercandolo posso trovarlo ovunque, sapendo che è solo una presenza impalpabile.

Abbandono per un attimo il raccolto. Imbocco la stradina che costeggia il terreno. Molto è cambiato, la chiesetta è diventata un santuario, il prato è rasato, il cancelletto lo tiene ancora al sicuro. I miei occhi sono quelli di me bambina, per mano a mia nonna, che raccoglie ortiche per i suoi impacchi per capelli. Avrò cinque o sei anni, impacciata, sempre un po’ spaventata, incerta, ma la mia nonna mi adora, mi ha accarezzato i capelli durante la malattia di mia madre un paio d’anni fa, anche se erano almeno trent’anni che era scomparsa. Bevevo il latte tutte le mattine nelle sue tazze, ritrovate tra quei mille oggetti che popolano le case. Mi ha amato e mi ha sostenuto, perché pensavo che quel dolore fosse insostenibile. Oggi un altro ancora più grande mi avvolge, ma non lo vedo tutto, perché lentamente scava e mi guida in un luogo sconosciuto di me, dove non sono ancora stata. Chiedo a mia nonna di tenermi ancora per mano, anche se ormai sono donna. Chiedo a me stessa di essere fragile, di mettere da parte quell’armatura, perché non potrà difendermi questa volta.

Sono stata in molti luoghi, ho sentito di essere a casa spesso anche altrove, forse grazie al profondo senso di appartenenza, radicato nel mio sangue, come quelle piante che ancora il mio bisnonno aveva piantato e che ci salutano da lontano. Non ho mai avuto paura di allontanarmi, perché so da dove vengo, e se anche mi perdessi, saprei ritrovarmi. E il mio luogo della memoria, il posto in cui vado con il ricordo, presente o distante. Oggi insieme a mia nonna, c’è anche suo figlio.

10.000 passi

L’azzurro e il verde, i colori di una primavera ormai estiva. Il sole in faccia e quella camminata che riprende. Non si può che percorrere strade familiari, percorsi fin troppo conosciuti, perché i tempi non lo permettono. Forse è il virus che limita la maggior parte di noi, ma al momento non sarei in grado di andare più lontano. Le perdite hanno bisogno di tempo, di nuovi ingranaggi, di pause, di valutazioni e di bilanci. Questa diventa anche la scusa buona per far uscire mia madre, che dopo 55 anni si ritrova sola, e che tende a chiudersi nel suo bozzolo come sempre.

10.000 passi al giorno sono quelli consigliati per perdere peso, per riequilibrare l’umore, per espellere tossine. Fino a qualche tempo fa era la mia routine. Poi la quarantena ci ha fermati, poi il malumore, poi tutto quel che è stato. Sarà per questo che non ho voglia di parlare, per dire cosa? Per raccontare ancora una volta come si è spento mio padre? A chi può ancora interessare? A quelle decine di persone che hanno fatto il compitino di scrivere il loro messaggio di condoglianze e poi si sono eclissate, veloci come la luce, toccando ferro che mai possa capitare anche a loro, come se ne fossimo immuni. Oppure a chi si fa forza del fatto che gli ultimi anni sono stati per me un vero calvario di dolori, ospedali, ricoveri, malattia e quindi chi più ne ha più ne metta. Ecco, potrà sembrare strano ma al momento il malumore e la tristezza non sono davvero le compagne che voglio condividere con chi mi vuole stare accanto. Mi bastano nelle ore notturne, in quei momenti in cui il cervello si spegne e d’improvviso punto lo sguardo verso il vuoto, in cui sento la presenza di mio padre intorno a me e ovunque nella mia vita, in questo momento doloroso di effettiva assenza. Poi la vita riprende, non con gli stessi ritmi, perché ancora non potrei, sarebbe troppo presto. Ringrazio quindi il fatto di potermene stare per conto mio, di leccarmi le ferite, di distogliere lo sguardo da tutto quello che non avrei la forza di tollerare. Sono i pesi a fare male, i macigni sul cuore, per ribilanciare tutto occorre tempo e ho intenzione di darmene.

In tempi diversi, avrei ripreso tutto, senza dare a vedere le ferite che portavo, ma oggi so che basta un niente per cadere, un attimo e gli occhi si caricano di lacrime, perdi il senso di quello che sei e di dove sei. Vorresti che fosse tutto come prima, ma dentro tutto ti chiede di non negarti di essere triste, di essere disorientata, di sbandare, di prendere decisioni sul momento, di valutare i tuoi passi, metro dopo metro, quei 10.000 passi che sono anche il senso di te, l’esercizio per riprenderti una forma, non la stessa di sempre, un’altra che ancora non conosci, ma forse che percorre già la tua stessa strada, accanto a te. 10.000 passi, un cammino lungo o breve, a seconda di chi ti sta a fianco, di chi ti siede vicino tenendoti la mano, accarezzandoti la guancia, come la tua nipotina che ti guarda intenerita quando il pomeriggio crolli addormentata. Dentro c’è sempre la sua voce che parla, lui che non ne poteva davvero fare a meno di chiacchierare e che non si è mai risparmiato nel dirti di guardare avanti, di scegliere ciò che era meglio per te, di stare bene, di non curarti di chi non meritava né il tuo sguardo né il tuo orecchio, perché l’importante era fare quello che ritenevi giusto, perseguire i tuoi obiettivi, impegnarti in ciò che ti dava soddisfazione. Per questo forse è dura accettare di ammettere che qualcuno non c’è più.

Mio padre

Ritorno a casa. E la seconda domenica senza mio padre. Lascio mia madre ripiegata su se stessa, a leggere l’ennesimo libro. Non so quanti ne ha passati negli ultimi mesi. Mentre lentamente mio padre si indeboliva e smetteva di bere e mangiare, lei leggeva per impegnare il tempo. Forse un modo per tenere la mente occupata, per non cadere nel tranello che forse non ce l’avrebbe fatta.

La domanda che mi pongono è come stai? La risposta è sempre quella: sto. Sto come d’autunno gli alberi le foglie, sto come non so nemmeno io, che dormo per non pensare, che sento l’accenno di un peso che mi accompagnerà sempre. Non ci si rialza dalla perdita di un genitore. Non è una mancanza destinata a scomparire. Non è la scomparsa di una persona che si amava tanto. E l’essenza della tua esistenza che se ne va. Tuo padre che ti ha generato, ti ha cresciuto, dal quale hai ereditato la sua espressione, i suoi occhi. Hai imparato a vivere modellandoti su di lui, ammirandolo, seguendolo, chiedendo consiglio. Lo hai ascoltato, lo hai detestato, lo hai amato, perché tutte le volte che alzavi la cornetta ti rispondeva. Era lì. Il pilastro della tua vita, quello che sei e quello che sei diventata. Oggi è cenere, perché ha dato anche istruzioni per la sua morte, sapendo che si è tutti destinati ad una fine. Non ti vorrebbe vedere piangere, ti vorrebbe sapere realizzata, appagata dalla tua vita, con le chiavi in mano per aprire le porte giuste per te. Lui che non ti ha spinto tra le braccia di un altro uomo per saperti felice, ma che ti ha insegnato a contare su te stessa, a realizzarti come donna, ad essere consapevole. Mio padre, il mio modello ispiratore.

Sarà dura vivere senza di lui, ma in quella casa dove tutto parla di lui, sarà difficile non salutarlo, non sentire la sua presenza, la sua forza, ascoltare le parole che sussurra. Sarà difficile trovare una nuova dimensione, assestarsi su un nuovo equilibrio, sarà difficile sentirlo senza poterlo più vedere, guardarlo in foto e riconoscerlo nel ricordo. Verrà naturale ricordare le sue battute, ascoltare i suoi pensieri, perché in questa vita ha lasciato una impronta indelebile, uno stampo che non può essere cancellato. Mi mancherà come il padre che tutti meriterebbero, vecchia maniera, solido, stabile, fermo, testardo ma buono, intelligente, moderno e disincantato. Non temeva di non piacere, guardava avanti, forse in certi momenti avrebbe dovuto fermarsi, ma riteneva l’esistenza un lusso che gli era stato concesso, qualcosa che era stato portato via a sua sorella ancora bambina e a suo padre appena quarantenne. Lui era il sopravvissuto.

Ha odiato questa quarantena che gli ha impedito di uscire, di guidare, per nostra pace personale, perché ne conoscevamo i rischi. Ma lui soffriva, non trovava sfogo, non si dava pace, poi una notte il suo corpo, che aveva visto la morte in faccia già tante volte, non lo ha più retto, gli ha chiesto di fermarsi perché tanto era stato fatto e non era più possibile continuare. Si è spento, come una candela, tra le braccia della donna che aveva condiviso con lui un cammino lungo 55 anni. Ha chiuso gli occhi, come quelle tante volte che lo avevamo visto dormire, con quel modo buffo di tenere la bocca aperta. Poi la telefonata di mio fratello che mi avvisava, la luna e l’alba. Il silenzio.

Il cielo è sempre più blu

Cielo sereno. Sole che scalda. Il blu.

Corpi distesi in cerca del primo tepore, perché anche nel cuore dell’inverno può continuare ad esistere un’invincibile estate.

Un vento inarrestabile. Strano per chi vive lontano dal mare. Per noi è sempre estate. Basta assaporare l’aria e subito sentiamo la vacanzina marinara scorrere nelle vene.

In un attimo allora il cervello si spegne. Torino è lontana, anche se starebbe bene circondata dal mare, solcata dai venti, un po’ marinara, un po’ Antonelliana.

Le doppie nature o forse solo banali incongruenze. Un’anima che pulsa per le strade di città e un’altra, o forse la stessa, che ama farsi sferzare dal vento, ritrovare la propria pace nel mare in tumulto. Anime o solo tanti pensieri che vorrebbero un setacciatore a dividere il buono dal brutto, ciò che è guasto da quello per cui vale davvero la pena. Come dividere le pietre dalla sabbia, scegliendo le migliori, assaporando ugualmente il calore che si sprigiona da essa, scalzi, senza inibizioni, poveri ma felici di un bel cielo blu.

Marzo

L’ultima volta era fine agosto.

Una giornata di fine estate, l’aria fresca, il corpo al sole.

Sentivo di dover godere di quell’istante, accaparrarmelo, farlo mio perché di lì a poche ore qualcosa sarebbe cambiato.

Non sbagliavo.

Ho rubato gli ultimi raggi di sole, mi sono immersa nel suo calore per poi tuffarmi in una quotidianità che mi ha risucchiata viva. Non ho più ritrovato i soliti volti amici, non ho più riconosciuto luoghi che per anni avevo sentito miei.

L’estraneità è diventata la parola chiave delle mie giornate. Non ho più sentito un senso di appartenenza, come se i legami costruiti fino a quel momento avessero mostrato la loro faccia inconsistente e vuota.

Sono passati mesi da quel fine agosto. Seduta sulla stessa spiaggia guardo altrove, percorro altre strade, incrocio nuove vie, nuove deviazioni, proprio nel momento in cui decido di essere io stessa il percorso da seguire.

Oggi

Superato il trauma del tumore al seno di mia madre, ecco che fa capolino, in questo accenno di primavera, la parola melanoma a colpire invece la vita di mio padre, anziano, già operato e ricucito decine di volte, a cui non è concesso il meritato riposo del guerriero.

Inutile dire che fa male, ancora una volta.

Senza nemmeno prendere in considerazione l’accanimento delle disgrazie che in questi ultimi anni si sono rovesciate sulla mia famiglia, il primo obiettivo è quello di rimanere in piedi, di non crollare e di affrontare tutto un passo alla volta.

Nel frattempo incombe il colloquio con le mamme, esseri soprannaturali, dal dito facile, che hanno deciso di invadere la mia casella di posta con messaggi sgradevoli e maleducati, reclamando giustizia per i loro figli, perché ormai lo è anche solo mettere un voto non all’altezza delle loro aspettative. Così nelle prime ore di domani, verrò giudicata in pubblica sessione, loro con il dito puntato, io sola, a fianco di un direttore dal fare assai incerto.

L’unica via possibile mi sembra la fuga. Progetto quindi di eclissarmi, di lasciarmi alle spalle almeno per qualche giorno tutto quanto, puntando sull’oblio, sul distacco, dimenticandomi anche di me stessa e di quanto tutti si aspettino che io faccia, dica, pensi, realizzi, mentre l’unica cosa che vorrei è sentirmi un essere umano ferito, malmenato, incurvato su se stesso, stanco, molto stanco, soprattutto di sentire sempre quel suono di voce burbero, austero, duro, necessariamente forte uscire da me, mentre desidero solo cadere e lasciarmi andare.

Andare oltre

Alla base dei miei rapporti c’è sempre stata la totale assenza di rapporto. È sempre stato sottinteso che la buona riuscita di una relazione fosse il mio tacito silenzio, la mia tendenza a non disturbare, a non sporcare, a non dare fastidio. Quando per caso ho commesso quello strano errore di concepire tutto questo in termini di amicizia, o ancora più stranamente di amore, sono certamente venuta meno a quell’accordo sottinteso di non intervento affettivo. Funziona sempre tutto quando non si parla di sentimenti.

Non ho mai fatto molto caso a quello che significasse per me avere una relazione, non ho mai posta troppa attenzione a quel senso del dare, del ricevere, né tantomeno del condividere. Ho trascorso anni, forse fin troppi, a dare per sottintesi rapporti mai esistiti.

Superata così la soglia dei 40 anni, viste fuggire molte persone intorno, trovatami spalle al muro per nuove dinamiche di vita, ho voluto concedermi del tempo per provare ad osservare con occhi nuovi, meno illusi e forse più disincantati la realtà. Così ho iniziato a vedere.

Non mi sono piaciute molte cose, specie quella parte in cui ho imparato ad ascoltare silenziosamente, credendo di essere importante per chi mi stava di fronte, per poi scoprire che ero solo un buon mezzo per fare outing, una buona e semplice ascoltatrice, niente di più. Non mi è piaciuto vedermi e sentirmi scomoda in panni che non sono i miei. Non sono nemmeno sicura di poter essere qualcosa di diverso, perché da troppo tempo ho fatto mia l’abitudine di non dare fastidio. Fatto sta che molte certezze sono ormai venute meno.

Ero sicura di avere creato qualcosa, di avere costruito, ma i conti non tornavano, c’era sempre qualcosa mancante.

Da quando ho iniziato a circondarmi del mio silenzio, mi sono sentita meno sola. Ho iniziato ad impiegare il mio tempo per fare, per creare qualcosa intorno a me, senza necessariamente sforzarmi di vedere rapporti là dove non esiste motivo perché essi esistano. Ho notato così differenze, sfumature, mancanze. La mia per prima, quella verso me stessa, la certezza ormai acquisita di non avere fatto realmente quello che sentivo di fare, di non avere seguito il mio istinto, ma di essermi illusa di essere qualcosa senza mai davvero divenirlo. Non è facile prendere atto, cambiare le carte in tavola e placare quel senso di sofferenza, quando scopri di stare inseguendo rapporti fittizi o di mettere il cuore in un luogo dove ci sei solo tu e nessuno ti raggiunge mai.

Probabilmente quando smetti di parlare, vorresti imparare ad ascoltare qualcosa che compensi la tua mancanza di parole, senza farti invadere, ma forse solo farti cullare da un po’ di dolcezza, da qualche pensiero bello, disinteressato, dettato dal cuore. Invece no, non accade e allora forse occorre procedere ancora oltre.

La prof

Molte sono le cose che vorrei dire alla mamma che mi scrive, portavoce di altri genitori come lei, scandalizzati dai miei voti, dal mio giudizio e spinti dalle falsità riportate dai loro figli. Molte sono le frasi esplicite che vorrei rivolgere ai miei allievi tredicenni, che mi screditano per una insufficienza presa, dopo tre anni trascorsi insieme. L’unica frase che mi esce, affrontandoli sola in piedi, loro trenta di fronte a me, i genitori alle spalle con mail e richieste di colloqui, di chiarimenti, è questa: ragazzi, riportate a casa le cose giuste, non mentite! Io con questo lavoro ci vivo!, a cui non fa seguito: dopo che mi avete screditato, voi continuate a dormire sonni tranquilli (forse!) mentre la sottoscritta continua a svolgerla questa professione… perché poi? Per quegli altri 30 o 40 o forse molti di più, per quelli che dopo tre anni si ritrovano a mangiare una pizza e pensando a me, si scattano una foto, girano un video: Le voglio bene, prof! Mi manca! e mi mandano tutto via Instagram, perché proprio lì riesco a fare parte anche io del loro mondo.

Probabilmente è davvero un pensiero malato quello che guida me e altri come me a continuare in questo periglioso viaggio dell’insegnamento. Una mia collega qualche anno fa descriveva l’inferno come un luogo popolato da genitori, pronti a rubarti pochi minuti per un colloquio volante, abili a puntarti il dito contro, ma incapaci di affrontarti in un colloquio a tu per tu, in uno scambio adulto e consapevole, senza chat di supporto, senza altri fomentatori maleducati che soppesano i tuoi gesti, le tue parole, le tue intenzioni. Adolescenti che generano altri adolescenti, fragili e insicuri, rapidi nello schiacciare le dita sulla tastiera per accusarti, ma incapaci di guardarti in faccia e dirti quello che pensano. Sfogano le loro frustrazioni con te, che valuti i loro figli, e si sentono giudicati come padri o madri, perché percepiscono un fallimento come un’accusa nei loro confronti.

Con questo mestiere non si diventa ricchi neanche poveri, si cresce soltanto. Si impara tanto e si cerca di trasmettere quanto appreso. Il resto sono solo un mucchio di parole.

La domenica pigra

Era da tempo che non provavo il piacere di una domenica pigra.

Era da tempo che non riuscivo a dormire per una notte intera, per più di due giorni di seguito.

Erano settimane che non provavo quella strana sensazione di calma e serenità.

E mentre le ultime ore di questa domenica tipicamente torinese, un po’ grigia un po’ soleggiata, scivolano via, scrivo.

È forse di un luogo sicuro di cui sento mai come ora la necessità. Un senso di appartenenza a me stessa, ma non solo, a sguardi e a parole amiche, vicine. Come se d’un tratto fossero state spazzate lontano tante troppe certezze, quelle maturate sul senso del poi, del domani, di un’attesa che si è fatta svogliata e malinconica, lasciando il posto a quel senso di vulnerabilità, di fragilità sempre in agguato.

Mostrare troppo spesso i denti, ha fatto di me una persona che non amo particolarmente, mi ha reso guerriera e rigida, isolata e insofferente, incapace di parlare di sé, di mostrare sfumature più tenui. Non mi piace tutto questo.

Essere forti non significa sempre mostrarsi tali. Non deve essere necessariamente il vanto da mostrare come un mantello dietro il quale proteggersi.

Ho dovuto, è stato necessario, ma quando il vento è calato, ho continuato come se ancora quell’aria di tempesta minacciasse di spazzarmi via. Mentre tutto a poco a poco si è acquietato.

Ho rivolto contro me stessa la più dura disciplina, forse per mascherare il dolore, quello puro, quello che passa, che scivola, che lascia i segni, che meccanicamente cerchiamo di coprire per non farci vedere, non farci sentire, non fare rumore. Qualcosa di me non sarà più come prima. Sarà difficile ritrovarmi completamente, con un po’ di malinconia dovrò saper cedere a me stessa.