Febbraio

Difficile capire da dove venga questo rinnovato entusiasmo, che lascia anche spaesati. Saranno quei pochi giorni di vacanza, utili per staccare la spina. Sarà forse quel corso di pilates, iniziato per compiacere l’amica danzerina. Sarà che la mole di lavoro per un attimo è calata ed è più facile respirare. O forse sarà semplicemente che febbraio è iniziato, lasciando alle spalle le feste comandate, i regali dovuti, la necessità di festeggiare, per entrare in quel periodo dell’anno dove la temperatura si ammorbidisce (a parte i -2 di stamattina), in cui è facile vagheggiare una primavera di rinnovamento o semplicemente accettare che per un attimo, solo per un attimo, tutto proceda senza troppi intoppi. Che paura anche solo pensarlo!

Nel frattempo le orchidee sono sbocciate, per smitizzare le fioriture primaverili, cresciute da un ramo reciso, ancorate allo stelo, aprono a poco a poco i loro petali. L’inverno non le ha fermate.

Così forse sbocciamo da stagioni dure e rigide, da inverni che ci scavano addosso i loro segni, dalle intemperie del cuore, dal faticoso lento trascorrere di giornate incerte. Prendiamo vita da quelle radici assetate di luce, dall’acqua centellinata, che altrimenti ci annegherebbe. Riviviamo poco a poco quando è il momento, non secondo stagione, ma in armonia con le nostre forze, adattandoci a nuovi terreni, a passi meno affrettati, a una vita che non sempre abbiamo scelto ma che salutiamo lo stesso aprendo i nostri petali e offrendoci a lei.

La fiducia

Si chiama fiducia la parola chiave di questi mesi. Mi sono arrovellata, pensando che a ferirmi tanto fosse l’indifferenza, il silenzio, l’incomprensione, ma senza andare troppo lontano l’unica parola che mi mancava era appunto questa.

Difficile stare bene quando senti di vivere in un contesto privato dell’elemento fondamentale. Impossibile confrontarsi quando non trovi risposte, quando vorresti trovare coesione ma nel frattempo tutto scivola di mano, cambia e non sai in quale punto realmente ti trovi. Non ferisce la solitudine, fa male non sapere a chi stai realmente tendendo la mano, in un cammino lavorativo, personale o di crescita.

Quel senso di spaesamento costante è sicuramente il sintomo più grave di una malattia che poco a poco sta indebolendo rapporti e mietendo vittime. La percezione chiara e netta che le parole non poggiano su basi salde, che spesso si dice per poi non fare, aggrappandosi alla comodità, a quel caldo ricovero che è l’amore di sé, piuttosto che abbracciare l’altro, che accoglierlo come una parte di sé.

Inutile dire che la fiducia ha bisogno di prove, di calde immagini alle quali appoggiarsi, di frasi, di gesti, di momenti che la supportino. A poco a poco quanto più essa diventa ormai una visione, si è tentati di cedere al pensiero che tanto vale non crederci, che era solo un bel palliativo per vedere con occhi sognanti la realtà.

La pena

Ci provo a fare la vittima, veramente! Ogni tanto tento di far cadere l’attenzione sulle mie carenze, sulle mie fragilità, sulla mia solitudine, ma niente, non funziona!

L’altra sera, seduta a cena, la conversazione cade sull’amica (pluricinquantenne), single da sempre, che è rimasta senza fidanzato. L’attenzione in un attimo è su di lei: “Povera! Sono preoccupata per te!”, poi per dare il contentino alla sottoscritta: “Anche tu sei sempre sola?”, breve risposta: “Sì!” e le chiacchiere riprendono sul come e sul perché l’altra è nuovamente sola. Così un po’ perplessa, mentre la neve cade a ripulire l’aria di città, mi domando come mai non mi riesca questa cosa del vittimismo. Faranno dei corsi di cui non sono stata informata?? Nella mia testa immagino sempre che qualcuno si soffermi a chiedermi incuriosito come va la mia vita, come procedono le cose sotto il lato sentimentale, ma niente! Non suscito curiosità! Un po’ come quelle statue amorfe, che si sa non possano avere anima o cuore. Sarà che con il tempo ho trasformato molto di me in un ermetico silenzio che divampa di notte sotto forma di incubi, in reazioni aggressive, in lacrime spesso non viste e in singhiozzi raramente ascoltati. È vero che non amo molto raccontare di me, che scivolo contro i muri cercando di non essere notata per non venire criticata e messa al bando per frasi inopportune, per atteggiamenti poco consoni, per la mia istantanea maniera di freddare, di mettere a tacere, di non far trapelare il fatto che sono un essere umano come tutti, che soffro per amore, che è facile ferirmi con poco, che mi basta un niente per mettermi all’angolo a farmi domande, per farmi sentire inadeguata, sbagliata e inetta. Forse in questa difesa forzata non mi sento più a mio agio. Dietro questi muri non mi sono solo barricata, ma anche soffocata, cercando di reprimere tutto il dolore di perdite, di smarrimenti, di drammi che capitano all’improvviso e ti lasciano senza fiato. Ho smesso di chiedere (già prima lo facevo poco) e ho evitato di dare, per non farmi fagocitare dal malessere altrui, da quel malsano opportunismo che non mi ha lasciato altro che l’amaro in bocca.

Sarò riuscita a fare pena almeno questa volta? Chissà!

È certo che nel tempo gli ascoltatori sono diventati sempre meno attenti e che spesso sento di essere caduta in un dimenticatoio comune dove si tende sempre ad esaltare un ego, che si fa bello del proprio dolore, come se la conversazione fosse solo un punto di partenza per evidenziare tutto il male altrui.

Quel passo nuovo…

In una pausa natalizia che mi è sembrata più una sorta di ritiro catartico, ho realizzato di avere trascorso gli ultimi sei anni della mia esistenza lavorativa in mezzo a persone che non sanno pressoché nulla di me. La maggior parte di essi ritiene che io dica molte parolacce, molti fanno riferimento a me quando decidono di organizzare qualcosa tutti insieme ma non sanno come fare, altri mi evitano per poi sparlare di me, qualcuno dice di amarmi (in senso lato ovviamente!) senza aver mai condiviso un’ora al di fuori del posto di lavoro. Sanno di me alcune cose, per ovvie ragioni, ma difficile approfondire quando la sottoscritta non parla, non svela poi molto e gli altri non mostrano curiosità. Fatto sta che ho trascorso le mie mattinate lavorative, i miei pomeriggi di eterne riunioni in mezzo a persone che ritenevo legate a me, ma che in effetti non saprebbero dire nulla della sottoscritta. Per anni mi sono sciorinata le loro parole di affetto, mi hanno definito amica (??), si sono preoccupate, hanno mostrato compassione, ma quando il siparietto del momento è terminato non è accaduto più nulla. Dicono sia un problema di donne. Troppe tutte insieme creano competizione, tensioni, le famigerate galline in un pollaio, ma che dire allora degli uomini in questo pollaio? I soliti galletti che giocano a fare i duri fin quando il gioco non si fa duro? Fatto sta che a poco a poco le maschere cadono, emergono gli scheletri negli armadi, probabilmente abbandonato quel melenso volemosebbene scivola tutto verso una dimensione decisamente più interessante e meno confettosa. Superata anche quella fase di delusione, di malessere che ancora lascia qualche segno, mi avvio verso quel passo, nuovo per me, di mostrare una faccia diversa, che non conosco molto bene ma che spinge per venire a galla, per farsi riconoscere, per non mascherarsi più dietro il solito sorriso e le quattro scemenze di routine, che fanno tutti più contenti e sereni. Si parla spesso di cambiamento ma quello vero non ha bisogno di grandi preparativi, emerge dal profondo, quando si sono messe da parte le armi di difesa, quando non si teme più di non piacere o di perdere qualcosa di sé. Qualcosa di me l’ho perso molto tempo fa, in un’operazione finita male, da allora forse temo molto meno il pensiero di abbandonare strade, persone, cose.

La purificazione

Cerco di far scorrere veloci le dita sulla tastiera per registrare quante più possibili emozioni accumulate in questi giorni. Inutile dire che il flusso dei miei pensieri si srotola come un fiume che non ha nulla di logico e razionale, lo sforzo per contenere me stessa mi sembra già abbastanza improbo ma fondamentale per riuscire a muovermi nella giungla di legami e relazioni. Mi si chiede di essere me stessa, di fare quello che mi sento, ma conosco troppo bene le conseguenze di tale ingenuità. Non c’è sempre spazio per il proprio io, se non in quei frangenti in cui automaticamente tiriamo un respiro di sollievo e tutto sembra meno pesante.

Se c’è un periodo dell’anno che amo poco è proprio l’inverno e da qualche anno a questa parte il Natale mi sembra un po’ più pesante del solito, seguito a ruota dal Capodanno. Sarà che coincide con troppi avvenimenti che ancora oggi affondano la loro impronta, sarà che questo festeggiare ad ogni costo mi lascia sempre dell’amaro in bocca, sarà che come tutti gli animali amo starmene in letargo e uscire solo a primavera. Lo considero un po’ il tempo del riposo, della lettura sconsiderata di libri, di quel momento in cui ritrovare un po’ di pace interiore.

Quest’anno ho deciso di dedicarmi a riti di purificazione, con l’ausilio di maschere per il viso, potenti scrub, ma soprattutto con quel concetto dell’amore di sé che sfugge spesso per cedere il passo a una litania di lamenti e di piagnistei a prescindere. Non sono il tipo che si piange addosso ma, non so bene come, in molti sopperiscono a questa mia mancanza riversando la loro valle di lacrime. Aperto un varco, il loro sgorgare non smette fino a quando forse non gli si chiude il rubinetto. Così quest’anno, invasa dall’ennesima perdita di acqua dell’ennesima tubatura di una casa vecchia e bisognosa di un continuo restyling, ho deciso di chiudere la bocca al lamento altrui, smettendo di ascoltare ed evitando contatti che potessero corrompere la mia purificazione. Alquanto impossibile direi, basta poco perché in un attimo si scateni l’inferno: lamenti, rabbia, infelicità. Basta tenere la porta aperta e tutto arriva, senza considerare, senza prendere le misure, senza quelle buone maniere che saranno fuori moda, ma che hanno sempre un loro perché.

È arrivata però anche l’illuminazione. Quell’io che ci perseguita e contro il quale a volte lottiamo, quel nostro modo di essere che spesso non è mai all’altezza, ha bisogno di essere custodito e alimentato. Ha bisogno del suo involucro di protezione, di una scatola stellata a colori accesi o di un cofanetto portagioie, qualsiasi cosa che ce lo faccia poi sempre riscoprire come una sorpresa ai nostri occhi.

La famiglia

Sono ormai anni che mi interrogo sulla parola famiglia. Non ne ho ancora appurato bene l’intrinseco significato ma certo è che alcune occasioni riportano sempre la questione a galla. Come il pranzo di Natale, i compleanni, le feste comandate che presuppongono di mettere da parte individualismi e particolarismi in nome di un legame che dovrebbe voler dire sostegno e supporto. Credo che sia questo il punto quando mia cognata non si è presentata al pranzo di Natale l’altro giorno, arrabbiata per frasi negative che sembra aver sentito da parte nostra, origliando suppongo, e che le hanno impedito di sedere con noi, al posto preparato per lei.

Nel mio codice genetico è inscritto già da tempo il senso di abnegazione alla famiglia, per quanto confusa, non sempre perfetta, a volte incoerente, fatico quindi a capire quanto profonda deve essere la rabbia per impedire a un essere umano di andare oltre se stesso, per non consentirgli di sfoderare comunque una forma di rispetto per chi ha considerato la sua presenza, mettendo da parte le proprie reticenze. Perché la persona in questione, che tanto ha disdegnato la sedia accanto al tavolo, non ha brillato per atteggiamenti affettuosi o attenti, ma ha più di una volta confermato la cafonaggine tanto da farne dono a Natale, in tutta la sua interezza.

Poteva essere un Natale migliore, senza cicli di chemioterapia, senza mia madre svenuta sul pavimento, senza capelli, senza quel senso di smarrimento e di dolore che ci ha attanagliato per mesi. Peccato per lei!