Tutto chiede salvezza

Esiste un tempo per ogni libro. Non sempre è il momento giusto, a volte bisogna permettersi di ascoltare e attendere che sia lui a parlarci, a farsi aprire e leggere. Sarà perché è Febbraio, perché fra pochi giorni sarebbero otto anni che Simone non c’è più, strano che si tratti di una pura fatalità.

L’autore è Daniele Mencarelli, il suo romanzo è stato acclamato da lettori e critica, ma fino a due giorni fa non sentivo la necessità di leggerlo. Comprato d’occasione al Libraccio, l’ho iniziato. Non sapevo nemmeno di che cosa parlasse. Autobiografico. Sottoposto a TSO, Daniele si ritrova rinchiuso tra le pareti di un reparto psichiatrico, in mezzo ad altri malati mentali per una settimana. La narrazione è incentrata sullo scorrere delle giornate mentre, attraverso flash-back, l’autore ci riporta a prima che tutto accadesse, a quando già qualcosa dentro di lui si stava sgretolando, ma ancora non ne aveva coscienza. Compaiono le figure dei suoi compagni di stanza: Gianluca, Giorgio, Mario, Alessandro. I medici e gli infermieri che si alternano, la voce al telefono della madre, il padre, la sorella, il fratello, lo zio.

E’ un racconto che già conosco. E’ una storia che si è affacciata per ben due volte nella mia vita. L’ho ascoltata come uditore, mentre Carlo me ne parlava, ma io l’avevo già vista. E’ la storia di Simone, colpito da bipolarismo, dichiarato matto. E’ la storia di una persona che non c’è più e che non ho potuto nemmeno salutare, come se il suo ricordo fosse sospeso nel vento, nella brezza dei ricordi, in questo Febbraio breve ma intenso. Lui, che con una dose di medicinali, ha deciso di eliminarsi da questo mondo. Lui che sentiva più di altri, che viveva senza schemi, che ha smesso di crederci, solo con se stesso, senza trovare nulla a cui aggrapparsi. Ci aveva provato per ben tre volte, alla quarta ci è riuscito.

Conservo le sue lettere, il suo bigliettino dagli Stati Uniti, durante quell’anno che l’ha spinto oltre, allontanandolo da me, che percorrevo una strada ben diversa. Ma l’affetto nel tempo è rimasto, quel volersi bene di poche parole, di tante non dette, di pensieri rubati.

Leggo e qualcosa si spezza dentro. La rabbia cede il passo a quello che davvero conta. Perché a volte ci si fa del male, tanto che è difficile cedere e perdonare, o anche solo accettare. In quell’angolo ci sono stata anche io, spalle al muro, e a volte mi ci ritrovo ancora. Non è facile posare sugli altri uno sguardo compassionevole, quando non te lo sei sentita addosso. Non è facile considerare l’altro quando qualcuno ti è passato accanto senza considerare la tua presenza, perché faceva più comodo così. Non è facile rialzarsi quando non sai nemmeno da che parte iniziare. Conosco anche io quella fragilità, quel punto in cui qualcosa si spezza dentro e niente sarà più come prima. Il dolore, il suo gusto, le sue lacrime, quando scava dentro e ti viene a prendere e non c’è consolazione, non c’è rimedio.

A volte c’è davvero bisogno di essere salvati da se stessi, da quel malessere che rema contro, da quel pensiero che si insinua nella testa e non ti dà scampo. Ma capita anche che la vita ti metta accanto persone che ti vogliono bene, che ti accettano per quello che sei, che ascoltano tutte le cazzate che fai, senza giudizio, senza sovrastrutture, solo perché sei tu. Allora forse vale la pena salvarsi. Con testardaggine ti si parano davanti, forse non le avresti mai scelte, non le avresti mai volute accanto, ma loro non demordono, rimangono ferme, non cambiano idea su di te. Vengono a salvarti dai tuoi demoni, da te che non ti sei mai amata troppo.