Happy Mother’s Day

Passano gli anni ma la festa della mamma resta per me ancora uno scoglio insormontabile. Sarà per questo che decido di consegnare il giorno prima il regalo alla mia di mamma, per evitare di cadere nell’inevitabile tranello dell’Happy Mother’s Day.

Ricordo ancora la prima volta, subito dopo l’intervento che ha decretato la fine di ogni mio desiderio materno. Una serie di auguri scambiati sulle malefiche chat di Whatsapp, un inneggiare continuo a una maternità ormai negata per sempre. Forse con un po’ di tripudio ringrazio quel simpatico hacker che non mi permette di accedere a Facebook perdendomi così quelle ennemila foto e frasi di circostanza in nome di madri vive e vegete, madri ormai assenti, neomamme e future mamme. Benché ringrazi il cielo di avere ancora accanto la mia con tutto il suo fardello di depressione e angoscia esistenziale, non trovo comunque necessario tutto questo dispendio social di affettività ed effusioni. Mi ritrovo così acida come non avrei mai voluto essere, triste e disillusa, consapevole che la migliore difesa è la fuga. Sogno con struggimento di evitare qualsiasi forma di responsabilità, di sovraesposizione al dovere per essere fedele a quella ferita che mi si apre ancora dentro, perché non è vero che il tempo cura. La cicatrice rimane, evidente ai miei occhi, ma il taglio che nasconde è ben più profondo della smorfia che la pelle ha prodotto su di essa. Desidero essere una persona inaffidabile e scostante, evitando di comprendere e di capire. Oggi più che mai la solitudine mi sembra la medicina migliore per non venire schiacciata, per non dovermi ammutolire con un sorriso sulle labbra per tutto quello che non avrò mai.

In tutto questo, ancora non capisco le ragioni di chi ha deciso che cosa era giusto per me. Ancora non arrivo a spingermi oltre la soglia del mio egoismo, non riuscendo a trovare giustificazioni.

Domani sarà come sempre un altro giorno, le celebrazioni saranno terminate, la vita riprenderà uguale per tutti, senza ricordarci per forza quello che non siamo.

Svuotare gli armadi

Lascio mia madre tra le note di Va’ pensiero e Don’t cry for me Argentina. Lei che, ormai da un anno si è convertita alla vita online fra Youtube, Google e i messaggi di Whatsapp che ormai arrivano a ciclo ininterrotto per aggiornarmi su programmi televisivi, dimore britanniche, potenziali fidanzati nobili d’oltre Manica e news generali. Inevitabilmente anche per lei la vita ha preso un’altra piega, a un anno quasi dalla perdita dell’uomo che l’ha accompagnata per 55 anni. Perché se la pandemia ci ha bloccati fisicamente, non ci ha comunque impedito di pensare, di riflettere, di ponderare, valutare, e poi ancora pensare, analizzare, ribaltandoci su noi stessi come tutti i mali. Sarà per questo che quando arrivo a casa, mi dico che è arrivato il momento, quello sempre un po’ rimandato perché non ritenuto ancora giusto, come se poi ne esistesse davvero uno. Sarà il 25 aprile che chiama ben altra Liberazione a impormi di eliminare abiti, borse, sciarpe, calze. Presa da un impeto improvviso apro gli armadi e mi disfo di me. Mi svuoto di una me che non esiste più ed esulto, perché era tempo che accadesse. Non cedo alla tentazione di tenere, di attaccarmi, di lacerarmi ancora. Ci sono abiti che non fanno più parte di me, o meglio ancora io non faccio più parte di loro, di quella me che è esistita ma che al momento si sente bene nei propri panni di cinica e disillusa, che con fierezza ammette di non farcela, di non essere abbastanza forte. Una me che cammina da tempo a rallentatore, mentre la strada non cede alla pianura. Una me a cui ho chiesto ma che ora dice di no. Sarà l’ennesima incazzatura, sarà la quantità di notizie tristi che mi ha schiacciato, sarà che proprio non ce la faccio. Contro ogni pronostico, non mi sono rialzata e non c’è niente che sia andato meglio. Ho continuato a tenere la testa bassa ma non è arrivato nulla di buono. Dopo un po’ mi sono sentita stremata. Non sarà una maglia in meno a risolvere i miei problemi, ma è certo che non si può sempre tenere tutto o tenersi a tutto. Gli equilibri cambiano e di conseguenza ci articoliamo diversamente, incespicando, insicuri, su una strada mai percorsa. Per una volta non è triste lasciarsi alle spalle qualcosa, consapevole di un dolore costante che non molla. Forse è semplicemente un tempo diverso.

Vento di primavera

Ogni cambiamento annuncia ormai una nuova era, un nuovo momento nella mia vita. Questo vento di primavera che già da qualche tempo soffia sulle solite giornate, mi dice che un anno sta per compiersi da quando ormai non ci sei più, papà. La mancanza è come una seconda pelle e per quanto sappia camminare sulle mie gambe, sarebbe bello ancora averti qui e chiederti consiglio, come è sempre stato. Ma questo sempre ormai è un ricordo che lotta contro l’ineluttabilità dei fatti, una perdita incolmabile, un non ritorno.

Molto è successo da quando ti sei spento davanti ai nostri occhi. O forse molto poco, ma ogni passo compiuto ha richiesto uno sforzo sovrumano, una concentrazione costante, un impegno mai sufficiente. Non riesco a dirti addio, non riesco a non considerarti presente, anche se il tuo nome non compare più su molti documenti, sul libretto della mia auto per primo, ma è difficile non ricordarti un po’ impacciato, seduto accanto a me, mentre guidavo e tu che tacevi per non distrarmi. E impossibile non sentirti presente ovunque, a casa, in giardino, o persino seduto a casa mia. Tu che correvi quando ti chiamavo, sempre, e che fino all’ultimo ce l’hai messa tutta per esserci.

Erano le 4 e mezza del mattino quando il telefono ha squillato. Lo tenevo vicino e acceso, perché temevo il peggio. Era Luca, mi diceva che eri mancato. Come un automa, mi sono alzata e vestita, poi ho pensato di aver sognato. Sono salita in auto e sono arrivata. Le luci di casa erano accese, non era un sogno. Mamma era in cucina. Tu sdraiato nel letto. Finalmente in pace, dopo quegli ultimi giorni che ti hanno torturato. Non avresti più mangiato con noi, tu che ti preoccupavi di farmi trovare la bottiglia di birra fresca in frigorifero. Non ci saremmo più seduti insieme sullo stesso divano a guardare la TV. Non ti saresti più goduto la pace della tua casa, costruita poco per volta. Quanti momenti non sono stati più gli stessi senza di te.

Eppure la vita continua. Poco dopo sono stata chiamata in un nuovo posto di lavoro, e qualcuno ha suggerito che eri stato tu a mandarmelo, conoscendo la mia scontentezza e stanchezza. Ho visitato quella città in cui da tanto progettavi di andare, Matera. Continuavi a dire a mamma che volevi andarci in auto, tanto la strada è tutta dritta, mentre noi ti guardavamo increduli. La vita è cambiata. Siamo ancora tutti chiusi in casa e in attesa di vaccino, come nei tuoi racconti di quando eri ragazzo, quando asintomatico avevi attaccato la malattia a tua sorella e lei era mancata. Una bambina che hai ricordato per tutta la vita, lei se n’è andata a 5 anni, tu a 84.

Le giornate si sono allungate, come piaceva a te, che scandivi giorno dopo giorno la fine dell’inverno. Attendevi le ore di luce serali, come nuovo ossigeno. Oggi ti sarebbe piaciuto. Ma per quanto apprezzi l’arrivo della bella stagione, sento il peso di un nuovo periodo della mia vita. Tu c’eri ed eri la mia guida. Oggi mi sento come un pilota che sbanda, che non sa bene cosa accadrà domani e quale sia il percorso da scegliere, la strada giusta. Sapevo che eri lì. Ora sento solo le mie fragilità, le mie incertezze, il suono di una voce dentro di me che vorrebbe ritirarsi, fare dei passi indietro. Ho solo voglia di dire no, lasciatemi in pace, niente è più uguale a prima, io non sarò mai più la stessa persona. Ho perso mio padre, il mio faro, il mio pilastro, l’uomo che mi teneva in braccio da bambina, che mi portava a Parigi per la prima volta, che fotocopiava le mie verifiche di greco insufficienti per poi bruciarle in una sorta di rito voodoo. Lo stesso uomo dalla battuta pronta, sempre pronto a partire per andare ovunque, che provava tutto perché di vita ne aveva una sola e la considerava sacra, anche quando i tempi si sono fatti difficili e non riusciva nemmeno più a bere. Mio padre, il mio modello di vita.

Oggi firmo documenti e in quella firma ci sei tu, quasi identica. Sarà per questo che non riesco a dirti addio, ma sarà sempre per questo che è difficile andare avanti. Per quanto mi ripeta poco per volta, un passo alla volta, a volte sembra di essere sempre lì da dove siamo partiti, io bambina, tu mio padre e questo vento che mi porta a te.

Incontri e scontri

Il solito entusiasmo di dover lavorare anche il sabato mattina accompagna il mio arrivo a scuola. Ore 9 varco le porte del cancello, saluto il don di turno, apro le classi, preparo disinfettanti e igienizzanti vari e attendo l’arrivo degli esaminatori. 9:30 precise si presentano, questa volta sono tutte donne, mentre mostro loro le aule per la certificazione, compare l’ultima, sale le scale, inizia a parlarmi in inglese ma non ce n’è bisogno, la conosco da almeno 15 anni, da quel lontano 2005 in cui siamo state licenziate insieme, in una ormai dimenticata sera di maggio. Al tempo sapevo molto meno di oggi da che parte ero girata, inconsapevole della vita e dei suoi amari meccanismi, lontana dalla persona che sono ora, più sicura, più spavalda ma certamente meno matura. Anche lei si ricorda di me, è già venuta diverse volte a esaminare i ragazzi e ogni volta pensa a me. Mi chiede come sto, le racconto di mio padre e lei dice che ricorda molto bene quanto fossi legata a lui. Non ricordo nemmeno di avergliene parlato. Chissà quante altre cose mi sfuggono.

Ci guardiamo, ci scrutiamo, l’ultima volta ci siamo lasciate con una telefonata in cui venivo accusata di essere una persona cattiva, così almeno mi sembra, perché non è la prima volta che succede. Non la capivo, non supportavo le sue scelte, mentre ritengo non sia sempre necessario essere d’accordo con qualcuno per volergli bene. Poi le nostre vite hanno preso strade diverse, così lontane e impraticabili che lei lavora dietro casa mia e fa l’esaminatrice presso la mia scuola. Così decidiamo che quel tempo è passato, che lo mettiamo da parte e che apriamo un altro capitolo, un’altra pagina, sfogliamo un nuovo album di fotografie, in cui forse non siamo più quelle persone o lo siamo ancora, ma più provate dagli eventi. Non servono nemmeno troppe parole per dirselo, bastano giusto poche frasi.

Per quanto il mio cuore sia carico di amarezza, rabbia e sofferenza per relazioni che mi hanno ferito, mi arrendo all’evidenza che la vita ha le sue strade, che poi si ritorna sempre lì, a quel punto non ancora scelto, a quel nodo non ancora sciolto, a quel perché per cui c’è ancora qualcosa da dire, qualcosa da fare. Per quanto non riesca ad arrendermi di fronte a certe evidenze e la mia volontà vorrebbe farla da padrona sempre su tutto, forse questa è l’ennesima riprova che la vita scava il suo tortuoso cammino, smussa gli spigoli, appiana le difficoltà, scava i solchi, permettendoci semplicemente di essere.

Curare

Non ho mai fatto liste di buoni propositi, ma quest’anno per la prima volta ne ho sentito la necessità. Credo sia stato il bisogno di mettere nero su bianco quello che sono effettivamente in grado di fare ed ottenere, e quanto invece mi piacerebbe raggiungere senza possedere ancora gli strumenti necessari. Sarà stata anche la rabbia che ho riversato contro colui a cui tengo tanto che mi ha messo di fronte all’idea, ormai convinzione, che è tempo di curare certe ferite. Così armata di biro ho buttato giù una lista di quattro o cinque buone intenzioni, senza puntare ad obiettivi troppo alti, qualcosa di standard, di ponderato, senza chiedere troppo a me stessa. Ho anche deciso di scrivere quello che facilmente apparterrà ad intenzioni future, a propositi per altri momenti, non per questo.

Ho capito che reagire è innato, è un meccanismo di sopravvivenza che sviluppiamo e che esercitiamo, ma non cancella le ferite e con il tempo, trascurandole, c’è il rischio che si trasformino in piaghe e che non si rimarginino più. Ho realizzato di avere bisogno di tempo per curare la rabbia, per respirare, per lasciare andare e soprattutto per non trattenere in continuazione. Mi sono sentita in apnea, con la richiesta continua di essere performante, all’altezza, affidabile, serena e dentro un turbinio di emozioni inascoltate. Per evitare di attaccare briga e mandare a stendere, ho preso le distanze, ma dentro ho assorbito tutto il marcio che avevo intorno, lentamente, mentre sorridevo e riprendevo in mano la vita, quando il primo desiderio era quello di non alzarsi la mattina.

Ho fatto un favore a tutti, negandolo a me stessa. Mi sono impedita di prendermi davvero cura di me. Adesso non guardo avanti, fiduciosa che andrà tutto bene, perché spesso non dipende da nulla, ma guardo a domani, cercando di ritagliare quello spazio in cui respirare, in cui sola con me stessa, come lo sono stata per lungo tempo, cerco di abbracciarmi, senza la necessità di riprendere le mie forze, perché a volte si vive e basta. Non è necessario fare altro.

Home sweet home!

Chi, come me, si è trovato spesso scagliato all’angolo della propria vita, in mezzo a malattie che creano schiavitù e ad equilibri che saltano continuamente in aria, non potrà sottovalutare il potere immenso e salvifico della propria casa. Proprio oggi, rientrata dopo quattro giorni di servizio badante a mia madre, vedova con tendenze costanti alla depressione, mi sono sentita come quelle vecchie signore che non vedono l’ora di farsi riaccogliere tra le loro quattro mura domestiche. A chi questa fortuna ancora non ce l’ha, auguro comunque di trovare un luogo simile nel quale potersi rifugiare. Perché di questi tempi un riparo sicuro è proprio la cura migliore.

Dopo essere approdata in una Torino spenta e cupa, da romanzo noir, ho deciso di rendere completo il mio rientro con una passeggiata tra le vie del quartiere in cui vivo, costeggiando il Parco del Valentino e immergendomi poi in esso. Uno dei propositi del nuovo anno è quello di riprendere di nuovo la mia sana abitudine a lunghe passeggiate, non tanto spinta da effettive necessità di dimagrire, ma dal bisogno di smaltire quei pesi sullo stomaco, che ormai mi costringono da mesi a intensi momenti di dolore.

Sono ormai 10 anni che abito questa città, che amo assolutamente. Difficile starle lontana per troppo a lungo, specie se costretta in maglie familiari che anziché rendere liberi, costringono a piegarsi alle necessità altrui. Forse, più di qualsiasi altra cosa, amo proprio sentire l’aria fresca in faccia, camminare comoda, a mio agio, magari senza meta, ma guidata dai colori e dagli spazi. Tutto questo per inseguire la via di fuga migliore, per non sentirmi più schiava di quanto sono stata fino ad ora. Perché è sicuramente necessario rinascere di nuovo, ma ugualmente lo è farlo nelle condizioni migliori.

L’anno che verrà

La sensazione è proprio quella di non voler appartenere a niente e a nessuno, ma semplicemente a me stessa, perché ormai da tempo la condizione che conosco fin troppo bene è quella di solitudine. Abbasso quindi la testa all’anno che verrà, in cui mi sforzerò di lottare di meno, di farmi meno forza, di impormi di non affrontare sempre tutto, perché non è strettamente necessario. Si vive ugualmente bene sguazzando nei problemi, sfogando sugli altri i fallimenti, senza fare nulla per reagire, ma anzi innescando così certi meccanismi di sofferenza e di autocompiacimento.

L’anno che verrà non sarà tanto diverso da quello trascorso. Non mi porterà indietro mio padre. Non renderà meno dolorosa la sua assenza. Non saranno libri, viaggi o balletti a distrarmi, perché imperterrite le veglie notturne me lo faranno ancora piangere, con un vortice di dispiaceri crescenti.

Non sarà necessario sempre essere in prima linea, forse anche una seconda o un’ ultima può bastare, o anche starsene ben rintanati dietro le quinte di una vita, di cui da troppo tempo non sono più la regista. Non è neanche necessario trovare una ragione per andare avanti, perché la vita accade comunque e magari si sta pure meglio, con meno rabbia verso progetti mai realizzati, pur mettendocela tutta. Non dovrebbe neanche essere necessario sempre trovare qualcosa di cui essere felici, perché ormai sembra di stare a ramazzare tra l’immondizia, ringraziando di quello che si ha, quando è stato portato via tanto. Soprattutto quel senso di felicità, che ormai sono anni non bussa più alla mia porta, pur avendoci sempre creduto.

Forse mi farò un favore lasciandomi vivere. Eviterò di rispondere a quel messaggio che compare in icona. Cercherò di essere meno affidabile, di non essere così pronta a farmi portare via tempo, ritagli di serenità venendo incontro alle necessità di tutti. Cercherò di darmi del tempo, di dirmi che non posso fare tutto con efficienza, che esistono delle priorità e che prima fra tutte ci sono io. Io e il mio sistema nervoso. Mi sforzerò di non ascoltare chi mi dice che sono forte, con la scusa di rifilarmi gatte da pelare e mal di stomaco inutili, mi ripeterò invece che anche io sono fragile, che anche io sono un essere umano, che non sono in grado di reggere tutto. Imparerò che spesso la miglior difesa è la fuga e in questo sarò resiliente. E soprattutto, se mai dovesse succedere che qualcosa di buono bussi alla mia porta, me lo terrò per me, gelosa di quanto credo ormai di meritare.

La vita rovesciata

C’è come una tristezza che mi assale. O forse solo il bisogno di mollare gli ormeggi, di lasciare andare, di mollare la presa, perché tutto è troppo.

E troppo essere all’altezza di ogni situazione, sentirne il peso su di sé, mentre l’unico desiderio rimane quello di lasciarsi alle spalle quanto più possibile, gustare un buon bicchiere di vino, scegliere con calma lo smalto da stendere e attendere con trepidazione l’appuntamento dalla parrucchiera, perché tutto chiama una normalità, mai più uguale a prima, ma ugualmente necessaria.

Il sollievo è che un altro mese è trascorso, come se rientrasse nella lista della spesa, dei compiti svolti, senza mai amarli troppo. Settimane e settimane di doveri da svolgere, senza mai perdere il ritmo, senza abbassare la guardia, senza concedersi altro che non fosse uguale al giorno precedente. Difficile non domandarsi se esiste ancora una scorta di forza, di speranza. Quasi impossibile non porsi domande, alle quali non esiste mai una risposta certa.

Sarebbe invece così bello scomparire, non rispettare le aspettative, essere qualcosa che non si è mai stati prima, deludendo tutti, trasmettendo quel senso di vuoto, subito fin troppo spesso, invertendo i ruoli, lasciando ad altri il compito di meditare su quanto siamo stati insensibili e superficiali, su quanto poco abbiamo considerato chi ci era a fianco. Sarebbe bello non capire, non sentire, non provare emozioni, ma soprattutto mettere di fronte a tutto l’incapacità di cambiare, di mostrarsi duttile alle situazioni, di chiudere gli occhi e vedere solo i propri orizzonti.

Lockdown

Punto e a capo, come essere tornati indietro nel tempo, mentre fugace quel quasi senso di serenità sfugge ormai. Per chi, come me, naviga tra lavoro e familiari anziani, bisognosi di attenzioni, il lockdown ha un significato più o meno intenso, poco cambia tra le mansioni ordinarie del mio tempo. Lavoro, casa e poi nulla. Tutto azzerato, tant’è che per un attimo gli occhi si riempiono di lacrime perché non va, non funziona. Questa pace casalinga, che mai lieve non è, rappresenta ormai uno standard di vita al quale non è possibile abituarsi, neanche con tanto impegno. L’amore ha il limite dell’amore per se stessi, quando arriva quel momento in cui dire basta, non ce la faccio, è troppo, perché la smisuratezza è solo dimenticarsi di sé. Forse questo ho imparato a mio discapito. Così oggi sogno di momenti per me, di spazi che un giorno torneranno, mi auguro. Sogno di tempi, sguardi, odori, carezze, senza la paura di contagio, di mani sporche ma sane, di momenti in cui tirare un sospiro di sollievo, senza la costante sensazione di non avere fatto abbastanza. Sogno di un tempo senza screen, senza mail, senza device, senza comunicazioni a tarda serata, riunioni crepuscolari e un rincorrersi attraverso il filo della tecnologia. Utile ma alienante. Tornerà forse quel momento in cui progettare viaggi, in cui ballare senza distanziamento, in cui scoprire il volto e sfoggiare il colore di rossetto preferito, perché anche il più piccolo gesto ormai assume un suo valore, un suo senso. Il rumore stesso di una classe, mentre seduta, guardo i loro visi inquadrati da una telecamera e li sogno qui, presenti, vicini, umani.

domenica

Rientro con una borsata di libri. L’oroscopo di Rob mi invita ad essere gratificante e riconoscente verso me stessa. Effettivamente non è qualcosa che mi riesce bene. Il più delle volte recrimino tra me e me per non essere all’altezza, per non aver fatto, detto, per essere stata troppo indulgente verso le mie debolezze. Non sono brava a parlare di me, a creare amicizie o relazioni gratificanti, forse per questo mi piace il silenzio della libreria e delle pagine in cui mi tuffo, non sono obbligata a raccontare, a dire, a mostrarmi. Sarebbe bello passare inosservata, mentre rimanere inascoltata è già un risultato consolidato.

Non mi ricordo quando è stata l’ultima volta in cui mi sono sentita davvero felice ed accettata, anche se non è questo il tempo per piangermi addosso, ma credo che sia trascorso davvero tanto tempo perché all’improvviso mi sembra strano venire notata, ricevere gesti di gentilezza o sentirmi sollevata perché qualcuno pensa a me. Succede da qualche settimana, un nuovo posto di lavoro, nuovi colleghi, la sensazione di essermi allontanata per un attimo da un luogo che mi ha asfissiata e amareggiata. La promessa che mi sono fatta è quella di non cadere in trappole nascoste da tanti bei sorrisi, di non credermi in salvo, specie da quell’innata tendenza che coltivo di pensare di essere arrivata, di avere raggiunto un luogo di pace e di tranquillità. Piuttosto sarebbe meglio pensare a me stessa, riservare davvero qualche carezza in più al mio amor proprio. Io che ormai mi sento una vagabonda di legami che si sono spezzati, frantumati, che mi hanno delusa e che mi hanno messa all’angolo. Forse sarebbe opportuno cambiare per un attimo prospettiva. Vedere un nuovo posto di lavoro come un’occasione per crescere, per definirsi meglio in un momento di passaggio, per prendere le distanze, per rimettersi in discussione, ma non necessariamente per decisioni definitive, per rincorrere ancora una volta quell’idea di stabilità che fino ad ora non ha condotto proprio a nulla.

Avevo in mano le redini della mia vita, una casa, un fidanzato, un lavoro, delle amicizie. Pensavo di non dover mettere in discussione nulla, credevo, immaginavo, consideravo, ma mi sono rimasta solo io. Con quello che avevo, allora, ho costruito, pur alimentando sempre quel desiderio di non bastare a me stessa, perché non si può sempre essere un’isola. Ma nonostante tutto, continuo ad esserlo, circondata da un mare di parole, per lo più destabilizzanti. A volte basterebbe davvero poco, un gesto, una parola incauta, ma quando non avviene, forse è meglio evitare di attendere.