Svuotare gli armadi

Lascio mia madre tra le note di Va’ pensiero e Don’t cry for me Argentina. Lei che, ormai da un anno si è convertita alla vita online fra Youtube, Google e i messaggi di Whatsapp che ormai arrivano a ciclo ininterrotto per aggiornarmi su programmi televisivi, dimore britanniche, potenziali fidanzati nobili d’oltre Manica e news generali. Inevitabilmente anche per lei la vita ha preso un’altra piega, a un anno quasi dalla perdita dell’uomo che l’ha accompagnata per 55 anni. Perché se la pandemia ci ha bloccati fisicamente, non ci ha comunque impedito di pensare, di riflettere, di ponderare, valutare, e poi ancora pensare, analizzare, ribaltandoci su noi stessi come tutti i mali. Sarà per questo che quando arrivo a casa, mi dico che è arrivato il momento, quello sempre un po’ rimandato perché non ritenuto ancora giusto, come se poi ne esistesse davvero uno. Sarà il 25 aprile che chiama ben altra Liberazione a impormi di eliminare abiti, borse, sciarpe, calze. Presa da un impeto improvviso apro gli armadi e mi disfo di me. Mi svuoto di una me che non esiste più ed esulto, perché era tempo che accadesse. Non cedo alla tentazione di tenere, di attaccarmi, di lacerarmi ancora. Ci sono abiti che non fanno più parte di me, o meglio ancora io non faccio più parte di loro, di quella me che è esistita ma che al momento si sente bene nei propri panni di cinica e disillusa, che con fierezza ammette di non farcela, di non essere abbastanza forte. Una me che cammina da tempo a rallentatore, mentre la strada non cede alla pianura. Una me a cui ho chiesto ma che ora dice di no. Sarà l’ennesima incazzatura, sarà la quantità di notizie tristi che mi ha schiacciato, sarà che proprio non ce la faccio. Contro ogni pronostico, non mi sono rialzata e non c’è niente che sia andato meglio. Ho continuato a tenere la testa bassa ma non è arrivato nulla di buono. Dopo un po’ mi sono sentita stremata. Non sarà una maglia in meno a risolvere i miei problemi, ma è certo che non si può sempre tenere tutto o tenersi a tutto. Gli equilibri cambiano e di conseguenza ci articoliamo diversamente, incespicando, insicuri, su una strada mai percorsa. Per una volta non è triste lasciarsi alle spalle qualcosa, consapevole di un dolore costante che non molla. Forse è semplicemente un tempo diverso.

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